14/08/16

"Chiamami Tiger Woods"


Vagare per la città e forse per la vita con uno zaino di sogni infranti sulle spalle è pornografia dell'anima. Inutile costruire altri scenari possibili. Inutile che alcuni scrittori sfruttino in questo senso il business della nostalgia ordinata.
L'ordine è una piovra molle. La serata in pizzeria è imbarazzante. Stiamo lì a raccontarci fregnacce, ognuno si prodiga con “io sono”, “io faccio”, la pizza al sapore esotico sembra di cartone, io fumo e alcuni commensali ostentano quella tossetta infastidita tipica di ex fumatori rompicoglioni e salutisti.
Queste serate dove l'amicizia somiglia ad un salvavita difettoso mettono a dura prova la mia pazienza, il mio stile asciutto, spartano, di pensiero esistenziale.
Sul tavolo ci sono più cellulari che mani. Gli uomini sono stupidi. Sì, perché alcuni di noi continuano a guardare la ragazza che serve ai tavoli, immaginando che quando smonta si trasformi in una regina del sesso. Io, invece, penso che si addormenterà stanca e forse domani dovrà andare al comune o a fare una visita.
Si continua a fare elenchi. Elenchi di gusti, di religioni, di titoli di libri, di dischi, di abitudini, di animali domestici, del sesso in ceralacca matrimoniale. Questo è il nostro confrontarci.
Ma la luce fuori è irreale, come se tra le nuvole di agosto si stesse svolgendo una battaglia tra dei e demoni. Una battaglia che farà male a qualcuno.
Hai letto il mio libro di poesie?”, chiede Giacomo ad un altro che conosco poco.
Hai letto il mio libro di poesie?”
Questa domanda tendenziosa circonda la nostra tavolata estiva, la odio da subito, mi angoscia, mi costringe, mi irrita. Non puoi chiederci se abbiamo letto le tue poesie. Non lo chiedere. Abbi ritegno. Le tue poesie non mi sono necessarie. Non lo vedi il cielo? Gonfio di demoni, di punizioni, di luci che si inseguono per annullarsi, per fare partita nulla e non pioverci addosso. E tu ci chiedi se abbiamo letto le tue poesie. Non sta bene, non si fa.

Mi alzo da tavola. Non ho fame. Li lascio con il loro pesce fritto, le pizze simpatiche, i tiramisù e i loro dei e le loro donne. Vado a fumare una sigaretta di fronte ad una chiesa chiusa. Vedo il cancello appuntito ed arrugginito che la circonda, a stento riesco a distinguere la croce in cima. Alla mia destra, in un vicoletto buio, una coppia si tocca. Con la coda dell'occhio vedo che lui la spinge contro il muro, muovendo il bacino. Sono vestiti. Ci sono dei turisti tedeschi alla mia sinistra, un bar di paese listato a festa, un uomo con i capelli alla Califano parla al cellulare dietro di me. Mi sento oppresso. Avrei dovuto lasciare la mia quota a tavola, senza salutare.
Guardo il muro della chiesa, ancora. La sigaretta è amara. Dov'è Dio? Dove cazzo è Dio?
Non nei miei sogni. Non nella mia memoria. Non nella mia storia. Non negli alberi in fiore e nelle navi che partono. Dio non è il mio orologio a muro, di notte, quando non dormo e sogno lo stesso.
Stanotte mi piacerebbe avere qualche vizio di troppo. Sarebbe più coerente spingersi oltre, essere meno attenti alla parsimonia, alla propria apparenza tranquilla.
Non credo e non mi affido. Non sono capace neanche di contare le briciole, di una fede.
Poi, tra la folla, riconosco la mia ex compagna di liceo Gaia. È con un uomo e con due bambini. Sarà il suo nucleo. Non ho voglia di salutarla. Non voglio stringere la mano al suo uomo faccia di culo. E non so fare lo scemo con i bambini. Ricordo che a Gaia piacevano Lucio Dalla, Bruce Springsteen e i ragazzi molto impegnati con le occupazioni studentesche, che a me invece stavano sulla punta del cazzo. Sempre.
Le piaceva, alla bella Gaia, un ragazzo con i capelli a pecora, figlio di un notissimo avvocato, che amava citare Togliatti, Berlinguer e (se non ho inquinato i ricordi) Truffaut e forse Deleuze. Quel babbuino si sparava tante di quelle pose. Quel ragazzo era da tosare ed era un mio nemico giurato. Ci guardavamo in cagnesco, io e il pecorone. E a lei piaceva assai, quel viziato figlio di papà. Ricollego le cose: se le piaceva un idiota del genere, suo marito sarà una nullità anche accentuata.
Lancio la sigaretta finita verso i due amanti alla mia destra. Lui spinge come se scopassero. Ridicoli. Si sborrerà nei pantaloni, un ricordo dolce e salato di una notte d'estate dove Dio è poco più che l'insegna di un bar.

Torno a tavola. Il mio corpo è elettrico, ferito come un serpente con troppa memoria e senza coda, la vista dei miei commensali mi lascia indifferente. Stanno parlando di viaggi. O forse di computer. O delle loro famiglie. Abbiamo tutti quasi cinquant'anni.
Se quella cameriera scopasse uno di noi, ci cavalcasse, forse verremmo subito, dimostrando che siamo dei relitti che fingono di avere la situazione in mano. Ma in mano abbiamo poco, siamo eccellenti e pleonastici nell'esibire quello che abbiamo racimolato fino ad ora, in termini di affetti, professione, soldi, contatti, gusti, luoghi visitati.
Non siamo veramente fatti per le passioni. Siamo dei borghesi frustrati, capaci di sentirci bene se il cazzo ci tira ancora e per un bonus sul conto, ma non siamo tagliati per una trascendenza obiettiva.
Vogliamo vedere solo Dio e i suoi immaginifici cocchieri. L'angelo caduto ci piace solo in letteratura, quando vogliamo fare i profondi.
Mi rendo conto che procedo per demolire e non per conversare.
Guardo in faccia quello che ho di fronte, un consulente alberghiero che vota per i Cinquestelle e ha tre figli.
Lo immagino con la ragazza dei tavoli. Sono perverso. Lo immagino chiederle con voce impostata: “Mettimi un dito in culo e chiamami Tiger”
Perché, scusa?”, chiederebbe lei.
Perché amo Tiger Woods. Mettimi un dito in culo e parlami di te mentre lo fai”
La notte è una comparsata di demoni elettrici come i temporali. La metà sono nel mio stomaco. Non conservo. Analizzo, fermo, elimino, vivo.
Sogno da sveglio, e se scrivo riacquisto il nome che tenevo lontano.

Luca De Pasquale 2016

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