01/08/16

Il continuo invito al "take it easy" e lo snobismo letterario


Da più parti, si direbbe ovunque, impera una raccomandazione caldamente espressa come un mantra: “take it easy”.

L’invito, che cela poco e male una sorta di arroganza esistenziale, è apodittico: o impari a goderti la vita, apprezzandone (se non esaltandone) le molteplici sfaccettature e gli elementi di sorpresa e miracolo, oppure sei solo un pezzo di merda negativo che ne dovrà ancora mangiare, di polvere.
Sembra una moda irrefrenabile, quella di ricordare al prossimo che non si deve ostentare e perseguire un atteggiamento scettico, cinico o poco costruttivo; quasi che la lucidità (e comunque il sentire soggettivo, verrebbe da dire) fosse un difetto di fabbricazione, una dimostrazione di impotenza affettiva ed emozionale.

Naturalmente, quelli come il sottoscritto sono tra i più bersagliati da questo tiro al piccione con l’arco celeste degli angeli. Quello che scrivo, e come lo scrivo, può apparire un esercizio omoerotico di disgusto esistenziale perpetuo. Lo so bene che si può innescare una reazione simile, ma chi se ne fotte, da ambo le parti? Basta non leggermi, per esempio; e nel mio caso, so già di non poter contare su una certa tipologia di lettori, apertamente innamorati dell’edificante, anche un edificante di spessore. 
Non sto sostenendo che chi non vede abissi e laidume sia sciocco o limitato, tutt’altro; ma da scrittore esigo che non mi venga attribuita tale patente al rovescio.

Infatti, qui nessuno sostiene che la vita sia solo un bonbon gusto merda; se pensassi cose del genere mi sarei già ucciso, come hanno fatto altri con idee e percezioni ben più estreme delle mie. Sguazzare nel fango non è divertente, certo, ma per me sarebbe ancor meno stimolante passare il tempo a ricordare alla gente che la vita e meravigliosa e va vissuta come un dono unico e preziosissimo. Si tratta di un’affermazione ovvia, reiterata nei secoli e di scarsissima originalità; come dire ad un fumatore che succhiare sigarette fa male, o informare un settantenne che quella ventenne tutta boccoli no che non ti darà sesso ed eiaculazioni divine, non ci sperare.
Quando leggo e sento cose simili, senza crearmi inutili e goffe inimicizie, tiro dritto per la mia strada, che per quegli occhi "edificanti" è lastricata di deiezioni, esaltazione della lascivia e della decadenza individuale e scimmiottamenti più o meno consapevoli dei pensatori più torvi della storia letteraria.

Mi disturba anche l’enfasi che viene data alla scrittura, come atto necessario, debordante e salvifico, come ossessione inevitabile. Uno che ha veramente questo tipo di ossessione non sta a ricordarlo ogni cinque minuti, per giunta in pubblico e per ottenere reazioni ammirate. Oltretutto, l’ossessione per la parola scritta non è sinonimo di qualità, e io, dal mio incanutito blog, posso dirlo con convinzione. È naturale che alcune mie note non siano all’altezza, fiacche, troppo personali o prive di trama. Altre mi piacciono e le considero azioni personali riuscite (perché qualsiasi blog ha per definizione una forte connotazione personale, quando non totalmente identificativa), al di là dei riscontri. Sono ossessionato dallo scrivere ma non per questo cammino con delle t-shirt manifesto sul tema; non esiste solo la scrittura celebrata, comunicata, esaltata dal word of mouth: esiste una scrittura che prima di diventare “lettura” si piaga, si contorce, si ripiega nel grembo degli spettri che la generano senza per questo chiamarsi autentica.

