31/08/16

Giochi di polso sull'amore


Non ho mai capito la necessità di collegare la lettura dei libri all'amore. Non ho mai condiviso quel bisogno isterico di “ritrovarsi” per forza nelle parole dei libri. Ricordarsi di sé non significa trovarsi. E questo vale anche per l'amore.
Penso che non potrei mai innamorarmi di una scrittrice.
Penso anche che non mi sono mai innamorato di chi parlava troppo d'amore; è come quando arrivi alla terza caramella di fila e ti viene il voltastomaco.
Senza amore siamo perduti”: questa è una frase da problemi intestinali. Proviene forse proprio da quegli sforzi, da quello stato di nebbia del pensiero che sembra trionfare quando la regolarità inizia a fare difetto.

Lo scrittore Cadmo Zantraglia posta una foto del tramonto con cotale didascalia: “Non perdiamo un solo momento d'amore, per favore”.
Commenti estasiati di donne agitate, di uomini fragili e sensibili sotto le festività, lui che poi tace e si gode l'eco.
Non vuoi perdere un solo momento d'amore? Non ti resta che andare a masturbarti: scegli una delle quaranta che ti hanno scritto commenti, per le tue fantasie.
Schizzati caldo sulla pancia e pensa al tuo prossimo racconto, da condividere a morsetti sui social.

Chi parla continuamente d'amore e sentimenti con enfasi, chi ostenta quell'ipersensibilità isterica verso i gesti plateali di passione e incontro, quelli sono miei nemici.
Che siano scrittori o meno. Se sono scrittori, sarà certo peggio.
Non perché io sia immune, non perché desidero esibire un finto distacco: è così proprio perché l'amore mi ha fatto a pezzi. Da sempre e forse per sempre, inevitabile, beffa karmica, persecuzione, pensatela come volete.
L'amore mi ha fatto dimagrire, mi ha fatto fumare l'impossibile, mi ha gettato nudo in vasche di ghiaccio e silenzio, l'amore mi ha regalato l'insonnia e una memoria che è cilicio, discarica, cimitero di panna, grattugia, Satana e nostalgia. Canzoni e autodistruzione, sesso veloce e suicida, scritti inutili, trasparenze macchiate, telefonate mute. Altro che immune.
Solo che poi si sceglie. Si sceglie di smetterla con la pomposa celebrazione delle lacrime, si accetta la scena inquinata del passato, delle voglie, delle maledizioni personali.
Non credo alle mollezze e non considero il cuore come un atleta da rimettere in forma per obbligo sociale. Gli obblighi sociali, tra i quali purtroppo un certo tipo di scrittura rientra, mi fanno ribrezzo oggi più di ieri.

Forse la libertà che un uomo può arrogarsi in maturità è quella di non chiudere gli occhi nel parco delle statue silenziose, che niente più sorvegliano e nulla intendono tutelare, in materia onirica e emozionale. Libertà è ammettere di essere colato a picco tante volte, molte di più di quanto l'orgoglio vuole riconoscere, troppe rispetto a quanto si è creato e lasciato in termini d'eredità amorosa. Nei libri non cerco parole d'amore. Nelle amicizie rifiuto l'ambiguità prevedibile dell'amore lasciato nei cantucci e nelle dispense con la porta semichiusa. Mi rifiuto di trascrivere poesie di Hikmet con una bella scena à la Robert Doisneau. Mi rifiuto di scrivere -e un tempo lo sapevo fare- roba che funzioni da magnete per chi ha deciso di perdersi solo qualche mese o un paio d'anni.
Io mi sono perso e basta. Non ricordo più nemmeno quando. Ho ritrovato una persona diversa, non migliorata e non peggiorata. Mi sono ritrovato e ho pensato subito a quell'immagine che amo tanto, una nave all'alba che non suona, non si annuncia, che non vuole foto, una nave che ha bruciato la sua sala passatempi per costruire un altare di vento, un semplice buco di vetro nel quale lasciar filtrare il tempo che stringe, soffoca e ama per inerzia l'attimo seguente.

Io non sono una crociera e non sono uno scrittore da identificazioni studiate. Non sono affatto il mio modello, semmai sono un mio demone. So come evitarmi, come aggirarmi e poi darmi lo zuccherino quando la febbre si trasforma da esaltazione in brividi non carezzati.
L'amore mi ha sempre fatto tanta di quella paura da non aver potuto far altro che lasciare alla sua distruzione il compito di riempirmi di contenuti, tutte le volte che fallivo i miei dannati aggiornamenti.
Entità gigantesca l'amore, quasi onnipotente. Ecco perché mi fa schifo leggerne panegirici, definizioni, ricettari, opuscoli descrittivi. Conosco quel rasoio nei giorni di pioggia, nelle notti stupide, quando torni a casa e ti illudi di aver infilato un cappello sulle smanie. Conosco quel rasoio che sagomava gli abbracci in cui ho creduto di più.
No, non leggo d'amore. È nauseante, come lo sono i tanti sensitivi che trascorrono i minuti della loro vita a spiegare come hanno anticipato la potenza delle passioni e hanno quindi saputo gustarla meglio e più a lungo.
Quelli sono miei nemici.
Non ne ho pochi, di nemici. Per fortuna, molti di loro nemmeno lo sanno, come si addice ai piccoli.

Luca De Pasquale 2016


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