04/07/16

Scrittura al neon


Una volta, qualche anno fa, appena uscito da un ristorante mi venne un nodo alla gola. Mi muovevo a fatica, e non per quel che avevo mangiato. Una specie di nostalgia indefinita mi prese alla sprovvista; iniziai a sentirmi irrequieto, insofferente, smanioso di sciogliere la compagnia, la situazione, e di zittirmi.

Sensazioni simili le ho provate in tutte le occasioni in cui era previsto che io potessi durare, come presenza, qualcosa in più di un incidente o di una casualità. La compagnia delle persone esaurisce velocemente la sua carica vitalistica, mi sfugge tra le mani, ci sono altri richiami, altre luci, altre apnee.
Basta poco, che mi distraggo e tendo a sottrarmi. Ormai ci ho fatto l'abitudine.
Le luci al neon, per esempio, hanno su di me un ascendente incredibile, sono una convocazione spettrale che non so rifiutare e che mi porta a cancellare gli attimi in corso e quelli attesi a breve. Anche le case disabitate mi attraggono; le stanze spoglie, i luoghi abbandonati, i vecchi alberghi, i posti della mia adolescenza che non valgono più, che sono chiusi, vietati, deturpati.

Sono sempre a caccia di attimi che somiglino, in qualche modo, all'idea di quiete che ho costruito giocoforza.
Il vento alle sei di mattina, sul balcone. Quando c'è, perché perderlo?
I moli e le banchine la poco dopo l'alba, le prime partenze, i volti dei pendolari nottambuli, la direzione delle loro labbra per la gravità della stanchezza, per la pazienza e anche la perdizione.
La musica compatta, liquida e flessuosa, al centro della notte. Non prima e non dopo. Dev'essere proprio il centro della notte. Preciso. Per me il centro della notte si determina così: dev'essere troppo presto per dormire e troppo tardi per sognare. Quanto al vivere il momento, non puoi dominarlo e non puoi fermarlo, corri comunque, sei fottuto a prescindere.

Stanotte è passata una nave illuminata sullo specchio d'acqua che si può vagheggiare, parziale ed obliquo, dalle mie finestre. Ho guardato. Solito senso di nostalgia senza smarrimento.
Stamattina, dopo aver preso un caffè in un bar nuovo, sono finito con lo sguardo e il resto della mia dannata nostalgia in un balcone abbandonato, che sembrava quasi in procinto di crollare. Probabilmente, una casa disabitata da anni. Ho ignorato il sole e mi sono concentrato su quella visione decadente. Senso di nostalgia, sirene, silenzio e mutismo. Tutto armonizzato per pochi minuti.

Ma sono innumerevoli le cose che mi aggrediscono con quel profumo strano di vita mancata, o superata, o sperata senza consapevolezza.
L'odore della febbre nelle vecchie sciarpe.
Le luci di Natale in lontananza, in notti di pioggia. Le sagome degli alberi accesi dietro finestre sconosciute.
Quanto al conoscersi e all'innamorarsi, è sdrucciolevole, beffardo. Sono attimi concreti ma anche gassosi, aerei, impraticabili; sono attimi che sembrano volerti scavare dentro una tana per nascondersi. E quindi farsi smarrire. Per poi produrre ossessioni, insicurezze, disegni sinistri di tracce condannate a non incastrarsi, a non risultare nel registro delle azioni realmente compiute.
Non è una questione di pragmatismo, di senso della realtà, di maturità e di altre grottesche fesserie sulla bocca dei saggi.
Il sentimento dell'assenza, la scultura del proprio abbandono in tempo reale, il richiamo al mai e al non più sono sensazioni tattili, persistenti e discriminatorie. Condizionano il tuo cuore. I tuoi gesti per catturare le code dei minuti e delle possibilità. Un gioco al massacro, vittorie di Pirro camuffate di sogni. La letteratura non è un rifugio adatto per maree così chirurgiche e crudeli. Per troppi la letteratura è uno sgabuzzino di ambizioni mal calibrate ed un cesso pubblico di impulsi. E dunque il mare arriva, sì, ma per distruggere e spazzare via. Chi pensa che i libri possono trattenere e trattare i maremoti è un illuso. È già morto.

Quando qualcuno mi domanda “e tu cosa scrivi?”, mi sento sempre come invaso, costretto a fare luce sul buio che ho sparpagliato con tanta cura. L'oscurità mi interessa enormemente. Non solo la mia, anzi. La mia oscurità è banale e inquadrata come collaboratrice regolare. Impossibile per me trovarla minimamente attraente.
Quello che mi piace sono i punti luce nel buio. La luce da sola è un'oscenità. Il bianco sparato è il mio omicidio interiore. Il sole estivo senza ostacoli è una forma di arroganza, di presunzione, una scontata ostentazione vitalistica priva di chiaroscuri. La luce al neon mi piace sempre, tranne che negli ospedali. Ospedale per me significa morire, incartare un lutto e riportarselo a casa per lasciare che i propri demoni lo sbranino. È sempre stato così. Mi hanno comunicato la fine di un mio affetto, ed io ho dovuto portare quel senso di dissesto eterno a casa, per vegliarlo il minimo, sfamarlo, santificarlo inutilmente e poi lasciarlo sbranare.
Perché tutto mi sfugge ed io lo so, lo sento dentro, quanta luce mi perdo. Probabile che io sia un fiore del sottosuolo orientato alla luna e alle maree con artigli di schiuma, ma è più probabile che io sia semplicemente un tenebroso stronzo con qualche stratagemma.
Mi interessa quel che catturo, non l'eventuale abilità dei miei occhi.

Ora sono tranquillo, scrivo in un pomeriggio di vento e di gentilezza generica. Mia, degli altri. Sembra non ci siano demoni in giro. Sembra che io possa rispondere “presente” al primo curioso più intraprendente. Mi muovo piano e secondo le mie intenzioni. Queste sono solo poche righe, dopo fumerò una sigaretta. Non ci sono accenni di nostalgia negli odori e nell'identificazione visiva degli oggetti e dei loro contorni. I miei lutti dormono. La mia sciocca irrazionalità è sedata.
Eppure, so che qualcosa mi sedurrà all'improvviso: un punto luce, uno scorcio ridotto alla portata dello sguardo, un odore per strada, probabilmente un luogo abbandonato. Che mi suggerirà storie sepolte, dimenticate, da non narrare, da non idealizzare. Storie che io non c'ero e non ci sarò. Catturerò pochissimo, parti finali di stelle convocate da una qualche oscurità.
Sono solo un punto luce, luce fredda, brace di sigaretta e scrittura al neon. Senza eroismo, senza insegnamento, senza edonismo e senza perdono divino.

Luca De Pasquale 2016









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