23/08/16

Anarchia, fantasmi e cessi pubblici


Il mio orologio segna le quattro e cinque minuti del mattino. Mi sento come se mi fossi sbronzato, ma io non bevo. Lo stomaco è sottosopra. È l'ora dei fantasmi e dei demoni, quindi dovrò alzarmi.
Mi piace alzarmi all'ora dei fantasmi, inseguirli per la casa, stanarli, riportarli al petto come medaglie. Mi piace fare cannibalismo con i miei spettri, è un banchetto che poi mi calma, mi dosa, mi stira di nuovo.
C'è chi è allegro, solare, ottimista, fiducioso e quant'altro. Auguri e figli maschi. C'è chi non lo è affatto. Chi ha altri ambienti, altre storie, altre prospettive.
Ho smesso da molto tempo di preoccuparmi di apparire uno con il fiore e il sole in bocca. Io in bocca non metto mai niente. Per nessun motivo. Solo sigarette. Ho il mio onore da difendere. La mia sobrietà, che spesso è sinistra. Alzo tutte le tapparelle, apro le finestre, preparo il caffè, in salotto sposto qualche oggetto secondo il nuovo gusto della notte.
Per mezz'ora sto alla grande. Perché, nella stupefacente lucidità del buio e del silenzio attorno, mi rendo conto di non avere padroni. Forse non è virtù, solo un caso fortunato. Ne avrò presto di nuovi, è ovvio. Ma non luciderò loro le scarpe. I padroni mi fanno sempre venire strane voglie. Divento crudele, come sanno essere crudeli i piccoli. Divento pretestuoso. Penso a sedurre le loro donne senza poi toccarle. Esasperare le cose. Da ragazzo mi dicevo che certe vendette non hanno neanche bisogno di pretesti. Se tu pensi di darmi ordini, io farò in modo che la tua donna finisca a fantasticare per me, a toccarsi per me mentre tu dormi al suo fianco. Come un maiale stanco, come un portafogli sul comodino, come il quadro smunto di quel tuo parente morto.
I morti nei quadri sono quasi sempre orribili e il culto di quelle immagini ferme e giallognole è oltraggioso, da codardi. I morti andrebbero onorati con il movimento, con le azioni, non con le parole enfatiche e le nostalgie, che poi finiscono per somigliarsi tutte in una tragedia contenitore alla portata del primo che passa.
Alle cinque e un quarto decido di preparare il mio cinema dell'alba. Voglio guardare l'alba con la stessa partecipazione che proverei per uno dei miei film dell'anima, quelli che sono capace di rivedere venti volte in un anno. Lo spettacolo dell'alba mi inchioda, mi zittisce e soprattutto mi serve. Sbaraglio le energie negative, altro che yoga, altro che riti magici. Energie negative che però, a differenza di quanto è in voga oggi, non disconosco. Le energie negative sono fondamentali, e invece gli uomini ne sono terrorizzati. Talmente terrorizzati da detestare anche quelle -quasi sempre innocue- degli altri.
Quante volte ho sentito questa frase: “Ho allontanato quella persona, era molto negativa”. Ma davvero? Se picchiava la gente, uccideva o rubava lo capisco; ma finivo sempre per accertare che si trattava di “impressioni”. Magari non dormiva, non pregava, non esaltava lo spirito degli uomini, magari leggeva libri cupi. Per il certificato di “uomo negativo” oggi ci vuole poco, pochissimo. Basta non essere allineati per finire nei gangli della censura ideologica, emotiva, la piccineria bigotta del bene conclamato è sempre dietro l'angolo a scaccolarsi ed emettere sentenze sommarie.
Le scorciatoie ideologiche sono una delle tante oscenità dell'uomo moderno. Che siano di natura religiosa, politica o ridicolmente personale, le scorciatoie ideologiche qualificano l'uomo per quello che spesso desidera essere: un servo immerso in una vasca di precetti, abiti mentali, tic e scaramanzie da vecchie beghine. La cabala ci fotte ogni giorno. La paura di perdere quello che abbiamo maturato come “pensiero opportuno” ci rende delle troie che vogliono passare per signore dell'alta borghesia.
Chi abbocca ci sposa, ci chiede un figlio, accetta i nostri bagliori animali sotto le spoglie del sesso, ci carezza mentre dormiamo, ci cura quando siamo ammalati.

L'alba arriva. Sono qui. Non ho paura. Non quella che mi hanno suggerito, almeno. Se sarò in gamba troverò il piccolo hotel di luce, la riserva di sole e ossigeno di cui mi parlano tutti. Altrimenti finirò divorato dai fantasmi, e non sono nemmeno certo che saranno i miei. Cosa importa? È impossibile opporsi al destino. Ecco perché l'anarchia -uscendo dal mero significato politico che attribuiamo a questa parola così fraintesa- è l'unica strada percorribile. Altro che religioni e decaloghi, l'unica strada per il mare è l'anarchia. Se mi dessero da gestire una religione da seguire, fallirei certamente. Non ci sono tagliato.

Quello che scrivo è spesso malinteso. Eppure, credo che la chiarezza sia una delle mie poche doti accertate. In pochi hanno voglia di uscire dall'equivoco (che mi rendo conto di non voler disbrigare io, ci mancherebbe) tra voce narrante e persona dietro. Avere un blog porta questi equivoci: perché il blog è considerato, senza sfumature di sorta, il diario personale. Il diario della verginella, il diario di Heidi. Diario un cazzo. Dai.
Il blog, più che altro, per uno scrittore significa pubblicare pensieri e storie che per scontati motivi non sarebbero mai comunque diffusi. Poi è chiaro che si devono pubblicare anche libri. Le due cose si armonizzano, se uno non si lascia sopraffare dall'ansia e da quella smania penosa del consenso evidente.
Poi, è chiaro che qualche volte voce narrante e uomo dietro finiscano per confondersi o perdersi in un incesto. E gli incesti sono un'altra cospicua parte dell'orrore, nel paese delle persone dabbene.
Per espiare solo una minima parte delle mie colpe, svelerò due particolari di nessun interesse. Il primo è che soffro davvero d'insonnia. Il secondo, riferendomi a questa nota, consiste semplicemente nell'ammettere che certi pensieri fetidi, se mi sento costretto, chiuso, braccato, li posso fare davvero. Tutti fanno pensieri sordidi, ma l'educazione ricevuta impone il silenzio e il buon gusto. Può darsi che sia vero, che non troverei infimo sedurre la donna del cattivo padrone o del fottuto caporale di turno.
La mia morale è saltata parecchi anni fa, è saltata in aria con una carica di dinamite che non ho infilato io nel buco del mio respiro. Non è stato nemmeno uno dei miei tanti spettri ad hoc. Diventando demagogico e banale, posso solo dire che è la società a farci diventare dei cessi pubblici, delle controfigure o delle scariche di contraddizioni senza capo né coda.
L'ho accettato: la mia morale è un moncherino incenerito, ci sono alcune ore del giorno in cui sono consapevole di non avere alcun limite.
So che questo porta con sé un grande rischio: che la mia storia sia breve.
Per questo mi godo tutte le notti. Senza mai pensare alla prossima.

Luca De Pasquale 2016








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