29/08/16

Il genio del metal russo. Intervista ad Alex Granovsky

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   Alex Granovsky (conosciuto anche come Alik Granovskiy - Алик Грановский) è uno dei migliori bassisti hard rock e heavy metal di tutti i tempi.
Questo è un dato di fatto non confutabile: ogni appassionato di metal (ma anche di altri generi) ascoltando i suoi lavori con band leggendarie come Aria e Master, se ne può facilmente rendere conto.
Granovsky è uno di quei bassisti che hanno scelto l’hard’n’heavy pur disponendo di una tecnica adatta a qualsiasi stile, in prima linea il prog, che come leggeremo nell’intervista è un genere molto amato da Alex.
Per molto tempo, agli inizi degli ottanta, ricordo che il metal russo veniva percepito nel resto d’Europa come un’estensione esotica del fenomeno, preconcetto che è stato poi smontato negli anni successivi. Ma è incontestabile che all’epoca risultasse davvero difficile suonare roba dura in Russia, la visibilità all’estero si rivelava praticamente inesistente.
Questo rende ancora più meritorio il ruolo che Alex è riuscito a ritagliarsi nel panorama bassistico mondiale, il che è comprovato dal rispetto che gli viene opportunamente tributato in ambito metal.
L’intervista che gentilmente mi ha concesso Alex è esaustiva circa il suo percorso artistico, vi invito a leggerla con attenzione e, soprattutto, a procurarvi i suoi due lavori solisti e approfondire lo spessore di due band come Aria e Master, troppo spesso colpevolmente trascurate anche dalla stampa specializzata e militante.
Si tratta di hard rock con picchi metal, perfettamente suonato e privo di compiacimenti, suono coeso, dritto e basso mostruoso. Aria e Master hanno scritto parte della storia del metal russo ed europeo, un’opera di recupero anche da un punto di vista discografico sarebbe necessaria per la diffusione di musica di qualità.
Alex Granovsky merita rispetto e ammirazione non solo per la stupefacente tecnica, ma anche per la caparbietà con la quale ha saputo bussare alla porta giusta del rock duro che amiamo di più.



LDP:   Alex, iniziamo con un dato di fatto: sei uno dei bassisti di area hard rock più tecnici in assoluto. Mi vuoi parlare dei tuoi inizi, della scelta dello strumento, delle tue principali influenze quando hai cominciato?

AG: Ho iniziato a suonare il basso a tredici anni. Prima di allora mi dedicavo al violino, al piano, ed un po’ al contrabbasso. Nel 1973 vidi in TV un programma musicale dove c’erano persone che suonavano il basso. Di questo strumento mi è piaciuto il suono profondo e realizzai che era fico. Fino a quando non capii che era perfetto per me. 


LDP:  Sei stato una colonna portante degli Aria e sei il fulcro dei Master, due gruppi russi che sono entrati di diritto nelle migliori pagine del metal europeo. Vorrei chiederti se all’inizio hai avuto difficoltà, nella tua madrepatria, ad affermarti con un genere che era ancora piuttosto inesplorato in Russia. O questa è una percezione sbagliata, perché in Europa si conosceva poco del rock russo?


