16/08/16

Blues di agosto per Patrick Dewaere

Perché nel cervello d'un coglione il pensiero faccia un giro, bisogna che gli capitino un sacco di cose e di molto crudeli”
Céline, Viaggio al termine della notte

Quella sera, all'aeroporto, tornando da un fallimento annunciato, mi tornò in mente Patrick Dewaere.
Il suo volto dolente e il suo fare da gaglioffo, le sue movenze stralunate, nervose, il suo umorismo parossistico, infantile e tenebroso.
Se Alain Delon, a causa soprattutto di Jean-Pierre Melville, è l'icona del cinema che amo di più, Patrick Dewaere è l'attore dal quale mi sono sentito più rappresentato, che ho respirato di più.
Su un giornale letterario, molti anni addietro, scrissi addirittura un racconto che si intitolava “Come Patrick Dewaere”.
Attore feticcio, maschera trattenuta di sensibilità insopportabile, Patrick mi tiene compagnia -con i suoi non pochi film, considerata la prematura scomparsa- da quasi trent'anni.
Non mi inoltrerei in un territorio saggistico su Patrick, lo hanno fatto in tanti e soprattutto dalla Francia, con più fonti, proprio perché il mio rapporto con questo attore dotatissimo e infelice è più che altro di natura esistenziale, c'è tra noi una sorta di fratellanza che è incomunicabile all'esterno.
Série noire” di Alain Corneau è il mio secondo film della vita, dopo l'ovvio “La prima notte di quiete”. Ma anche “Beau-père” di Bertrand Blier e “Un mauvais fils” di Claude Sautet. In queste tre pellicole, nella mia considerazione, Dewaere riesce alla perfezione (davvero: la perfezione) a tratteggiare personaggi perdenti, scorticati vivi, destinati alla notte, incoerenti e impulsivi, i personaggi che amo. E nei quali, nel puerile gioco delle assonanze, mi riconosco quasi sempre.

Questi film e Patrick mi hanno insegnato, sin da ragazzo, ad accettare una natura capricciosa, solerte nei naufragi e pigra nella conservazione, tendente alle deviazioni continue, in un'assurda sfida al restringemento sistematico della carreggiata.
Hanno sublimato quel sentimento acerbo che mi tormentava, “perché dopo ogni gioia il vuoto diventa così nitido, così avvolgente, quasi erotico?”
Già. Perché mi sentivo più adatto agli addii che agli inizi, morbosamente attento ai pezzi mancanti e quasi indifferente verso l'oggetto finito, faticosamente costruito, rafforzato, tutelato.
Per certi sentimenti non c'è bisogno di quella psicologia tipica degli ignoranti, fatta di collegamenti azzardati ed elementari, alla perpetua ricerca dell'evento traumatico scaturente, pericolosamente confinanti con i giudici di “Forum”, con le canzoni dei finti rapper italiani, con gli analisti in perizoma mentale che si incontrano ad ogni angolo di strada. Quelli andrebbero eliminati fisicamente. Ma quelli hanno la pelle dura, con le loro schifose certezze che finiscono ad istoriare costose biblioteche domestiche, quelle certezze che impediscono alla pistola di sparare, al profilattico di bucarsi, alla follia di prevalere nei momenti di sconforto.

