27/07/16

Spingi, prega, vendi, godi, riconosci, muori


Non ho mai amato le fantasticherie sentimentali. E, tutto sommato, neanche quelle erotiche di alta impraticabilità.
Diversi anni fa, in una fase di desiderata solitudine e di stimoli passati sotto una pressa, mi imbattei in una ragazza molto fantasiosa che -pare- leggesse le mie cose.
Vincendo una violenta ritrosia ad entrare in contatto con chi sta dall'altra parte dello schermo, accettai una specie di corrispondenza via mail. Mi accorsi subito che quella persona mi stava idealizzando. Non poco. Non sarei mai potuto risalire ai motivi di quelle aspettative, e una notte, leggendo una sua mail particolarmente “poetica”, conclusi amaramente che non sapevamo nulla l'uno dell'altra e non ci sarebbe stato alcuno sviluppo. Non poteva esserci, non aveva senso. Io avevo già il mio inferno giocattolo a disposizione da svariato tempo. Le mie geografie, le mie sconfitte e i miei maledetti rimpianti, né più né meno del mio vicino, del salumiere e del collega del primo piano.
Il senso di realtà mi ha sempre impedito quei voli pindarici imbevuti nel ridicolo che sembrano così indispensabili per tenersi a galla, così decisi che avrei interrotto quella corrispondenza. Ma, mentre cercavo le parole adatte per non risultare scioccamente crudele o altero, lei mi scrisse ancora, proponendomi questa volta qualcosa di prossimo al “sesso via telefono”.
Sesso al telefono? Non lo farei neanche con me stesso. Rimasi sconcertato. Non che la cosa mi scandalizzasse. Mi scandalizzano molto di più l'ipocrisia affettiva, l'autostima bruciata che finisce per irrorare i genitali in una spasmodica e penosa ricerca del meraviglioso e del volo, la monogamia sbandierata come virtù grata al Creatore, l'hockey d'alcova, con il dischetto che deve per forza entrare da qualche parte, in qualche porta. Il sesso in tenuta da combattimento fa schifo, è roba per casi persi.
La proposta della ragazza mi infastidì molto. Mi immaginai gemere al telefono con una voce da castrato e da sciroppato, e provai un brivido di orrore autentico nell'immaginare la mia mano scendere in un'altra delle parti del mio Inferno privato.
A tredici anni, la sera tardi aspettavo che i miei genitori andassero a dormire e poi mi piazzavo davanti al televisore con i fazzolettini di carta in bella vista, pronti all'ovvio uso. Mica potevo regredire ad uno yo-yo del genere. Non al telefono, con una che non avevo mai visto e tantomeno immaginato sul serio.
E poi, che cazzo ci saremmo mai detti di vero e di nuovo?
Quasi nulla è nuovo nel sesso. Purtroppo la cosa vale spesso anche per l'amore. Abbiamo un codice di sopravvivenza civile che regola il nostro amare ed il nostro fottere. Le nostre fantasie più sconce, laide, apparentemente indomabili e uniche sono comunque sotto accertata codifica. C'è poca speranza di volo libero e notturno: è chiaro che saremo catturati e smembrati pezzo pezzo con la stringente logica dell'ottuso giudice di turno.
Le risposi che mi sentivo lusingato -e non era per niente vero- ma che declinavo l'invito per motivi che non mi andava di esaminare con cura. Di certo, non insieme.
La sua controreplica arrivò qualche ora dopo, gelida, e trasportava rozzamente tentativi neanche celati di irrisione e disprezzo. Ricordo una frase: “Dici di essere uno scrittore, ma non hai nessuna fantasia. Sei banale. Io pensavo che il tuo dolore non fosse banale, ma ora mi ricredo. Sei un bluff e segui il mio consiglio: smettila di giocare a fare l'eroe esistenziale. Sei solo fuffa, solo ed esclusivamente fuffa”
Rilessi due volte la mail. Poi accesi una sigaretta e feci andare un disco dei Los Amigos Invisibles a tutto volume. Uno dei pochi gruppi con un suono realmente erotico e levigato, ma profondo. La ragazza c'era andata giù pesante. Non era la prima volta che una donna mi vomitava addosso una serie di studiate crudeltà; non sono mai stato misogino, ma ho sufficiente esperienza da poter dire che una donna risentita è una macchina da guerra, a volte incapace di fermare in tempo il processo di “elementare disgusto” di prassi in questi casi.
Ma non mi sentivo in colpa. Non ero io che avevo caricato il fucile. Il mio era addirittura vuoto e di costruzione cinese, con tanto di tappetto rosso. E non mi sentivo affatto l'eroe esistenziale. Ma che eroe ed eroe. E poi, non avevo nemmeno dichiarato con supponenza di essere uno scrittore. Non è che se uno pubblica qualcosa è uno scrittore sempre, anche quando mangia, caca, prega, ama, distrugge o muore. La scrittura non è una medaglia al valore e non serve ad irretire altro che frammenti di notte, non le persone.
Mai avuta una presunzione simile. Mi sono solo illuso qualche volta -ed è ancora così- di poter assoggettare ai miei circuiti interni qualche scena, qualche partenza, qualche addio e scintille confuse di divinità discontinue e all'atto finale mendaci.
Non ci vuole nessuna fantasia per fare del sesso al telefono. Ti piazzi una mano nelle mutande, fai la voce roca, chiedi di farti qualcosa, annunci cosa stai per fare tu, finirai per insultare la controparte per farla eccitare duro, e naturalmente tu dirai, senza che il ridicolo gigantesco ti sfiori minimamente, che hai un membro enorme pronto all'uso, uno dei due giganti inutili della tua mania di vivere. L'altro è l'ego. O forse la memoria. Non si capisce bene.
Poi, forse, lei viene. Tu magari sei già venuto. Fazzolettini per terra. Come quando avevi tredici anni. Non una sola luce di profondità nel raggio di isolati e chilometri. Una solitudine immensa, gelida come i rimorsi dimenticati, dopo che hai svuotato l'uccello in una stanza in penombra. Con la proiezione di una donna, non di più. Ve ne fottete a vicenda se siete vivi o morti. Titillare la fantasia e cacciare quattro gocce di disperazione distante non ha mai aiutato nessuno.
La vera perversione è la mania di vivere e continuare. Una scelta che ferirà sempre qualcuno. È inevitabile.

Luca De Pasquale 2016




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