AG: La tua percezione è corretta. Quando ho iniziato a suonare, nell’ex Unione Sovietica la musica rock era caduta nell’oblio. La maggior parte dei gruppi erano clandestini, ed i loro concerti illegali. Non erano permesse performance nel paese, le rock bands provenienti dall’America e dall’Europa non erano invitate negli stati dell’URSS. Tutto quello che potevamo vedere erano musicisti dell’Europa dell’Est (dei paesi che avevano aderito al Patto di Varsavia). Inoltre avevamo dei problemi seri nel reperire buona strumentazione e tutto ciò che vi afferisse. Era impossibile acquistare alla luce del sole album di gruppi rock europei o americani. Sebbene fosse consentito comprare qualsiasi cosa da chi faceva parte del corpi diplomatici o in qualità di piloti dell’aviazione civile. Per molti di loro era diventato una sorta di business. Non potevamo neppure avere accesso ai tutorial per lo studio della chitarra elettrica, tutto quello che potevamo fare era provare ad imitare ciò che sentivamo attraverso i tape degli altri. Prima degli «Ария» (Aria) avevo una band «Смещение» (Displacement), nel periodo compreso tra il 1979 ed il 1981. Suonavamo prog rock e tutti i nostri concerti erano clandestini. Molte persone si riunivano per ascoltarci, perché quel tipo di musica era molto popolare nonostante la messa al bando. Gli aggiornamenti sui concerti si diramavano attraverso la gente, pubblicità non stampata o i biglietti. Ecco la storia della prima apparizione degli Aria: il  mio amico, il chitarrista Sergey Potemkin ed io fummo invitati a suonare in un complesso autorizzato chiamato “Singing Hearts” che eseguiva musica pop sovietica. Non mi piaceva, volevo suonare del rock su di un palco legale, ma dovevamo chiedere una licenza per quello. Dopo un po’ il mio amico abbandonò il complesso, così ho ricevuto la telefonata del mio vecchio collega Vladimir Holstinin che mi si propose quale sostituto. Diversi mesi più tardi decidemmo di incidere un album heavy metal e di lasciare i Singing Hearts. Il manager della band si rese conto del nostro piano chiedendoci di non abbandonare la band, ed in cambio ci offrì di usare lo studio ufficiale per registrare (apparteneva all’organizzazione Mosconcert). L’album uscì su nastro con un cospicuo numero di copie ed ebbe un grande successo negli stati  dell’URSS. Era il 1985. In seguito il manager dei Singing Hearts lasciava suonare i gruppi rock per riscaldare la folla prima dell’esibizione del complesso. Così la brava gente continuava a venire ai concerti di musica pop ed ascoltava prima l’heavy metal e poi l’intero programma. I fan metallari erano entusiasti, non altrettanto il resto del pubblico così molto presto divenne chiaro che le cose non potevano continuare in quel modo. Allora il manager si recò dagli ufficiali sovietici del Mosconcert, con il proposito di far ottenere agli Aria la licenza di esibirsi da soli. Ma in quel periodo non c’era ancora nessuna band nel paese messa nelle condizioni di suonare legalmente della musica metal. Per avere il permesso di esibirci, dovevamo superare una sorta di esame per far sì che il programma venisse approvato. Il che includeva verificare il livello di professionalità dei musicisti oltre all’analisi del contenuto dei testi che dovevano essere in linea con l’ideologia ed adeguati all’audience sovietico. Il manager riuscì a persuadere la commissione e fare degli Aria una rock band legale – la prima dell’intero paese. Dopo il 1985 il quadro politico iniziò a convergere verso la democrazia, così quando i MASTER fcero la loro prima apparizione nel 1987, fu un pochino più semplice. 





LDP: Ed a proposito di rock in Russia, come giudichi la situazione attuale? Da parecchi anni a questa parte moltissime band provengono dalla tua terra: siete stati degli apripista?


AG: In Russia non abbiamo quasi nessuna label al momento. Ci sono molte band metal ed un numero sufficiente di club (almeno a Mosca e a San Pietroburgo). Eppure non abbiamo programmi in TV dedicati all’heavy metal. L’unico personaggio noto della televisione che ne parla è il commentatore sportivo Dmitry Guberniev. Ma lo cita durante dei servizi sul biathlon o altri programmi sportivi. Quanto all’essere un apripista, in un certo modo lo sono. Giornalisti e fans dicono di sì ma non sono io a doverlo giudicare. 

LDP:  La tua tecnica bassistica, all’interno di un genere –il metal- che un tempo chiedeva linee solide e una sorta di “dietro le quinte” (vedi Ian Hill dei Judas Priest) è un plus non trascurabile. Fingerstyle e slap non hanno segreti per te, ed alcuni tuoi leggendari solo slap girano virali nella rete. Come giudichi il ruolo del bassista all’interno di una band hard rock o heavy metal?

AG: Mi piace quando la musica rock viene suonata da bassisti potenti. Quelli dotati di tecnica e di un proprio sound peculiare. Sono cresciuto con il prog rock, e questo genere è caratterizzato da svariate tecniche di cui i musicisti fanno sfoggio. Dunque tendo ad adottare varie tecniche a mia volta. Posso dire di averne inventate alcune da solo, dato che ho potuto solo ascoltare ma non ho mai avuto l’opportunità di osservare ed imparare da come suonano gli altri. 

LDP:  Oltre ad altre prestigiose collaborazioni, hai inciso due dischi solisti davvero belli e potenti, “Bolshaya Progulska” e “Bass Manuscript”, che io ho acquistato su siti russi. Sono due album solisti davvero particolari e rivelano, oltre lo strumentista, anche il compositore. Pensi ad un terzo capitolo solista a breve? Questi due dischi hanno avuto una distribuzione europea e su altri mercati e sono tuttora in stampa?