A proposito di scrittura, trovo sempre più sfiancante l’atteggiamento da “casta eletta” tipica di molti operatori del settore, anche bravi, anche originali e con un percorso rispettabile e vigoroso. C’è una certa patina di elitismo, in chi naviga nelle acque dell’editoria, che mi lascia sempre un po’ sconcertato e con un lieve malcontento addosso. Come se ci fosse una reale necessità di introdurre la propria materia di lavoro e di vita come oggetto non facilmente raggiungibile e comunque non alla portata di tutti. Il che è atrocemente vero e poco contestabile, ma non dovrebbe essere chi ci sta già dentro a ricordarlo crudelmente, con modalità comunicative atteggiate ad una sprezzante regalità: io scrittore tu no, io editore tu no, io giornalista letterario tu principiante volenteroso. Non credo sia così nobile cercare di “spezzare le reni” a chi si culla in un sogno, a chi crede di poter tentare una strada che poi, magari, lo divorerà a prescindere e con crudeltà anche maggiore.
Io stesso, che non sono certo un autore affermato e sulla bocca di tutti, ogni tanto ricevo dei manoscritti o prendo atto di temerarie dichiarazioni d’intenti: “Penso di essere un ottimo scrittore e prima o poi lo dimostrerò”. Oppure: “Ho delle storie fantastiche da raccontare, in buona parte autobiografiche… la mia vita è un romanzo ed i miei amori, altro che Sliding Doors…”
Non stronco mai queste persone, anche quando mi appare evidente che i loro conati di scrittura atta a conquistare notorietà sono destinati a miseri fallimenti, a patetiche pubblicazioni a pagamento e ridicole, disgustose puntate nell’assurdo con qualche editore improvvisato che si crede un visionario. E costui è, nella maggior parte dei casi, solo un imbelle idiota che ha letto duecento libri e ne vuole riprodurre altrettanti, secondo la sua fantastica visione.

A volte tutti questi difetti sono racchiusi in una sola persona. Prendiamo il caso, ad esempio, dell’aspirante scrittore Fantacarlo Fruzzo, che conosco perché veniva a comprare dischi da me. Questo signore non solo mi esorta –ogni volta che mi vede- a “prendere la vita nel modo giusto, perché ne abbiamo una sola”; in più mi annuncia nuovi romanzi che non vedranno mai la luce o finiranno a casa dei suoi parenti come copie omaggio di uno stock acquistato di peso dall’autore stesso, e per concludere parla di “noi che scriviamo”, disprezzando palesemente quelli che non scrivono e non vergano verbo. La sua tracotanza va di pari passo con il suo velleitarismo autoreferenziale e mai, dico mai, tarato su forme riconoscibili di realtà circostante. Non mi piace neanche un po', quando dice “noi che scriviamo”, non tanto perché mi associa a lui, quanto per l’atteggiamento irritante. Penso, questo se entra in una casa editrice o comincia a pubblicare si crederà ancor di più un vate, un messia, un eletto.

Ma noi, plurale maiestatis, di eletti abbiamo sempre meno bisogno; e non vogliamo che qualcuno ci avverta che la vita è (anche) bella, perché già lo sappiamo e abbiamo esperito la cosa. La vita, come ogni manifestazione terrena, alterna momenti di ebbrezza e altri in cui sembriamo destinati ad una notte eterna.
Se la pensassi così, alla Dagerman ultimo periodo venti ore al giorno, mi ripeto, non potrei neanche ascoltare musica e continuare a leggere libri. Lasciamo perdere poi se scelgo libri controversi, cupi e parzialmente abissali, e se persino nelle varie abboffate di musica dance e “leggera” preferisco il lato oscuro ed esistenzialista, vedi Robert Owens. Quelle sono scelte, soggettive e non contestabili, inclinazioni che trovano percorsi. E percorso, al mio paese, significa comunque curiosità vitale ed espansione delle conoscenze, non meste masturbazioni sempre nello stesso giardinetto di relitti e apparizioni. C’è chi sceglie la luce e chi no: ma finché si è vivi, che le prediche rimangano tra lingua, discrezione e chiappe strette.

In conclusione, inevitabile poi, dico anche che è fin troppo semplice sparare a raffica dichiarazioni d’amore verso la leggerezza quando il proprio percorso di sopravvivenza salta diversi intoppi. Andate a dire di “prendere la vita con lightness” a chi è in cassa integrazione, in mobilità, con una gamba amputata o con un parente suicida. È schifosamente demagogico quel che scrivo ora –e totalmente ovvio- ma reale: la visione rosea è sempre figlia di una poltrona, di un legame, di una speranza, di una rosa di certezze più o meno conclamate e dalla lontananza momentanea da lutti e sconfitte. Sono queste stesse persone, al primo reale problema non sormontabile, che andranno più in tilt di ogni “negativo accertato”, iniziando per giunta a rompere le scatole con le loro improvvise e funeste geremiadi.
È una ruota, è una luna che si rovescia, è la vita. E per me vita significa “niente maestri, li sto scegliendo ancora da quand’ero piccolo e non ho ancora finito”. Umiltà è anche essere consapevoli di non possedere la verità ed il privilegio; e il concetto di élite è sempre la più melmosa delle forme di prevaricazione preconfezionata.

Luca De Pasquale 2016

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