16/07/16

Sigarette di raccoglimento e cassa dritta


Mi rendo conto che fumo sempre di più; mi sa che sono intorno ai quattro pacchetti al giorno. Fumare sigarette è ormai l'unica manifestazione di autentica libertà della mia esistenza. L'unico atto al quale aderisco interamente, con tutto il mio essere. Il mio solo progetto.
Michel Houellebecq

Fumare per me è un gesto sacro e non un rituale.
Quindi, all'incirca, compio il gesto sacro una ventina di volte in una giornata. Un tempo era di più.
Non sono pentito di fumare e non me ne vergogno. Non ho nessuna intenzione di smettere. Lo so che fa male, lo so benissimo; come quasi tutti i fumatori.
Rispetto alla cosa ho un atteggiamento alla Serge Gainsbourg o alla Houellebecq, anche se ho letto che quest'ultimo pare abbia adottato quell'orribile e ridicola sigaretta elettronica. Fatti suoi. Io non lo farei.

La sigaretta è per me anche un momento di raccoglimento, di riflessione e di ponderazione. A volte, durante una fumata, mi passa tutta la vita davanti in circa sei minuti. È quasi eccitante, perché sono poche le cose e le fasi realmente omesse nel trattamento. Fumare mi distende, mi focalizza, mi allontana da quello (ed è ancora tanto) che mi disturba. Un momento solitario di crescita e di rielaborazione.
Non ci sono ex fumatori, nemici del fumo o salutisti che tengano, quando devo fumare non posso fermarmi e non bado particolarmente all'etichetta.
Lo so che è scortese alzarsi da tavola prima di tutti, chiudersi nell'angolo più remoto di un terrazzino, confinarsi sulla stessa skyline della tazza del cesso, ma io devo fumare.
Mi piace fumare durante i temporali. Quando sono insonne. Appena mi sveglio, quattro secondi dopo il primo sorso di caffè. Mi piace fumare quando ascolto, quando parlo mi è necessario. E non è per quella rivoltante storia della disinvoltura, che si tramanda goffamente da anni. Parlo e muovo le mani, come tutti gli uomini del sud. In una delle due mani ci dev'essere una sigaretta. Se a qualcuno crea problemi, allora mi allontano senza nessuna obiezione, ovviamente. Ma non rinuncio. Non ci penso neppure per un secondo.

La mia dipendenza -che mi passo per buona da sempre- ha creato diversi incidenti diplomatici, prediche senza nessuna speranza di andare a segno, ha convinto qualcuno a non venire più nelle mie tane, ha spinto qualche millenarista catastrofico a predirmi un futuro tumore ai polmoni. È anche capitato che qualcuno mi desse dello scostumato, quando dicevo “ora scusa, ti lascio un attimo per una sigaretta”. Magari stavamo nel pieno di un discorso. Appunto per quello dovevo farmi la bionda.
Durante l'ascolto della musica e l'esercizio della scrittura, il fumo è addirittura una componente imprescindibile dello scenario. Non so scrivere senza fumare. Un buon disco, poi, si gode di più tra volute di fumo, possibilmente senza troppa gente attorno.
Quanto poi ai rituali d'amore, già in troppi hanno scritto sull'argomento. Prima, dopo, eccetera. Ognuno faccia quel che vuole in proposito, partendo dal presupposto che fumare durante è alquanto scomodo, quale che sia la posizione scelta. Rischi di ingoiare la sigaretta o di ustionare l'altro essere vivente che ha accettato di inoltrarsi nel sesso con te.

La sigaretta prima di andare a letto è quasi poesia.
Se lo spazio è sufficientemente aperto, conviene fumarla a picco sulla notte, possibilmente con addosso un senso di strafottenza per quel che è e sarà. Troppi programmi per il giorno dopo fanno più male che fumarsi un pacchetto e mezzo in un pomeriggio. Almeno, con il fumo sai con cosa ti stai soffocando, e sei tu che decidi.
D'estate fumo meno volentieri, per ovvi motivi climatici. Però, ho memoria che le sigarette mi hanno salvato parecchie vacanze, visto il mio sconsiderato hobby di collezionare brandelli di ferie che iniziavano con le migliori premesse e finivano con morsi, vendette, silenzi riottosi, sciocche accuse di pochezza e totale incompatibilità esistenziale, uno dei mali del secolo.
Idem dicasi per i compleanni. Alcune feste di compleanno sono state uno stillicidio inutile ed una tortura. Le mie in primis. Il giorno dei miei quarant'anni è stato di una tristezza colossale, perché al fondo del mio cuore non me ne fotteva niente di farci su una festa. Piovve tutto il giorno. Delle persone coinvolte nella soirée, non ne frequento più neppure una.
I rapporti interrotti -non in accezione coitale- sono una delle mie più fragranti specialità. Sono doc e dop su questo. Naturale. Disinvolto come un cinquantenne con la panza che balla un pezzo deep house senza neanche sapere di che musica si tratti. E quelli sono davvero disinvolti. La deep house, lo dico sempre, è profondamente liberatoria. Ti fa muovere (ovviamente con la sigaretta in bocca è infinitamente meglio, chiaro), ti fa scatenare come un ebete, con quei bassi rotondi e quelle tastiere gocciolanti, ti misura il corpo come un righello e te lo lancia, con tutte le sue imperfezioni, nel solenne vaffanculo del momento. Senza regole tra i piedi. Le tue e quelle degli altri. Bassi corposi, di gomma, paglia in bocca, sudore sulla pancia e nell'inguine, tendenza a sessualizzare il pensiero, empatia che vale come saliva, e soprattutto tutta quella boria intellettuale di merda che finalmente scompare, come dopo un'epilazione.

L'accoppiata sigaretta/cassa dritta mi è sempre servita per allontanare lo spettro scomodo e scivoloso dell'autoindulgenza intellettuale. Ho portato il mio corpo smilzo e la mia storia da middle class a spasso per feste sonnolente e di volgarissima eleganza. Non me ne fregava un cazzo di parlare di libri, di artisti concettuali e di progetti per il futuro. Men che meno dei figli degli altri. C'è un solco devastante tra chi ha prole e chi no. Un solco che si vede ad occhio nudo, e che le abitudini, le necessità, le esigenze divaricano fino a stracciare il disegno dell'amicizia o della buona creanza.
Oggi, che sto invecchiando e non poco, sono ancora più favorevole ad una sana animalità silenziosa, preferendola a stucchevoli cenacoli di “teste parlanti” e “imprenditori dell'opportuno”, categoria che andrebbe cancellata dalle prospettive di socializzazione di chiunque.
Non si parla di Beckett mentre lo stereo spara le selezioni di Dimitri From Paris o dei Groove Armada. E non illudiamoci che parlare di esistenzialismo con una sigaretta in bocca ci avvicini a Camus. No, non somigliamo a Beckett, a Otto Dix e nemmeno a Camilleri. Siamo noi. Sempre compressi in un reticolo di cazzate sul savoir vivre tramandate oralmente con spirito improvvisativo quanto meno discutibile.
Ma l'oralità è una cosa seria. La bocca andrebbe impiegata nel migliore dei modi. Anche se riesco a costruire correttamente una frase di senso compiuto, ho capito che è infilando una sigaretta nella mia piccola bocca che posso illudermi di qualche trascendenza e, soprattutto, di avere un minimo potere sulla notte e sul mio destino.

Luca De Pasquale 2016










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