22/08/16

Le samouraȉ - Jean-Pierre Melville come regola esistenziale




“Le samouraȉ” è considerato quasi unanimemente il capolavoro di Jean-Pierre Melville. Questo fantastico film del 1967 è già da molti anni oggetto di rivalutazioni entusiastiche ed è avvolto, ancora oggi, da un alone di misticismo cinematografico e –naturalmente, trattandosi di Melville- esistenziale.

“Le samouraȉ” è stato il punto di non ritorno nella mia ‘carriera’ di fruitore di cinema, prevalentemente francese. Dopo Jef Costello (in Italia scandalosamente diventato Frank, con tanto di osceno titolo ‘Frank Costello faccia d’angelo’), la mia vita non solo di cinefilo non è stata più la stessa. Un po’ come mi è accaduto con lo zurliniano Daniele Dominici e l’indimenticabile Franck Poupart di Dewaere sotto la doppia stella Corneau/Jim Thompson.
Ma con Jean-Pierre Melville sono andato sul sicuro su ogni sua opera; anche il molto criticato “Un flic”, suo ultimo lavoro, mi è rimasto impresso e la gelida mestizia del commissario Coleman (ancora Delon) mi ha salvato in seguito da sciocche fascinazioni per poliziotti di cuore e di battuta, adatti per un pubblico moderatamente cresciuto ma non oltre.

“Le samouraȉ” è un film glaciale, oscuro, maledettamente bello, in cui il crimine e il destino sono tanto concreti quanto astratti; è l’ennesima prova melvilliana atta a sancire l’ineluttabilità del destino fatale. Ma l’ineluttabilità per i personaggi di Melville (si pensi a Corey, Jansen e Vogel in ‘Le cercle rouge’) è anche un modo di risplendere, compiersi, divenire quasi paradigma narrativo e cinematografico.
La fotografia livida e spettacolosa di Henri Decaë, la colonna sonora fondamentale di François De Roubaix (nell’edizione dvd italiana volgarmente sostituita quasi per intero da una bossa cinematica fascinosa ma adatta a tette, culi e dragatori di donne), l’interpretazione silenziosamente ferina di Delon, l’eccelsa prova attoriale del sempre poco considerato François Perier, le caratterizzazioni ad hoc di attori in parte come Robert Favart e Jacques Leroy, tutto concorre a disegnare una perfetta struttura che rende il noir bello fino al parossismo e dunque all’astrazione.

Sin dalla prima, geniale inquadratura, è chiaro che lo spoglio ambiente in cui vive e si rintana Jef –la cui unica compagnia seriamente accertata è quella di un canarino- è un’anticamera di morte, una condizione sospesa come l’intera missione da angelo nero del silente killer. Il quale, senza voler approfondire lo svolgimento del film, è in cerca della morte per definizione, morte ora assegnata per contratto, ora cercata in un lucido disegno di autoeliminazione guidata.
Melville è stato un regista immenso, davvero; innumerevoli sono state le citazioni a lui tributate da registi coevi e di seguente generazione. Ha riscritto le regole del noir, trasformando gli archetipi del genere in semoventi figure dell’ombra, della notte, dignitosi e professionali escursori della brevità del vivere. Il killer solitario e algido, occhi sgranati rivolti alla prossima, probabilmente definitiva, scena è diventato negli anni seguenti al 1967 un nuovo ospite delle imbastiture noir e non solo. L’antieroe di Melville, con la sua disillusa ma intoccabile lealtà, ha aperto un ciclo, che oggi ci permette di apprezzare e capire cineasti come Olivier Marchal e, più in generale, di smascherare con gioia le ‘melvillate’ di vedette e artigiani del neo-polar. Jef Costello, come appare lampante, ha popolato anche notti e fantasie di Johnnie To, John Woo, Quentin Tarantino, Kitano e –ci piace pensarlo- anche il nostro compianto Claudio Caligari (‘L’odore della notte’ ha qualcosa di stranamente e torbidamente melvilliano…)

Amo Jef Costello per la sua parabola fredda, livida e poetica: ma amo questo personaggio anche perché non pretende di comunicare o insegnare altro che la sua storia, la sua discesa ben poco enfatica nel sottosuolo. Nessun grido, nessuna platealità: stiamo parlando di Jean-Pierre Melville.
Ma, come detto, è l’intero universo melvilliano che adoro e al quale mi ispiro anche solo per riflessioni estemporanee, stile di vita, inclinazioni. Melville è andato oltre il mezzo cinematografico e le conseguenti derivazioni letterarie.
Alcune scene tratte dai suoi film mi perseguitano, nell’accezione positiva che riconosco alle persecuzioni: il rilascio di Corey all’alba in “Le cercle rouge”, gli attimi appena precedenti alla rapina in banca iniziale di “Un flic”, i guanti bianchi di Jef Costello.
Nel cinema di Melville, poliziotti e ladri, uomini retti e criminali finiscono per somigliarsi quanto basta per un rispetto nella realtà dei fatti impraticabile; e qui torna, nella mia valutazione personale, l’assioma con Sam Peckinpah e la sua poetica circa la lealtà virile e la spavalderia liberatoria nei confronti della morte.
Jef Costello, poi, è la continuazione più appropriata di un personaggio trascurato dai cinefili, il killer Raven (Alan Ladd) in “This gun for hire” (‘I fuorilegge’ in Italia), film del 1942 diretto da Frank Tuttle e liberamente tratto da un romanzo di Graham Greene. A Raven, considerata anche l’epoca della sua comparsa, mancava di certo il fascino astratto e desolato di Jef, ma ne fu a tutti gli effetti il precursore (e del resto Melville ha più volte dichiarato il suo amore per il cinema di genere americano).

Jean-Pierre Melville è dunque per me più di un’influenza, molto più di un’icona del gusto o di un totem artistico: è una figura quasi immota, miracolosa, che è riuscita nell’arco di non molti film (in tutto sono solo tredici) a creare un universo in cui figure apparentemente inconciliabili come il prete Léon Morin, l’anarchico bandito Vogel, il summenzionato Jef e il meraviglioso e dolente commissario Mattei (un magico e impronosticabile Bourvil in ‘Le cercle rouge’) finiscono per essere parte di un unicum armonioso che sboccia e fiorisce nella notte. Notte di quest’epoca, del cinema, delle arti e delle persone.
Il capzioso esergo fintamente tratto dal Bushido de “Le samouraȉ” (“Non c'è solitudine più profonda di quella del samurai, tranne forse quella della tigre nella giungla”) chiude il cerchio, come la morte nei film del grande regista francese, della mia passione per il suo cinema: è solitudine da amare e destino da accettare. Con l’ausilio e conforto di quell’elemento metafisico che sempre più scrittori e registi dediti alla cassetta sembrano rigettare in nome del “realismo che funziona”. Ma costoro non rigettano il metafisico solo per questioni di incassi; anche perché, a ben guardare le cose con lucidità, in quell’universo non saprebbero districarsi, finendo per fare lingua in bocca con il barocco che chiede pietas allo spettatore. Un classico, di questi tempi.

Luca De Pasquale 2016
































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