07/08/16

Io condivido, tu condividi, egli condivide



Tempo di vacanze. Tempo di condividere. Più del solito, senza barriere, senza confini, selvaggiamente, senza tregua.
Vado al ristorante? E allora condivido piatti, pietanze, clienti, camerieri ed esterni. Ovviamente condivido anche chi mi accompagna.
Condivido strade, scorci, panchine poetiche, vecchie che filano la lana come ai tempi dei nostri nonni, e poi gatti, cani, falò sulla spiaggia con il chitarrista che non scopa mai ma fa da soundtrack.
Condivido la mia fede, la mia ideologia.
“Sono contro ogni totalitarismo!” urla qualcuno, con parole scritte e qualche foto della libertà. Ma la libertà di certi ha sempre le mutande pudiche e puzza di soldi.
“Sono di sinistra, sono per l’accoglienza, sono per i manifestanti e sbirri merda!”, urlano altri. 
È estate, urlano tutti. Con parole scritte, foto e tag.
Nel convulso delirio, forme di bizzarro paganesimo finiscono per incrociarsi, ad esempio, con  un veganesimo intransigente ma da bignami. Tutti a urlare regole, leggi, anatemi, scomuniche.
Il “vero scrittore” se la prende con tutti i falsi scrittori. Dimenticando che fino a poco tempo fa era un falso scrittore anche lui. Siamo tutti falsi scrittori se ci pensi, Vate. Dipende più che altro da quanti ci leggono e da che contratto firmiamo. Non c’è una giuria di Dei a sancire chi è vero e chi falso. I derelitti si rialzano quando pubblicano, i venduti fanno sempre i simpatici, i banali vanno incontro ai bisogni demografici, i vittimisti si piazzano una palla in bocca dopo un divorzio, un lutto, una bancarotta. Eccoli, gli scrittori.

La logica del condividere ogni cosa viene vista –quasi all’unanimità- come “voglia di vivere che si manifesta”. Io sono convinto che quasi tutto ciò che trova espressione troppo compiuta perda in potenza ed in fattore sorpresa, elementi invece fondamentali per continuare a navigare a vista.
Tanti cani, tanti gatti. Sbarre, latrati, animalismo violento. Guai a chi maltratta gli animali. Gli animali sono figli di Dio, mentre quelli che cadono dalle impalcature di cantieri non a norma sono solo tragici incidenti. Se sbagli pappa al gatto sei un fottuto maiale (altro figlio di Dio), però nessuno ti dice nulla se scrivi che i "negri" esagerano in America, i tempi di Malcolm X sono finiti e James Brown cantava solo filastrocche.
Intanto, foto di allegre comitive a spasso per le più belle città del mondo: condivisione obbligata e narcisistica il giusto. Però non è con la stessa solerzia che avete scattato e condiviso quando vi siete masturbati con rabbia, quando siete stati lasciati, quando siete stati bocciati ad un concorso o a un esame.
Inondate bacheche virtuali, telefoni, schermi e cataratte con le foto dei vostri meravigliosi figli: ma le foto di quando li avete procreati dove sono?
No, non parlo di quelle in clinica. Lì eravate già in posa.
Il perbenismo della condivisione: si fotografa l’amore, come se fosse immobilizzabile in immagini, ma non il prepuzio, non l’intimo sexy che avete chiesto e quindi regalato alla vostra compagna. Si fotografa il matrimonio e non la fine del matrimonio, si fotografa e si condivide il colpo di fulmine come fosse una stella cadente (a suo modo lo è) e poi si tralasciano altre fasi fondamentali, tipo le sbandate per altre persone.
Avete mai provato a scattare una foto alla persona che vi ha destabilizzato e non a quella che vi lava le mutande?
Alcuni beoti credono di avere successo perché condividono molto dappertutto e ottengono un forte successo a livello di commenti e di reazioni. Vanno a letto più felici. E quindi osano presto l’inosabile: foto a scontrini di bar (per discuterne assieme), a gabinetti pubblici intasati (per esprimere, in fondo, una sorta di preferenza politica), foto persino alle idee di prossimi viaggi (un tizio si è fatto un selfie mentre entrava in un’agenzia viaggi, la didascalia diceva ‘che dite, farò un biglietto per…?’).
Quest’ultima trovata ha ottenuto qualcosa come centoventi mi piace ed una specie di lotteria geografica senza alcun senso. C'è chi ha scritto Tegucigalpa, chi Pomezia, uno si è buttato sull'Egitto russo, ignorando che non ha nemmeno una nazionale di calcio, al contrario dei turco-ciprioti.