Il sentimento di perdita continua, di clessidra truccata, lo sguardo abile a contare le ombre nelle case vuote e piene ma incapace al contempo di valutare seriamente un abbraccio, quelle sono maledizioni personali. Non guariranno. Non guariranno mai. Sono parte di quel difetto di fabbricazione che rende il sole una guest star per accogliere il quale occorre una dose di coraggio aggiuntivo, di stordimento, nella chimera del deragliare come salvezza tascabile, veloce. Veloce come la consumazione da una puttana.
Sin da ragazzo, la doppia D è fondamentale per il mio immaginario, per le emozioni che provo, per le ritirate più avventurose, quelle in cui speri di perdere il più possibile per sentirti -con una strana felicità- il reduce che desideravi.
La doppia D è naturalmente rappresentata dal binomio Dagerman-Dewaere. Quel che mi attrae, con cui familiarizzo da sempre senza alcuna difficoltà, è la sensibilità, la fragilità di questi due eroi personali. L'epilogo suicida della mia doppia D non ha attinenza con la devozione, se non altro solo in parte. Il romanticismo violento di Dewaere, la ricerca profonda e debilitante di Dagerman, quelli sono elementi che hanno rafforzato -una volta tanto- il sentimento di vicinanza, di compatibilità.
Per molti, personaggi come Dewaere e Dagerman emanano una forza tragica e forse patetica; il loro dramma umano ed intellettuale è considerato patologico, estrinsecazione di personalità negative e inadatte al godimento della vita. Con questo ragionamento ad esclusione, a compartimenti stagni, atto a sancire una differenza etica tra chi guarda avanti e chi invece è destinato al respiro rantolante degli abbandoni, si palesa l'ennesima e sfiancante operazione di buonismo e recupero di ogni stilla di luce caduta dalle tasche, dagli occhi, dal destino stesso.
Io, da sempre, protesto. Non condivido.
Amare l'aspetto più visibile e tangibile (quasi misurabile) del vitalismo non può comportare la metodica ricusazione di individui creativi, visionari, vitalisti più di tanti accumulatori di respiri e intarsiatori di cornici. Non si possono discutere Céline, Genet, Hamsun e tanti altri geni perché “impregnati di negatività”.
La negatività dei singoli individui permette, a differenza delle masse sopraffatte dall'oppio indistinto di precetti e regole, di poter scegliere la distanza dagli stessi, una distanza indolore. Il caos, l'anarchia, la notte, il disordine e il dolore dell'individuo sono un atto privato che non sporca gli abiti bianchi delle damigelle, intellettuali e non. Non c'è altro su cui discutere.
Il sistema dice che i miei incubi privati non sono i tuoi. Non ti chiedo di condividerli, di comprenderli, di andare alla radice; non ti chiedo di guarirli, di renderli schizzo d'arte o di sperma, non ti chiedo di scrivermi la migliore stele funeraria, non ti chiedo di amarmi fino al termine del mio disordinato viaggio.
Non ti chiedo di condividere il mio approccio, le mie propensioni, la mia fedeltà ai rinunciatari: chiedo piuttosto il rispetto, la distanza non sdegnosa, chiederei -ma è impossibile, forse- una maggiore curiosità verso quelli che di albe hanno scelto di vederne solo una parte.
E dunque Dewaere e Dagerman (e moltissimi altri) sono responsabili di una porzione di sensibilità indifesa che mi sono guardato bene dal proteggere e bardare per le battaglie più crudeli. Perfetto così. Senza barriere si dura certamente meno, ma certi brevi panorami sono il risarcimento, sono quei momenti in cui puoi pizzicarti il braccio o la gamba e dirti “sono ancora qui, è dura, non mi tirerò indietro. Quel che sia”
Sono momenti senza prezzo. Il giardino fiorito dei fortunati è così esatto e cromaticamente armonioso da darmi solo il voltastomaco. Ho bisogno fisico dell'improvvisa latitanza, del brivido da fachiro dell'illusione smontata, ho bisogno di svegliarmi di notte senza appigli, restare incredulo per qualche minuto, trovare un crocifisso spento, un pacchetto di sigarette, un bacio, un foglio di carta sul quale la mia grafia mancina tentava una sorta di felicità.
Questo è un blues per Patrick Dewaere. Anche per me stesso. Per chiunque si trova -beffardamente- più a suo agio nel ritrovarsi negli attimi in cui l'ombra non si allinea, stona, sbava, implora stupido amore ai passaggi a livello chiusi da qualche sostituto di Dio.

Luca De Pasquale 2016























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