22/07/16

Larry Heard e l'architettura della notte


Il 2016 sarà anche l'anno dei musicisti che muoiono uno dopo l'altro, ma è anche l'anno del ritorno all'incisione per un musicista come Larry Heard, fondamentale nella mia crescita personale ed emotiva. L'ho sempre considerato alla stregua (e di più) di uno scrittore-modello, un faro. I suoi suoni, che senza alcun tecnicismo descrittivo possiamo definire a tutti gli effetti celestiali, hanno avuto un impatto enorme sul mio approccio alla scrittura, soprattutto negli ultimi quindici anni.

Mi sono perso qualcosa di fondamentale”, mi dissi, un po' sconfortato, quando -e avevo passato da poco i trent'anni- ascoltai per la prima volta un suo lavoro. Ma arrivare tardi, a dispetto di quel che pensano gli integralisti, non significa non arrivare. Anzi.
Ho incontrato la musica di Larry Heard (che ha poi scoperchiato il vaso di Pandora) in un momento della mia vita in cui avevo proprio bisogno di suoni e linee guida per la notte. Non era semplicemente un viaggio tardivo nelle meraviglie della musica house, alla quale, lo ripeto, sono arrivato in ritardo rispetto alle giovani generazioni tecnologiche e tecnocratiche; Larry mi è sembrato da subito un architetto della notte, un dispensatore di luci ora tenui, ora profonde ed implacabili. Non solo un musicista.

Per qualche anno, anni duri, controversi, qualche volta masochisti, uno dei miei must era tornare a casa di notte e “accendere” Larry Heard. Un gesto dovuto e necessario. Poi, pazienza se si arrivava alle cinque del mattino con overdose di tabacco e di pensieri poco gestibili. Magari avevo sonno, sì, ma resistere alla bellezza mi era difficile. E la cosa funzionava anche quando Larry era “spento”. Tragitti in taxi, soste marine, silenzi dopo discorsi pesanti, il terribile lavoro mentale sugli addii e le successive lavande mentali, la scenografia di cuore e sensi in continua evoluzione, la selvaggia malinconia della giovinezza che diventa ricordo, meraviglia che rimpicciolisce, oasi di luce che si allontana dalla vista, dal cammino, per diventare stella fissa e smemorata.
Tutta questa roba, personale ma anche universale, è soggetta alla musica, e quella di Heard giungeva come un salvacondotto, una grazia laica, un flusso concreto di tregua con porte aperte. Come dovrebbe sempre essere, se si vuole continuare a vivere e non prenotare la fine con eccessivo anticipo anche sulle proprie paure.

All'epoca, i miei amici rimasero piuttosto sorpresi dall'attrazione che provavo verso la musica elettronica. Nei classici preconcetti a fin di bene che ci sminuiranno per sempre, una vera e propria condanna affettiva, io risultavo come un rocker, magari un residuo psico-politicizzato del post-punk, ma anche un nerd dotato di una memoria infallibile in quanto a date di pubblicazioni, formazioni di band e quant'altro. La propensione all'house -naturalmente non quella commerciale da pista- spiazzava alquanto. E io, come un pulcino smarrito, già adulto e per giunta venditore di dischi professionista, mi sentivo a disagio nel cercare una definizione per il genere “elettronico” che sentivo piacermi di più, prendermi per l'anima e riportarmi a casa ogni notte, anche quelle maledette, anche quelle degli amori finiti o fraintesi, anche quelle dei fallimenti annunciati e delle memorie scomposte.
E dunque, come un idiota, formulavo: deep house, ambient deep house, minimal techno, nightscape deep soulful house, eccetera eccetera. Neologismi frammisti a blande conoscenze in via di sviluppo.
Poi, non so quale giorno, ho deciso che mi ero rotto i coglioni di fare l'apprendista. Presi di peso Larry Heard e me lo sistemai al centro del petto, come un faro. Da lì, mi avrebbe irradiato la conoscenza, la curiosità, non materiale superfluo. Se oggi amo figure come Ron Trent, Carl Craig, Glenn Underground, Swayzak, Brendon Moeller, Rick Wade e mille altri, lo devo a Larry Heard.
E se sono tornato a casa sano e salvo nelle notti di rese dei conti, di incenso misto a zucchero bruciato, lo devo principalmente a quei suoni che mi facevano scavalcare e sfondare i tetti dei taxi, le finestre chiuse, la mia voglia di rompermi le corna sulle fissazioni e sulle ostinazioni, quei suoni che volteggiavano sicuri e sognanti su labbra sigillate, promesse rimangiate e lutti mai risolti, suggerendomi un'altra strada, altri estuari, altre suggestioni screziate di blu e pronte a darmi una coperta ed un abbraccio prima di dormire.

