21/08/16

Il fallimento di Dio nelle stanze d'albergo


"Nessun uomo è abbastanza ricco da riscattare il proprio passato"
Oscar Wilde

Nelle ore di attesa che mi separano dall'incontro con Veronica, nella luce verde scuro della camera 31, con quell'odore di legno sporco che da alla testa, le quattro sigarette di seguito e l'impazienza che ho addosso, per un attimo penso di farmi fuori.
Non è solo un attimo.
Già. Perché l'impazienza non è più una questione di minuti, giorni e ore, ma di eternità. La mia impazienza ha pisciato fuori dal vaso, ormai non riesco più a contenerla. Coinvolge, travolge tutto; lo sguardo, i gesti, i possessi, le distanze, l'insonnia a fasce, gli abiti invernali, i baci cartolina che ho stracciato pensando alle novità.
Passano i minuti e so che quando sarò dentro Veronica qualcosa mi spingerà a gonfiare il volume di quell'orizzonte-canotto che è il futuro.
Ma so anche che è una burla, un petardo a capodanno, un libro non letto.
Non capisco perché in queste stanze i quadri siano sempre così una merda; così l'attesa diventa una discesa all'inferno. Ma è vero: non tutti attendono.
Chissà quando avrò l'onore di prendere una stanza al lago e poi, magari, vestirmi di bianco come gli angeli. Gli angeli inutili, quelli domiciliati. Gli angeli utili, se esistono, io lo so che sono distanza.
Ho gli occhi caldi. Forse febbre? No.
Ha senso vedere Veronica? No.
Io l'ho tradita, lei mi ha tradito. Io tradirò quella che verrà dopo di lei. Per quell'appetito osceno proveniente dalle tane dall'impazienza. Si tradisce molto, quando la disperazione è cortese come un metodo. Si tradisce e poi il senso di colpa dopo somiglia a un mezzo suicidio.
Veronica è più colpevole di me. Perché mi ha tradito pur nuotando in quella poltiglia di speranze e riti civili da guadagnare, la famiglia, la festa di matrimonio, il riso in bocca, gli stronzi ben vestiti fuori la chiesa, il book fotografico, le eredità da usare per i figli, la protezione della gabbia-famiglia. Lei, pur con tutti questi ganci reali e socialmente innocui, tradisce lo stesso. Non ne capisco il motivo.
Io forse tradisco perché sono già morto. Tradisco per il vitalismo dei condannati. Ma è un alibi.
Accendo il televisore. Programmi per vecchi. Programmi che mi fanno orrore. Vorrei sparare al televisore. Apro tutti i cassetti della stanza. Puzzano di legno marcio. Trovo due bustine di canfora, le butto nel cestino. In un cassetto c'è un'immagine della Madonna: la lascio dov'è. I miei incubi sono sotto il mio braccio sinistro, come una baguette. Ho tradito Veronica con una donna che non mi interessava. Questo mi qualifica: un reduce, per giunta scorretto.
Lei mi ha tradito con un idealista. Io detesto gli idealisti. Un vero idealista, lo penso sin da bambino, dovrebbe cercare comunque una nobile morte, un gesto che lo fermi nel tempo con tutta la dignità illuminata. Perché per la maggior parte del tempo siamo spenti controvoglia, ci passano sopra fantasmi, incontri, resistenze, frasi da libro di poesie pocket, ci passa sopra l'affetto ebete che ci dicono obbligatorio verso affiliati e vicini. Riversiamo in un cane o in un gatto la nostra indecenza emotiva, siamo ordinati nei modi per non lasciarci andare al caos. Giusto, ottimo, lungimirante.
Penso a Veronica. Mi ha inviato un messaggio. Sta per arrivare. Penso al suo corpo che freme sotto l'idealista. Non dimentico. Anche se non ho visto, non dimentico. Gli strappo il cazzo e glielo infilo in bocca come un fiore. Gli lascerò pregare il suo Dio casuale, se vorrà.
Apro la finestra. Vista sulla città, su altri palazzi. Cemento ordinato, cemento borghese, citofoni, dottori, professori, consulenti, funzionari, travet, falliti. Tutti nel cemento. Niente lago. Niente lago anche per i miei incubi, che ora mi porto sugli occhi come lenti con montatura tartaruga.
Quando uno si suicida, le lenti deve togliersele? Come prima di fare a botte?
Altra domanda: nell'attimo in cui il suicidio sembra un'idea concreta, diventa mollica nel pane soffiato, Dio compare? Compare e perdona? O non permette che gli si rivolga la parola?
Farò sesso con Veronica, anche se ci siamo traditi. Voglio vedere i suoi occhi nell'orgasmo: so che mi passeranno i brutti pensieri. Per due ore e un quarto almeno. Il tempo di usare il cielo di riserva, quello che scende come una scenografia dopo il piacere.
Ma è il caos che mi prende alla gola in questa stanza di merda, la voglia di sparire non mi appare macabra, come se decidessi di andare a giocare a calcetto con degli sconosciuti.
Vado in bagno. Mi infilo nella vasca. Fumo stando a mollo nella vasca. L'armadietto con lo specchio al centro ha le ante aperte. C'è solo una crema per ammorbidire le unghie dei piedi. Dio è assente anche in bagno. Sento la presenza di ombre e tradimenti negli spazi vuoti dei luoghi. E anche delle persone. Mi chiedo di sparire, ma farò sesso con lei.

Poi mi vesto. Sono profumato. Lei arriva, ci abbracciamo, qualche bacio. Ho gli occhi di febbre e lei di pentimento. Non ho più voglia di eliminarmi. Ha portato una bottiglia di vino. Sorrido. Ora i miei incubi stanno lì, buoni come animali domestici sazi, tra i lacci delle mie scarpe.
La voglia di sparire ha le sue sirene, la vita risponde. Faremo sesso in questa stanza di merda. Mi acquieterò. Lei, forse, mi rivaluterà come uomo e pure come caso perso. Non riconoscerà tutto il mio caos e continuerà a stare con me, tra mille contraddizioni.
Sarà un errore. Riparabile, alla fine. So andare in modalità “borghese alla deriva” e lei potrà essermi riconoscente per questo. Non la tradirò più con quella smania di farmi male. Guarirò.
Mentre ci spogliamo, ripenso all'idealista. Gli strapperò il cazzo e glielo pianterò in bocca come un tubo da dentista.
Ma no, non credo. Inizio a pensare alle acque dei laghi, a quella quiete, ai primi battelli dell'alba. Caso perso che sta in piedi.
Mi sei mancato”, mi dice.
Anche tu”
Butto la sigaretta. Io, io mi manco da anni. E nel sonno mi ritrovo a pezzi, come dal macellaio. Anche se i colori di accompagnamento sono quelli di un bel quadro.

Luca De Pasquale 2016

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