09/07/16

Nosferatu tra i broccoli, gli scrittori di successo e quelli in coda per un suicidio casuale


Lo diceva mio padre. “L'estate caccia il peggio dalle persone, tra rumori, vanità, superficialità e pessimi odori corporali”
Sì papà, effettivamente è una stagione del cazzo”
Perché devi sempre ricorrere al turpiloquio? Lo sai dire in ben altro modo, no?”
Sì, ma io...”
Cerca di moderare il linguaggio, in genere. Lo dico per te”
Va bene, papà”
Ci fai una miglior figura”
D'accordo, scusa”
Comunque l'estate fa davvero schifo. Non vedo l'ora che arrivi settembre”
Questo colloquio avvenne -e si ripeté quasi ad ogni entrata dell'estate o solo del caldo- ai primi di luglio di un anno in cui dovevo avere intorno ai sedici anni. Ora non so che anno fosse e se era vero che avevo sedici anni.

Ieri sera ci hanno dato dentro, nel circondario. La cosa peggiore era un karaoke disgustoso in un parco privato adiacente al mio. Poi, una cena rumorosissima di una comitiva (di adulti) su una terrazza. Ridevano trivialmente, le loro battute erano pessime e di grana grossa. Parlavano di lupini, di vongole, di calcio, di sesso. E ridevano. Il più esibizionista di tutti, che mi sarebbe piaciuto guardare in faccia, ad un tratto ha urlato: “E se poi mi danno l'Oscar, che fate?” Giù risate atroci.
L'Oscar te lo faccio vedere io, tutto su per il culo”, ho biascicato, mentre ero intento a lanciare la mia sigaretta dal balcone. Avevo mal di testa, c'era pochissimo vento, ma ero comunque felice perché, non si sa come, avevo ricordato di voler acquistare (e rileggere) “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe, un libro fondamentale all'interno della narrativa inglese moderna e non solo.

Poi mi sono seduto a terra, sul balcone, e ho guardato le stelle che non c'erano. Cielo troppo sporco di smog e afa. Mi sono seduto come facevo da ragazzo. Ore e ore a guardare il cielo e a riordinare i pensieri. Mi è venuto da ridere, a pensare come molti considerano la vita di uno che scrive, diciamo anche uno scrittore.
Non si esce da due immagini stereotipate: quello di successo, quello che vende, che ce campa, per intenderci. Costui è inserito, conosce un sacco di gente, e magari è stimato anche dai nemici, se ne ha. Piace alle persone dell'altro sesso e non solo. È spirituale, ma fotte. Come tutti quelli che dispongono del magico equilibrio tra spinta sociale e dimensione privata. Insomma, lo scrittore “okay” fotte con l'anima a posto, sistemata a scaffale accanto ai suoi libri. Forse è capace di fottere pensando al prossimo libro. Di sicuro è un sognatore -questo dice la gente che tira le somme- ma ha anche senso pratico, è uno che ha reso la sua arte riconoscibile e riconosciuta. Guadagna discretamente, è laureato anche se non lo è, potrebbe insegnare qualsiasi cosa e può contare su un team di giovani apprendisti che prima o poi scriveranno libri al posto suo. Questa è la prima figura stilizzata.

La seconda è orribile. Lo scrittore non di successo, quello che stenta, quello che sopravvive. Male e con le occhiaie, come gli adolescenti che si masturbano troppo. Lo scrittore non di successo ha fallito sicuramente in altro, dicono quelli che tirano le somme. Ha problemi economici, è un sognatore poco pratico, ha un cattivo rapporto con la realtà. Quasi acclarato che avrà vissuto qualche ineffabile trauma nella prima infanzia. Probabile che lo scrittore non di successo sia un intellettuale di sinistra fallito, che provi un'invidia devastante per chi è sulla cresta dell'onda, che faccia lezioni private di italiano nella provincia depressa e che scriva cose marginali e trascurabili su qualche blog dal nome fantasioso e non irresistibile.
Lo scrittore non di successo, negli anni quaranta e cinquanta, finiva per suicidarsi. Lo dice chi trae le somme. Prima o poi lo scrittore che non funziona si fa schizzare il cervello sul muro. Comunque, che abbia trenta anni o quasi cinquanta, è senza dubbio un grottesco nerd. Magari ha accanto una donna che con santa pazienza tollera i suoi noiosi racconti, le sue aspirazioni testarde, quegli aborti che nascono solo per morire ed affrettare il tempo dell'addio da trafiletto in cronaca cittadina.

Guardando il cielo estivo, mentre quel bastardo continua ad invocare l'Oscar, mi dico banalmente che non appartengo a nessuna delle due categorie. Non saprei dove collocarmi, e questo si distingue chiaramente nei miei colloqui monosillabici con gli sconosciuti. Sono svogliato, molto svogliato, quando mi chiedono cosa faccio. Ancora peggio se mi chiedono cosa sogno. Anzi, in questo caso mi offendo, sì, finisco per offendermi. La parola “sogni” alla mia età ha un retrogusto strano, di lattice bagnato, di verdura che puzza, di angeli sterminati per gioco, di disperazione cocktail.
Odio i toni mistici. Odio anche i mistici.
Cosa sogni? Dimmi cosa sogni”
Fatti i cazzi tuoi”
Scostumato, animale”
Sì”

Ho conosciuto parecchi scrittori. Di entrambe le categorie ed anche fuori quota. La maggioranza erano infrequentabili, supponenti e di un narcisismo debordante. Mi sembrava che la loro anima potesse essere raffigurata come una top model con residui di broccoli sui denti sbiancati. Questo era l'effetto. Movenze feline e anche ferine, belle parole, dito sotto il mento, cuore acceso nella cassa toracica di risonanza, culto del cazzo prezioso nascosto a stento dalla patina di profondità esistenziale, sgangherata autocrazia e comportamenti diseguali, incoerenti. A seconda del successo riscontrato; uno scrittore di prima classe finisce per cercare i reietti della seconda classe quando le cose gli girano male. Mai fidarsi. Non appartenendo né alla prima né alla seconda, mi sono scampato molti schizzi.

