31/07/16

Non lubrificato


Freestyle no styles free except da radio
But the radio controlled by the sucker move
Who moved away got away after plannin' a getaway
An now he want to play what he want to play
An got say on what is bumpin' of course he's gettin' somethin'
Never know what's good to tha neighborhood
Swear I never seen da sucker
In my necka da woods
The ass is connected to the brain stem
So I sing a simple song
So you can see the sucker in 'em

Public  Enemy – How To Kill A Radio Consultant

Parlo con uno e ho la sensazione che si associ l’età alla pace.
Lui collega i concetti di socialità e successo. Io non l’ho mai fatto. L’uno non garantisce l’altra.
Lui vuole la claque, la crew. Io invece non trovo la cloche.
Lui vuole una madre, una santa accanto e mille puttane di contorno. Ma gioca a fare il femminista. L’animalista. Il sensibilista. Lo scrittorista con il sacro fuoco. Il napoletanista. Il librista. Il salvalibri. Il comunicatore dell’urgenza di leggere.
Mi parla di una libreria come un altro potrebbe parlarmi di un club per soli uomini; mi dice che in quella libreria “si sente il profumo di libri antichi” e a me sembra che parli di sesso. Già. Lui è sensibile. Lo userà come segnalibro, come i petali essiccati.
“Ma come è possibile che tu non sia mai stato in quella libreria? È un posto meraviglioso…”
“Compro i libri sulle bancarelle oppure on line”
“Proprio tu?”
“Proprio io”
“Non ti manca il contatto con un libraio in carne ed ossa?”
“Non ho di queste perversioni erotiche”
“Qual è l’ultimo libro che hai letto?”
“Un saggio su Paul Schrader, uno sul rap francese e Philippe Djian”
“Tutti e tre contemporaneamente?”
“Sì”
“E non sei stato in quella libreria? Lì hanno di tutto”
“Anche io ho di tutto”
“Che arroganza”
“Ho tutto quel che credo e penso di voler leggere al momento”
“Da lì usciresti carico di meraviglia, te lo giuro su Dio universale”
“Non esco più carico di meraviglia dai tempi della prima visita militare”
“Non dirmi che ti molestarono?”
“Ma figurati. Mi fecero sollevare i testicoli. Mi vergognavo”
“Tu? Tu che ti vergogni?”
“Mi vergogno di molte cose. Funziona. Ti consiglio di vergognarti un po’ anche tu”
“E di cosa, scusami?”
“Di tutto il consenso che cerchi. Ovunque. Con chiunque. A tutti i livelli. Sprizzi voglia di essere approvato da tutti i pori. È imbarazzante”
“Ma scusami Luca, ma come ti permetti? Chi ti credi di essere?”
“Uno stronzo a caso. Come te, del resto”
“Io non penso di poterti consentire…”
Eccoci, siamo al redde rationem, penso. Un'altra conoscenza che prende la via dell’inferno. E invece no.
“… mannaggia, e come ti piace scherzare, a te”
Resto interdetto: “E cosa ci vuoi fare”
Una pacca sulla spalla, una sigaretta insieme, e il nostro inutile incontro finisce. È così difficile accettare che tra la maggior parte di noi non c’è niente, nemmeno mezzo sentimento, mezza suggestione, che si finisce per esorcizzare continuamente.
La finzione regola il gioco delle finzioni. È di prammatica. Come per la storia del desiderio sessuale, che la società continua ad abbellire di dinamiche, contraddizioni, attimi prima ed attimi dopo, inattesi innamoramenti, ripensamenti spirituali e grotteschi sensi di colpa.
Non so. Non mi sento lubrificato interiormente a sufficienza per accettare una tipologia usuale di compromessi cortesi. Preferisco la durezza dei fatti. Non è nemmeno realismo. È necessità di tavole di legno piuttosto che di letti vaporosi. È che ho accettato molto presto, tanto tempo fa, l’idea che anche l’esaurirsi di qualcosa ha un suo preciso senso e addirittura fascino. Non ho mai capito perché ci si intestardisce tanto con roba che ci è finita tra le mani, negli occhi, persino nei sogni.
L’amore non corrisposto, per esempio, non è poesia: è una cosa molle e schifosa che andrebbe debellata. E anche chi riesce a scardinare le resistenze della persona amata fino a farla capitolare dopo anni, è quasi sempre un coglione autoreferenziale che non ha saputo guardare altrove e rinnovarsi.
Il tempo è pochissimo. Gli attimi sembrano costellazioni, ma durano meno dei fiammiferi. Esitare e sperare vuol dire frenare. Ci fottiamo di speranze e cerchiamo pure qualcuno con cui parlarne a lungo. Non funziona.

Ma anche il mio cinismo è fasullo. Ed è il risultato di sogni che hanno scelto stelle fredde e santuari vuoti. Baciavo il vuoto prima di me o il fuoco subito dopo il mio passaggio. Ho chiesto abbracci nelle notti sbagliate. Quando mi sono fidato, poi mi sono sentito un bambino stupido, viziato ed anche credente. Quando sono uscito dalle mie notti per uccidere e fare pulizia, mi sono trovato davanti persone inermi che si preoccupavano sinceramente per me. Ho rimpianto l’amore della famiglia più quando dovevo vergognarmi di qualcosa che quando avrei potuto, invece, dare qualche gioia. Questa è la vigliaccheria insita nei rimandi alle protezioni, alle benedizioni, alle presenze date per scontate e poi perse senza neanche il bagaglio interiore necessario per dare il via alla disperazione più utile.
Non ho bisogno di un concetto di famiglia che incomba su di me come una salvezza a forma di alabarda. Non ho bisogno di persone che mi consiglino librerie o posti carini caratterizzati da cultura, coraggio intellettuale, profumo di fica vera o presunta, pari grado dello spirito che alla fine ti rompono solo i coglioni con le loro castrazioni morali.
Certi giorni, mentre scrivo, mi dico che la mia statura morale è solo un’idea assurda. La statura morale in genere. Trampoli, stuzzicadenti, peli pubici all’impiedi, palafitte sullo sterco, templi di giava e di rosmarino, lingue in bocca e profilattici alle erbe, niente è statura morale che resti lì dov’è. Sarebbe come pensare che il sesso finisce con l’orgasmo: e invece inizia proprio sulle ceneri del piacere, dopo che ti sei mosso come un ragno schiacciato da un giornale, nella terrificante indifferenza di Dio. Lì comincia il vero sesso: quando rischi di non voler continuare. Dopo il piacere, l’ho sempre pensato, l’abisso sembra un vicino di casa. Banalissimo e verissimo.
Non ho statura morale. Nessuna. Né nano, né gigante. Nessuna cosa giusta da comunicare. A volte scherzo a fare la persona per bene con il jazz, altre volte ballo come un cazzone dell’house poderosa, poi mi perdo nella polvere del funk, nella violenza iconosclasta dell'hip hop "conscious". E c’è sempre qualcuno che mi riporta la mia carta d’identità. Purtroppo. E quindi rischio l'autotune.
Ringrazio allora chi me la riporta, lascio che si allontani, guardo la piccola foto e le note distintive e sento quella piccola vergogna che si prova quando non ci si conosce. Non sto vivendo come la mia carta d’identità avrebbe voluto.
Mi piace vederla soffrire.


Luca De Pasquale 2016







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