10/07/16

Piccola scrittura blu vomito davanti al mare


Ho scritto quasi tutti i giorni della mia vita. Le notti, anche di più. Ho scritto anche nelle pause pranzo al lavoro, alle fermate degli autobus e della metro, ho scritto aspettando qualcuno o dopo avergli detto addio. Ho scritto sotto l'influsso del dolore disordinato, della noia e dell'insofferenza, ho scritto tanto per stupire che per fare schifo.
Ho scritto per suggerirmi come new entry esistenziale, ma anche per allungare le mezze ore -e anche meno- del sesso in serpenti di luce e nostalgie che rendessero elettrizzanti le settimane, i mesi, le malattie.

Ho scritto per odio manifesto. Per rendere disciplinata la mia anarchia. Ho scritto perché ho sempre pensato che i matrimoni, le comunioni, gli anniversari, le feste di campagna e le cantate attorno al fuoco sono robaccia.
Ho scritto per illudermi di essere dandy anche quando mi trovavo inguardabile. Come molti, ho scritto anche per tenere a bada il nichilismo e le sue spire mercenarie.
Per fortuna, non conservo quasi niente di quel che ho scritto in più di trent'anni. Poco materiale supera il vaglio della notte. Molte parole non uscivano dal rancore. Da geografie ed abitudini personali. Da letti macchiati, affetti sputati in faccia, da aggressioni sventate di una piuma e autodistruzione comoda.
Molti scritti iniziavano bene e poi si perdevano. Pazienza zero. Lampi accesi e metodo tramortito, tutto da buttare nel cesso.
C'è gente che conserva mie lettere. Non scrivo lettere da anni ed escludo di scriverne di nuove. Le lettere sono sempre figlie di un momento, amanti di un odore, troppe volte, madri di massacri annunciati. Oppure sono souvenir privati di ogni sacralità. Ho scritto anche a donne che non amavo. Per puro esibizionismo, probabilmente. Raramente ho scritto la verità rispetto a quel che provavo davvero, perché come molti che scrivono so essere una merda se la situazione lo richiede. Alla fine siamo dei mercenari, giriamo per gli uffici con gli specchi nascosti anche nelle mutande, nelle camere del suicidio e dei colpi di teatro, nelle nostre bocche pronte a dire “sì, mi farebbe piacere pubblicare con voi...”

E poi, tutto quell'amore che ho vomitato scrivendo... possibile fosse autentico, sincero? O volevo solo qualcuno che mi reggesse la testa? Vice-madri, controfigure di madri, attrici stanche, madri vicarie, madri di una primavera, amiche disinvolte e affamate di madri evitate, distratte madri di una notte, pazienti compagne non spaventate dall'esercito di incubi rintanati nei gesti più semplici.
Ho mentito spesso, scrivendo. Altro che purezza. Purezza un cazzo. Ho indirizzato la storia, ho oliato il meccanismo, ho chiamato le marionette e poi i caratteristi, ho finto indignazione, ho simulato l'eroismo da baita dei coglioni solitari, ho avuto il coraggio di descrivere un orgasmo come un momento infinito e sensato come il palpitare stesso della vita. L'ho scritto, pur pensando e sapendo che quello è solo un movimento da rettile cui hanno appena mozzato la coda, che continua a muoversi come un giocattolo macabro nella stanza delle fedi affidabili. Ho scritto dell'epicità dei sentimenti proprio nei giorni più sporchi, quando non volevo assumermi alcuna responsabilità emozionale, ma proprio nessuna. Volevo piacere, morire e percorrere la notte. E poi l'inverso. Volevo che mi promettessero l'amore per sentirne la mancanza e stracciarmi quel che serviva.
Per dare cibo a quella bocca da squalo che è la mia voglia di scrivere incidendo organi e tessuti, pretendevo che mi si deludesse, mentisse e tradisse. Ed intanto tradivo io, con quella farsa dell'eternità anche solo supposta. Mai creduto. Credo solo nella linea del mare che è il liquore dentro il bicchiere, nella testa, nell'anima svenduta più volte. La linea del mare è l'unica verità per me. Non la posso contenere e quindi morirò. E dunque mi tranquillizzo. Voglio scrivere su un lago, in silenzio, ma morire davanti al mare. Senza saggezza, però.

I miei insegnanti di italiano, alle medie e al ginnasio, mi esortarono a scrivere, a continuare, a trovare una mia dimensione, un mio ruolo. Non mi dissero però che si mente anche quando si scrive. Continuamente ed in modo molto doloroso. Scrivere d'amore spesso è tradire e tradirsi; per questo non ne scrivo mai, o quasi. Scrivere di morte e di degrado invece svela presto il suo banale trucco: è sperare. È chiedere stelle ad un cielo muto senza il coraggio della preghiera.

Ho già stipulato con me stesso il patto della scrittura per quest'estate. Rigore, disciplina, orari di poca luce e pochissime distrazioni. La musica giusta ed un armamentario sacro e sadico a pochi centimetri dalle dita: matite, sigarette, tazze, pugnali, souvenir che ho rotto e infangato, santini decollati dall'uso, goniometri a forma d'inferno, tana e letto. E poi specchi oscurati con abiti di persone che non incontro più, che forse mi chiamano solo quando le dimentico e rimuovo il debito emozionale che ho con loro. Baci che ho rimosso lavandomi la faccia, labbra che ho staccato radendomi o scattandomi insulse foto, madri che ho frainteso, mandato allo sbaraglio e la cui impossibile pace è uno dei pretesti della mia scrittura.
Il tentativo dell'amore su carta è un atto di infima superbia. E rinuncio sempre più convinto, aumentando i giri delle parole fino a soffocarmi e ricordare com'è, soffocare chiedendo le stelle.

Luca De Pasquale 2016














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