Larry Heard è tornato in questo 2016. Io non sono più giovane come pensavo, come mi piaceva pensare. Quando sono stanco, lontano dal sole, confuso sui piani, la mia età allo specchio è palese e nello stomaco si sente.
Mi sono procurato il nuovo Larry Heard. E ho aspettato, come da prassi, la notte per farlo girare. Non proprio la notte fonda, piuttosto quella luce che la anticipa e sembra accoglierla con devozione, quel blu che non esclude il nero del dopo e il rosa fuoco del prima. L'attimo prima della giusta notte.
Ho acceso una sigaretta, che come è risaputo misura le distanze e stabilisce il grado di alterazione interiore, il tasso di tregua necessaria, la sincronia del respiro con le voglie messe in pausa.
Ha funzionato. Ancora e come speravo. “Aether” è stato il punto più alto del nuovo viaggio con Larry Heard. Non so quanto sia giusto questo tipo di viaggio, perché la storia di oggi, la mia come quella generale, sembra spingere più verso tirate nevrotiche che percorsi spirituali e notturni, la pasta di Larry Heard.

Quella banale osservazione circa il fatto che non è mai tardi per imparare è vera. Come molte ovvietà, del resto. Io ho imparato in tarda età che la musica house non è solo gente che ti sbatte tette e culi in faccia, plutocrati e superficiali che ancheggiano con un cocktail in mano ed una bambola gonfiabile nel cervello; e non è nemmeno -esclusivamente- merce in mano ad addetti del settore spocchiosissimi e pericolosamente annidati in una filologia ottusa e improduttiva. Alcune branche della musica elettronica, parecchie per fortuna, sono veri e propri mondi autonomi, dotati di uno spirito che mi piace definire di “imprenditoria emotiva” e di costruzione di scenari di suono. Non solo musica per sfilate, sarebbe riduttivo; anche musica per scendere in abissi, non importa se celestiali (come quelli suggeriti e scolpiti da Larry Heard) o confinanti con un'inquietudine che necessita di un mix (parola adattissima, in questo caso) di scenografie, viatici, porti, oasi, piste, sensualità, silenzio e reiterazioni.
Arrivati ad un certo punto, è necessario saldare -anche con un semplice e innocuo riconoscimento scritto- i propri debiti formativi. E quindi, grazie a Larry per i viaggi, per i collegamenti ai suoi viaggi e alla sua creatività.
E se sul mio altarino formativo stona la sua figura accanto a quella di scrittori furiosi o indemoniati, apostati dell'autodistruzione e figure che hanno scelto la rinuncia come atto di estrema ribellione, che importa? Accanto ad Henry Miller ci possono stare gli Spandau Ballet; e credo che Serge Gainsbourg se la fumerebbe una sigaretta con Larry Levan o Jean Genet. Non bisogna dimenticare che curiosità e devozioni sono sempre imparentate con il caos.
Come l'amore. Quello, più di ogni altro attentato alla quiete.
L'importante è scendere senza paura dove il richiamo non è vigliaccheria, artefazione, odio limitato. Si deve scendere. Larry Heard è uno di quelli che aiuta.
Perché essere “deep” non significa essere “down”. Diciamolo una volta per tutte.

Luca De Pasquale 2016


















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