Non so, non posso saperlo, che tipi fossero Osborne, Sillitoe, Braine, Kingsley Amis, che sono tra quelli che preferisco da sempre. Di John Osborne si diceva che era un infimo maschilista; Harold Pinter era invece un fedifrago e fu quasi accusato di aver fatto morire la moglie prima del tempo a causa dei suoi continui tradimenti. Del resto, “Betrayal” è un lavoro grandioso, mi sa che lo doveva aver esperito di persona, il vissuto della pièce.
Ma io non sono, purtroppo, Braine o Osborne, né mi credo la loro tardiva reincarnazione napoletana. Il contesto sociale è imparagonabile a quello della loro epoca. Il tessuto esistenziale è addirittura la nemesi del loro, per certi versi. Eppure, stanotte guardando il cielo mi sento a tutti gli effetti un “angry young man” che per inerzia non è entrato in nessuna delle microcategorie assegnategli per pigra definizione.
Mentre lancio la seconda cicca per strada come un teppista e il conclave di superficiali abbronzati da terrazza continua a fare caciara, mi rimprovero. Sì, e anche molto. Mi rimprovero di essere poco comunicativo e tendenzialmente pigro nel tramandarmi -anche per un'infarinatura veloce- al prossimo mio.
Svicolo. Mi chiudo nei cassetti o conquisto la luna. Ma non sto mai al gioco. E non rispondo mai secondo le domande che mi vengono rivolte, mai con apparente coerenza.
Non mi piace questionare, cavillare, rivendicare, ritagliarmi a spallate lo spazio, probabile che non mi piaccia neanche conquistare. Riesco solo a preoccuparmi di non avere fili di broccoli nei denti o pezzi di bresaola sulle labbra, o magari la camicia bagnata sotto le ascelle. Mi occupo solo del mio concetto, squadrato e farraginoso, di decenza.
Le foto, poi, le detesto. Da piccolo non facevo che fuggire. Quando mi dicevano di soppiatto “Luca, sorridi!” avevo solo voglia di non chiamarmi Luca e di poter contare le stelle per fatti miei, mettendo ordine tra i faldoni freddi della mia contabilità emozionale.

Ho contestato il mio nome più e più volte. La mia faccia, anche. Quel che scrivo e penso, sempre. Implacabile e violento. Ho contestato i miei maestri, ho attribuito broccoli in bocca anche a loro e li ho bruciati sulle terrazze estive come il peggiore degli amori, quelli caratterizzati da un solo orgasmo decente e quella indecorosa paura di soffrire per niente. Ho chiesto ai miei genitori e ai miei amici di non stimarmi per partito preso, ho sempre chiesto di non essere amato per quel che sembravo promettere o rappresentare. Ho sminuito la mia gentilezza, umiliato il rispetto serioso che ho sempre avuto per i sentimenti puliti, mi sono divertito a far spuntare giacimenti di letame tra i fiori. Ho minimizzato l'amore che ho provato, ho reso sterile e pubblica la sofferenza autentica di una rinuncia, ho convertito in lotta esplicita il rancore destabilizzante dei tradimenti. Quando posso, mi faccio cattiva pubblicità e cerco di sbagliare il passaggio finale. Mi sembra più umano. In fondo, la tensione verso la vittoria annulla i migliori momenti di sospensione, li spalma, li attutisce, forse vanifica la stessa idea iniziale.

Capita che io incontri qualcuno che mi parli a lungo di “buon lavoro”, di “ottime cose”, di “splendida iniziativa” ed è allora che torna l'incubo visivo dei broccoli nei denti. Altro che vampiri e la decadente bellezza del Nosferatu di Herzog più che di Murnau. Da bambino, quando mi chiamavano per entrare nelle foto dei matrimoni e in quelle delle riunioni domenicali di famiglia, dopo aver sperato a lungo di essere dimenticato cercavo di non guardare le facce di molti, temendo quell'effetto “broccoli” che sembra perseguitarmi anche adesso. Le belle scene, non so chi lo ha detto, esistono proprio per essere rovinate, sabotate. La seriosità delle celebrazioni finisce per invocare un elemento di rottura, che nel mio caso si identifica con i residui dentali dell'amara verdura.

Alle due di notte il karaoke è finito, tragicamente, tra gli applausi. La cena dei peracottari pure si è conclusa, tra lazzi e frizzi, neanche da tanto. Una donna aveva chiesto al tipo da Oscar di scattarle delle foto un po' scollacciate. Ridevano tutti. C'è puzza di carne arrostita, di cosce che si sfregano, di aliti caldi e della notte finita in uno sfiatatoio occluso.
E mò stasera che mi sono messa il vestitino nero e mi si vedono le cosce che mi faresti? Ti piacciono le cosce, eh... quattro mesi che vado in palestra...”
Marì, non mi provocare... sono ancora giovane... io se voglio... ENTRO”
Ah ah ah”
Mamma mia che risate! Sì proprio 'nu personaggio!”
Decido di andare a dormire. Mi piace pensarmi come il Nosferatu di Kinski, ma chi può giurarmi che non sono diventato un broccolo girato verso la notte?

Luca De Pasquale 2016












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