AG: Non penso per ora ad un terzo album solista. Stiamo lavorando ad un nuovo disco dei Master. Purtroppo non abbiamo alcuna distribuzione in Europa. “Bass Manuscript” era stato reso disponibile su iTunes per un po’. Mi auguro che potremo contare su di una migliore distribuzione nel mondo, ma non saprei come organizzarla. Non sono un uomo che si occupa di business, solo di basso. Ma sono felice di sapere che quello che faccio risulti interessante per le persone fuori dalla Russia. 

LDP: Vorrei una tua opinione sulle varie webzines e blog che hanno sovraccaricato Internet. Quello che vedo in giro da una parte mi fa pensare che c’è più possibilità di conoscere, ma dall’altra noto con dispiacere che si finisce per scrivere quasi sempre degli stessi nomi e nello stesso modo. Sei d’accordo o pensi che il fiorire di tutte queste pagine web dedicate alla musica sia comunque un bene?

AG: Non so molto di queste cose. Quello che leggo sono per lo più articoli sulla produzione del suono. Riguardo alla musica in sé, ci sono nuove tecniche ed è straordinario osservare una certa evoluzione, eppure se tutti leggono le stesse informazioni su internet e si copiano l’un l’altro, questo di certo può indurre alle stesse opinioni. La libertà d’informazione è ottima, senza dubbio. Ma non ho molta dimistichezza con le webzines ed i blog, dunque non sono in grado di appoggiare o dissentire dalla tua opinione senza averne cognizione. 

LDP:  Per chi non parla e legge russo, accedere ai dati e alle notizie circa la scena rock e metal del tuo paese non è facile. Ricordo che anni fa, quando volevo assolutamente approfondire la tua figura, ti trovai con difficoltà perché a volte venivi segnalato come “Alex Granovsky”, altre come “Alik Granovskiy” e naturalmente con caratteri cirillici. Il sito dei Master è perfetto perché offre la duplice lingua, ma pensi che l’ostacolo linguistico nella diffusione della musica russa possa essere effettivo?

AG: Da un lato, sussiste una barriera linguistica. Dall’altro il punto essenziale è il grado di interesse suscitato dalla musica. Non so delle altre band, ma i MASTER ricevono lettere dai più svariati paesi. Riguardo il mio nome, accade che viene confuso persino dai fan che parlano russo. Il mio nome ufficiale è Alexander. I miei amici in Francia e Belgio mi chiamavano Alex. I miei genitori e i membri della mia famiglia mi chiamano Ali, perciò tutte queste versioni fanno parte del mio nome in scena. 

LDP: Mi puoi parlare della tua strumentazione, passata e presente?

AG: Ho due bassi Fender Jazz: uno del 1975, l’altro del 1973, un Rickenbacker 4001 (1972) ed un Warwick (1989). Ho un Ampeg SVT Classic, un Sansamp PSA1, ed un MXR  Bass Compressor.

LDP:  Il rock, quello duro in particolare, ha avuto grandi bassisti negli anni settanta, poi c’è stata l’esplosione tecnica degli eighties (Hamm, Sheehan e altri), e adesso i bassisti più virtuosi li si trova in ambiti anche più estremi come il black, il technical death e il djent. Vorrei chiederti una riflessione sull’evoluzione del basso elettrico nel rock secondo te, e quali bassisti attuali apprezzi di più, i più promettenti.

AG: Non sono un recensore musicale e non ho mai provato ad analizzare tendenze e sviluppi. Penso che tutto dipenda dalla persona in particolare, non dal periodo o lo stile di musica suonato ora o in passato. Gli artisti che mi piacciono sono: Chris Squire, John Wetton, Geddy Lee, Stanley Clarke, Jaco Pastorius. Riguardo alle nuove schiere di musicisti promettenti, è difficile a dirsi, dal momento che non li cerco di proposito.

LDP:  A parte la domanda che ti ho già fatto sul terzo disco solista, quali sono i tuoi programmi per il prossimo futuro?

AG: Nell’immediato futuro (e nel presente) c’è il lavoro sul prossimo album dei MASTER. Si tratta di un impegno enorme.

LDP: L’ultima domanda la riservo ad Alex Granovsky oltre la musica. Hai altre passioni, hobby, altre occupazioni artistiche?

AG: La produzione del suono. Non ho hobbie che non riguardino la musica. Tutto il mio tempo ruota intorno a questo mondo.  

LDP:   Lasci un saluto ai tuoi numerosissimi fan italiani? Grazie ancora, Alex.

AG: Un saluto a tutti i ragazzi in Italia innamorati della buona musica!


© Luca De Pasquale-Manuela Avino

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