13/07/16

Non elettrico, in ruggine


Appartamenti ristrutturati. Piante ornamentali, costosissime. I poster della felicità e della compattezza nelle case dei ricchi. Stupidi cantautori impegnati ad impegnarsi.
Il gioco della fortuna e della sfortuna, la mano a dadi del talento vero e di quello sussurrato.
Cercami ed io ti cerco”
Dimostrami ed io ci sarò”
Siamo molto simili”
Ti ricordi quando?”
Negli ultimi mesi colgo solo pezzi di conversazione, parti finali di discorsi, l'ordine lessicale più che semantico delle opinioni, guardo le persone e mi sembra di stare al cinema: quale sarà la scena seguente?
Chi entra e chi esce dal quadro visivo?
E mi impressiona notare che ognuno ha un suo concetto di tranquillità, che tende naturalmente a difendere, spesso contro ogni evidenza.

Oggi è mancata la corrente per alcune ore. Mi sono reso conto di quanto si dipende dall'elettricità e dall'avere tutto perennemente acceso. Elettrodomestici, “strumenti di raggiungimento”, voci, volti, persino il movimento della nostra vita sembra andare a corrente.
Oggi, senza elettricità, ho avuto più consapevolezza del vento, che invadeva capricciosamente le stanze e lasciava vorticare la polvere nascosta. Mi sono reso conto della consistenza della mia voce, un po' intermittente, quasi squillante all'inizio e addirittura roca in coda. Per il fumo, probabile.
Oggi mi sono accorto che la maggior parte delle pentole che uso non ha colore; sono metallizzate e di vecchia foggia, sono le pentole di famiglia e non le mie. Non ci tengo alle pentole, come non ci tengo alle case.
Poi, sempre senza elettricità e fortunatamente irreperibile, mi sono diretto verso i miei capi d'abbigliamento e ho fatto una mezza strage. Tutto quello che ho defenestrato aveva un odore vecchio e antico, simbolico e scaduto. Mi piace buttare roba. Da sempre. Un rito che è un battesimo solitario di stanchezza che va a finire, senza orazioni e senza nostalgia.

Dalla finestra della mia camera si vedono gli interni di due case ristrutturate nell'ultimo mese, una di fronte e l'altra a lato. Sono pulite, bianche, organizzate per attendere i nuovi facoltosi inquilini. Non mi attraggono. Tutto troppo bianco, asettico, geometrico. Dalla mia finestra si distinguono benissimo la tazza del cesso e il bidet di uno dei due appartamenti. Sono bianchi come i denti di un cavallo da mostra. Immagino un uomo che si siede lì a cacare, con i suoi bracciali, la catena al collo con un simbolo o un'immagine votiva, i suoi boxer giovanili calati alle caviglie, la fede che luccica mentre si netta il culo, i suoi colpi di tosse di auto-imbarazzo quando ha finito. Difficile che fumi in bagno per accrescere lo stimolo. Chi si permette case pulite non fuma mai nel cesso, c'è sempre del salutismo molto ragionevole e tedioso nascosto nei sorrisi di diniego, quando capita che sei ospite e ti informi. Ma io non defeco mai a casa della gente, non porto la mia merda in casa d'altri. Porto semmai la mia distaccata educazione e la mia vocazione ai luoghi senza coperture. Sono già abbastanza ospite di me stesso per consentirmi troppe confidenze.

La corrente torna e la mia casa, la mia vecchia casa, emette tutta una serie di suoni atti a dirmi “guarda che qualcosa ha ricominciato a funzionare, puoi anche smettere di accorgerti dei colori, dei suoni e degli spazi”.
Lo stereo ha di nuovo la luce rossa. Lo accendo, ci inserisco un cd con musica elettronica notturna, morbida, non adatta all'ora, alla luce, ai sentimenti del momento. Ma non importa. Il telefono sembra un merlo impazzito, con il suo fischio garrulo e sciocco. Qualcuno dunque potrebbe, da adesso, telefonarmi.
La cosa non mi riguarda e non mi interessa. Detesto il telefono. Spesso rispondo e non parlo: non mi comprometto, non mi espongo, cerco di non assorbire.
C'è di nuovo l'elettricità e già mi sfugge il vento, il bisogno di desideri e circostanze semplici, è tutto di nuovo un richiamo, un collegamento, un disegno gigantesco fatto di prese, stimoli interconnessi, ricordi di una necessità da ricordare. Nomi, date, fatti, notizie e contatti. I famosi contatti. Guai ad averne pochi. Guai a non avere la pazienza per sembrare costanti.
Ieri sera ho cercato “La notte” di Giorgio Manganelli su internet. Fuori stampa, fuori catalogo, da cacciare con spirito di recupero. Come al solito. Purtroppo non entro in una vera libreria da molti anni, in fondo. Sono tutte succursali, cattedrali arrotondate dell'utile che ti mastica la faccia e l'anima, l'odore dei libri lo percepisco solo di notte quando leggo, insonne. Non entro in una libreria da tempo, ma non solo; ammetto anche che è davvero tanto che confondo gli scrittori con i cartoni animati, quelli di successo mi sembrano Naruto, Holly e Benji, Hurricane Polimar o un cartellone pubblicitario. Scriviamo e scriviamo, ma i nostri libri non odorano, non seminano vera tempesta e noi stessi siamo inodori, vigliacchi, siamo rilegati, siamo organizzati per indice, promozioni, recensioni e pacche sulle spalle, sempre con le unghie rientrate, come i gatti quando ti amano. In qualche modo.
Amare “in qualche modo” per molti è una salvezza. Il precipizio non è contemplato. Come nelle case ristrutturate non è contemplata la nostalgia, il disordine dei vecchi dolori e le macchie del tempo che ci rosicchia il sonno e rallenta quel comico gesto verso il piacere che ci piace chiamare vitalismo.

È tornata la corrente. Sono di nuovo elettrico. Agganciato. Ma la mia musica dentro è ruggine su una zattera, ed è destinata a piacere per poco ad un'idea di me che non ho mai capito.

Luca De Pasquale 2016


Nessun commento:

Posta un commento