19/08/16

In fila per un po' di attenzione e amore


Il mio edificio crolla: avevo dimenticato il tuo cuore.
Friedrich Schiller

Da ragazzo, quando marinavo la scuola (ed era frequentissimo) me ne andavo in giro da solo per cinque ore, toccando diversi quartieri della città, percorrendo tanto strade conosciute che nuovi itinerari.
Ogni tanto mi prendevo il lusso di seguire qualche donna. Bastava un dettaglio per farmi decidere di interpretare il discreto pedinatore. Un dettaglio: i capelli, l'andatura, il tacco, un bracciale, gli occhi.
Ecco perché quando vidi per la prima volta “L'homme qui aimait les femmes” persi completamente la ragione: significava che da anni ero un piccolo Bertrand Morane e non lo sapevo.
Non ho mai seguito ragazze della mia età. Mi interessavano poco. Seguivo le signore. Credo di poter dire, dai trentotto anni in su. Ci fantasticavo molto, l'aspetto sessuale era secondario se non meno.
Prestavo anche attenzione ad un altro dettaglio fondamentale: la fede al dito. Paradossalmente, preferivo seguire quelle che la esibivano.
Perché avevo il sentore che facessero parte di un mondo che non rientrava nei miei piani, una dimensione che non esercitava su di me nessun tipo di attrazione, anche futuribile.
Mi chiedevo sempre ingenuamente, “ma come può una persona decidere di fermarsi, mettere su famiglia, resistere all'esterno?”
Ovviamente, ero io l'esterno. Il margine. Lo sperone. La nube a forma di scomparsa precoce. Mi piaceva pensarmi come tentazione, come esterno a tutto quel che richiedeva compostezza, organizzazione, metodo, solerzia pragmatica e spirito di abnegazione. Concetti che già mi esasperavano.
Ero deciso, si parla dei miei sedici anni, a iniziare le mie attività sentimentali e sessuali con una donna di almeno vent'anni più grande. Poi non è andata così. Nessuna quasi quarantenne con un po' di sale in zucca si sarebbe mai avvicinata a un ragazzino tanto problematico e tutto preso dai primi vagiti di un esistenzialismo crepuscolare e incomunicabile.
Seguivo le donne fino ai loro portoni, alle loro abitazioni, persino alle loro porte. Una volta mandai dei fiori a una donna del Corso Vittorio Emanuele, firmandomi con il mio vero nome (senza recapiti) e allegando dei versi che avevo ricopiato da un libro di Schiller ereditato da mio nonno.
Ripenso con tenerezza a quel periodo di scoperte. E ricordo con una strana forza le sensazioni che intendevo provare in quella vana caccia all'impossibile con bei capelli: non chiedevo altro che di perdere. Perdere dall'inizio. Il meglio era rappresentato dalle giornate di pioggia; quando una di quelle donne spariva nel portone, io riuscivo a sentirmi abbandonato e drammatico quanto mi serviva.
Desideravo più di ogni altra cosa arrivare in ritardo agli abbracci, ai primi amori, sognare storto, fuori sincrono, oltraggiare gli Dei della ragione con i miei movimenti ingenui e velleitari. E sentivo forte e prepotente l'esigenza di non essere riamato, forse di non essere mai riamato. Essere riamati richiede una forza d'animo che non tutti riescono a mantenere dopo la prima facciata.
Io dovevo essere l'uomo che non si ama per sempre. Solo per poco. Per gioco, per curiosità. L'ombra della sera, non il risveglio del mattino.
Negli anni successivi, ho disatteso questi propositi esistenzialisti e troppo cerebrali. Ero di carne e sangue. Ero impulsivo. Ma non posso negare di aver quasi sempre cercato l'errore, la scommessa persa in partenza, la strada a rischio dolore, l'anima distante, la creatura ancora più sfuggente di me.
In amore, tutto sommato, ho sempre cercato la controversa poesia della sconfitta annunciata ma dignitosa. Quello sempre. Ma il gioco mi è sfuggito di mano in varie occasioni. Anche per perdere, bisogna muovere le pedine giuste. Anche per farsi male, si devono selezionare con più cura gli ignari carnefici.
Il romanticismo della notte improvvisamente solitaria dopo uno sboffo d'amore, quella mania non me l'hanno estirpata quasi mai. E ancora, in sincerità, è vero che nella maggior parte dei miei vecchi incontri io, silenziosamente e da sciocco, imploravo di non essere riamato. Se non altro, di non essere riamato bene.
Ho sempre pensato alle coppie felici come a una rottura di coglioni, una noia intollerabile, ho sempre considerato gli amanti felici degli esibizionisti con il pallino dell'eternità imbavagliata, pronti per i banchi della fede fresca e facile.
Trovo le dimostrazioni pubbliche di ebbrezza sentimentale di un patetismo scioccante; anche in questi ultimi anni le coppie-poster mi hanno fatto una pessima impressione. La felicità domestica, come il paradiso dei creduloni, è una minestra scotta, un liofilizzato, un'inutile endovena pubblica. Come l'infelicità elevata a sensibilità indomabile: altra buffonata mal costruita.

Facevo lo sbruffone, mi atteggiavo con me stesso a perdente consapevole, ma... ero ridicolo. Per anni, fingendo di non capire, sono stato anche io in fila, timido e vergognoso, per un po' di attenzione e un po' di amore con previsto happy ending. E avevo bisogno -forse più di tanti- di amori che funzionassero, non di volatili dolori aggrovigliati alle stelle mai fisse della notte.
Non c'è nulla di peggio di chi si crede immune da qualcosa che non gli garba: nessuno è immune da niente. Tutte le persone che conosco, con me in prima linea, sono incoerenti, attaccabili, deboli, non totalmente in controllo di ciò che volevano e ancor di più di ciò che propugnano pubblicamente.
Le autocertificazioni di autenticità esistenziale sono lo scolo della nostra epoca. Parto dal presupposto che chi vanta la propria sensibilità è solo un mitomane con poche speranze di uscirne saldo ai presunti valori giusti, non ridicolizzato.
Il mio valore principale è la notte: ma non la domino. Neanche un po'. Altro mio valore è la totale inappartenenza: ma anche io appartengo. E se amo tanto fuggire, è vero anche che sono capace di restare, restare per giunta convinto e deciso a difendere quel che ho raggiunto e, magari, il dono dell'amore ricambiato.

Forse non sono il lupo solitario che avrei voluto; non del tutto, almeno. Nessun essere umano può credersi cattedrale in mare aperto. Tutti noi abbiamo attracchi, darsene, scialuppe, i nostri naufragi sono spesso solo letterari, abbracciati in un'agonia stanca all'idea che crediamo di dare, persino l'idea decadente del non esserci quando serve e quando gli altri vorrebbero.
Però, al contempo e per chiudere, occorre ammettere la propensione alla perdita, al ritardo, alla non sincronizzazione, alle ombre negli specchi, nelle pozzanghere, negli occhi di chi vogliamo non ci ami. Ora e mai.

Luca De Pasquale 2016





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