Ma è chiaro che non ha nessun senso anche contestare questa moda o moralizzarci su. Anche i bastian contrari e le persone scontrose condividono. Eccome se condividono. Io sono uno dei tanti, condivido poco e forse goffamente, ma ci sono dentro fino al collo. Ovviamente vi risparmio i miei banali piatti di pasta al sugo accompagnati da acqua naturale semifredda, non scatto foto mentre sono al cesso o quando fingo di non riconoscere le buste verdastre che contengono multe
In genere condivido immagini di libri, dischi e quadri che mi emozionano. Sono prevedibile e onanistico, non meno e non più di altri. L’unica cosa che evito sistematicamente è l’atteggiamento accademico e tonitruante di “quello che sa” o, almeno, “sa quello che vuole”.
Lo ammetto: ho cercato di condividere qualcosa che comunicasse la mia anarchia, la mia oscena mancanza di stelle guida, ma non ho trovato nulla che mi sembrasse davvero condivisibile. Forse avevo inconscia paura del silenzio dopo la condivisione, che nella società odierna vale come un terribile schiaffo all’ego, come se il pene ti tradisse sul più bello, dopo una serata bollente di allusioni e cibo afrodisiaco. Lo stesso effetto che si otterrebbe se una donna ti sussurrasse "sei tanto simpatico e pieno di buona volontà".

Una volta, uno che leggeva poco mi ha detto che gli ricordavo un Bukowski astemio. Poteva essere un momento da condividere, l'attimo aveva tutte le stimmate dell'empatia, ma all’epoca non disponevo di un telefono con fotocamera. Peccato, gli avrei scattato una foto proprio mentre me lo diceva. Magari riuscivo a inserirci anche l’audio.
Ho un gatto, ma non gli ho mai scattato diapositive in una gabbia, scrivendoci sotto “bastardi figli di puttana io sono un essere libero! Non abbandonatemi sulla Domiziana!”.
Ho abbandonato tante volte me stesso, ma mai il mio gatto. 
Mi è però capitato che un’amica mi inviasse l’immagine di un uomo che mangiava una spigola al ristorante con tanto di anatema: “Ecco un grasso assassino che pagherà. Maledetto, che diresti se qualcuno ti pescasse per friggerti? Guardatelo: pagherà”.
E certo che pagherà, è andato al ristorante. Non credo che se ne possa uscire facendo un pompino a qualcuno per saltare il conto.
Ecco che torna il bukowskismo d’accatto. 
Vorrei solo permettermi di spiegare l'immagine che accompagna la nota.
Si tratta della sala da bagno del lido vicino casa mia, dove prendo il sole con il mio costume olimpionico. Si paga cinque euro. Devi mostrare di essere disoccupato: nel caso riesci, ti danno anche in dotazione una fetta di frittata di maccheroni, mezzo cocco e un poster di Alvaro Soler con una bandiera italiana a coprirgli il pacco. D'accordo, ma credo che i gestori del lido sottoproletario dovrebbero essere più corretti e trasparenti. Le funzioni fisiologiche sono importanti. Come faccio a condividere la foto del loro bagno, se versa in quelle condizioni? Se nessuno mette un like, io che cazzo di fine faccio? Ma che devo fare, devo iniziare a scrivere gialli anch'io?

Luca De Pasquale 2016 


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