08/08/16

I libri di Stig Dagerman


Da molto tempo ho appuntamenti con le cose che finiscono.
Quasi una predilezione. Se c'è da sigillare la fine di un ciclo, se c'è da affrontare un percorso incerto, allora è probabile che ci sia il mio sorriso per lo mezzo.
Ho letto tutto quanto è stato tradotto di Stig Dagerman. Davvero tutto.
Se proprio dovessi eleggere uno scrittore che mi ha davvero cambiato la vita, direi Stig. Senza ombra di dubbio.
La lettura di “Bambino bruciato” è avvenuta in un momento cruciale per me, un momento topico della mia crescita. Acquistai il libro in un posto che poi chiuse due mesi dopo, una specie di libreria/negozio solidale/oasi.
Poi sono passato a “Giochi della notte”, acquistato dal mio bancarellaro di fiducia dell'epoca. Perché io ho sempre amato le bancarelle di libri, come e più di mio nonno paterno, che era famoso per questo.
Qualche mese dopo non trovai più quell'uomo in quell'angolo di strada: mi dissero che era andato fallito e che lavorava in una tabaccheria, in un oscuro paese vicino Caserta. Ci rimasi male.
Non è che Dagerman porta male. E nemmeno io, per fortuna. Ma, forse, è destino coerente che i libri di Stig Dagerman uno li debba per forza acquistare in luoghi traballanti, probabilmente senza futuro, isole di malinconia dove la consapevolezza è dolore calmo e il tentativo è prossima luce notturna senza santi.
Ho venduto io stesso molti libri di Dagerman; mi portavo i clienti dalla zona dischi, dove operavo, e li lasciavo in prossimità degli scaffali (sempre esigui) dedicati alla letteratura scandinava. Gialli esclusi, si intende.
Vendevo Dagerman con lo spirito opportuno, credo. Non si possono vendere libri di Stig come si farebbe con il divertente pamphlet di un saggista simpatico o con l'opera prima del simpatico ragazzo con cinque editor sotto il culo.
Vendi Dagerman, potresti dunque vendere anche te stesso. Non sei ambizioso come il ragazzino simpatico, non sei il libraio con le sopracciglia stirate che pensa a prendere appuntamenti con lettrici complicate dal fascino magnetico.
Se vendi nel modo giusto libri di Stig Dagerman, è probabile che tu sia atteso da qualche resa dei conti, che qualcosa nella tua infanzia sia magma o melma, e che il futuro non sia per te un viaggio deluxe o la vagina accogliente della madre di tutte le promesse. Gli ambiziosi non possono leggere Dagerman. Nemmeno venderlo. Dagerman è un privilegio degli uomini esposti alla parte di luna che non sorride a comando; Dagerman è insonnia, dubbio, sigarette sotto i portoni, amori gonfi sotto la pressa del tempo, Dagerman è abisso con il vizio della libertà, teorizzata molto e vissuta a scampoli.

Vendevo Dagerman e a modo mio, molto mio, sono sparito anche io. Per rinascere altrove, con i capelli brizzolati, diverso e messo in discussione più dalle assenze che dalle presenze.
Un altro libro di Dagerman lo acquistai a Bologna, in una bella libreria. Tre anni dopo, tornandoci con una persona diversa, non trovai più la libreria. Al suo posto, aveva aperto l'ennesimo ristorante. Sorrisi, duro e arreso. Chi vende Dagerman corre i rischi del destino altro, quello che sceglie forse le porte per impulso e non per calcolo. E si sa, gli impulsi vanno spesso a sbattere contro i mutamenti esterni. Contro le barricate della notte, quelle di base, quelle che non sono un film da raccontare.

Qualche mese fa sono andato -l'ho fatto spesso- a trovare mio padre. Non al cimitero. Lì non vado mai. Sono andato a trovarlo dove lavorava, in quella strada, sotto quella che era la sua finestra. La sua ditta non c'è più da anni, ma io ricordo perfettamente la finestra dalla quale si affacciava per dirmi di salire.
Ho scelto allora un giorno di pioggia, ho preso un pacchetto di sigarette intonso, e sono andato da lui. Senza salire, naturalmente. A volte sono scenico, ridicolo. E così non ho usato l'ombrello. Mi sono bagnato. Ho fumato lo stesso. Per strada ho osservato pigramente delle persone che si affrettavano per evitare la pioggia. Una coppia si stava praticamente lasciando sotto il palazzo dell'ex ufficio di mio padre. Ho guardato i loro occhi esasperati, poi ho cercato altri punti. Mi piace andare sotto quella finestra. Da solo, senza dover dare spiegazioni. Neanche alla versione aggiornata di me stesso. È un lutto ordinario da riordinare nelle giornate di pioggia, magari dopo aver letto Dagerman, avvolti in quella nuvola azzurra e pece che erano le sue parole sull'assenza. Finché gli esseri umani crederanno nella risoluzione delle assenze, avremo sempre un mucchio di imbecilli tra i piedi. Le assenze non sono un rebus, un cruciverba. Il piacere sessuale non le rimodella, la maturità o presunta tale non le ripropone in vesti più caritatevoli. Ogni assenza è una madre venuta meno alle carezze dovute, fiamma che si fa vertigine, stanza vuota dove le preghiere non possono respirare.

Da molto tempo ho appuntamenti con le cose che finiscono.
Ne sono consapevole. Ho imparato che non puoi cercare di incerottare le incoerenze fissandoti con gli occhi delle donne, con le poesie che non vuoi scrivere, con la musica che riempie altri spazi forse già saturi, ma che ha il riserbo di ogni arte che si rispetti, quello di non sbavare troppo sui fogli bianchi della notte.
I libri di Dagerman mi hanno insegnato ad aspettare il mio turno d'insonnia senza protestare. Li ho acquistati sempre in posti che sono svaniti: come se li avessi prelevati dai miei sogni di bambino, o da quel ciarlatano senza testa che imponeva un ritmo ai miei amori.
Ma ogni vuoto che non sia vanità decadente ha un suo ritmo interno, sacro e immutabile, che giocoforza prevede la consapevolezza del dolore senza l'obbligo scenografico.
Le parole che mi sembrano più belle mi sfuggono sempre dalle mani, dalla testa, si sciolgono al primo trucco di pioggia o di silenzio, sono come i giocattoli che le mamme dimenticano nelle ville comunali. Giocattoli irrecuperabili, per emozioni cresciute di peso e di ombra, per uomini che ricordano solo parti di quei racconti sciocchi sulle terre promesse.
Ho imparato a non dormire troppo, con Stig Dagerman. Pagherò anche questo, in riva al mare o sotto una finestra, e comunque con la musica una volta tanto messa in pausa.

Luca De Pasquale 2016

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