11/07/16

La puntina, la macchina per scrivere, il tramonto


Oggi, quando mi dicono che probabilmente avrei dovuto compiere scelte più redditizie all'alba della mia vita, mi viene da sorridere e le mie risposte sono diventate -contro ogni logica- indulgenti.
In tutta sincerità, non baratterei le mie esperienze con “ciò che avrei potuto fare”. E alludo principalmente alla vendita dei dischi, quasi vent'anni tra scaffali polverosi, mobili di ferro, vinili colorati in edizione limitata, cofanetti commemorativi, clienti pressanti, turni di lavoro spesso massacranti. Quell'esperienza è stata formativa più di quanto non si pensi. Mi ha insegnato ad apprezzare la pluralità delle voci, delle ispirazioni, dei linguaggi musicali e non solo.
Mi sono calato talmente nel ruolo del venditore da dimenticare quasi l'obiettivo primario della vendita stessa. Quello che mi interessava era la scoperta, l'approfondimento, il padroneggiare la materia il più possibile e in molteplici direzioni, apparentemente contraddittorie.
Lontano dalle mostruosità del collezionismo nevrotico, lontanissimo dall'esibizionismo grottesco del possesso, ho potuto spaziare come e quando volevo perché quello era il mio lavoro, quello che avevo scelto e sognato sin dalla prima adolescenza. E poi, un venditore di dischi non è mai solo quello: per definizione, per silenziosa prassi, è anche altro, vuole anche altro e la sua abilità sarà quella di collegare i vari mondi in gioco per farne uscire qualcosa.

Ho vissuto periodi felici, quasi di ebbrezza, ed altri duri, oscuri, da dipendente di azienda privata. E quindi giorni di frustrazioni, di competizioni inutili tra addetti sballottati come figuranti occasionali, giorni in cui l'unico obiettivo sembrava essere l'assegno da mille euro a fine mese, alla faccia dell'arte, delle sbandate interdisciplinari, dell'emozione per la ricomparsa sul mercato -sotto le spoglie di curatissime ristampe- dei dischi fondamentali tanto amati nei primi anni di consapevolezza.

Tutta (o quasi) la musica che ho ascoltato e venduto, per esempio, mi è servita per scrivere. Solo negli ultimi mesi mi sono reso conto di quanto un artista come Larry Heard, pioniere dell'house music più raffinata ed intelligente, mi sia stato prezioso anche in termini di consecutio, di costruzione, di respiro narrativo. Perché in fondo ho sempre cercato scenari claustrofobici, aiutato prima dal rock pesante, poi dal punk e dal post-punk, dall'elettronica scura e sperimentale. Artisti come Larry Heard, Ron Trent e Rick Wade, solo per citarne alcuni, hanno squarciato una parte di velo.

E, tanto per dire, come sono uscito dal bukowskismo adolescenziale? Probabilmente per merito di un nugolo di artisti e relativi dischi: Everything But The Girl, Steely Dan, Talking Heads, Prefab Sprout. Ad un certo punto, ascoltando e studiando le armonie pop, ho dovuto chiedermi ragione -e dunque implorarmi di smettere subito- di tutte le pagine attraversate da rapporti orali, esclamazioni oscene, minacce di vendetta e ripulsa, donne pronte a tutto e spesso non intelligenti (uno dei problemi etici che si hanno leggendo Bukowski è annotare la sua misoginia intellettuale).
I dischi mi ponevano interrogativi e dubbi che si espandevano naturalmente ad ogni branca della vita, ma che afferivano in numero maggiore all'espressione, alla comunicazione, alla creazione.

Certo, oggi tutti quei giorni, mesi ed anni tra gli scaffali dei negozi sono scoloriti, mostrando solo il lato più deleterio, quello della fine del lavoro. Non solo il mio personale, ma proprio quella tipologia di impiego ed attività.
Ora che ho più di quarant'anni mi sarebbe difficile andare a fare “il guaglione di fatica” in qualche catena assoggettata ai più turpi e bassi impulsi di vendita generalista. Sarei costretto, come ho dovuto fare negli ultimi anni, a vendere le compilation prodotte dalla De Filippi, le soundtracks di quei maledetti programmi di cucina e cuochismo, la nuova raccolta di remix di Ramazzotti e l'ennesimo disco postumo degli eredi sbiancati di Michael Jackson. Non credo che potrei più sostenerlo. No, non lo sosterrei.
Così come, francamente, mi sento di sconsigliare la vendita privata di dischi e affini. A prescindere dall'eterno dibattito su musica liquida e gratuita, diritti d'autore bellamente scavalcati e fruizione pigra del “facile da avere”, la verità è che le persone non sono disposte -tranne la coda di una sfortunata casta in via d'estinzione- a spendere per la musica “chiusa nell'oggetto disco”.
Perso il lavoro, infatti, ho contattato alcuni dei clienti che mi trascinavo da negozi e da anni. Dopo l'entusiasmo iniziale (il loro), mi sono trovato di fronte la dura realtà: all'invio delle mie liste, tutta roba d'importazione e di difficile reperibilità, seguivano tutta una serie di misere contrattazioni, pur di risparmiare cinquanta centesimi o al massimo un paio d'euro.
Ma se io ti “listo” un pezzo a 6,90 tu non mi puoi chiedere di fartelo a 4,90 perché lo hai visto a quel prezzo in qualche supermercato, incastonato tra pacchetti vacanze, libri popolari, chiavette USB ed altro. Io ti offro la consulenza, l'esperienza, tu con me sai che io ti vendo qualcosa che conosco e che fa al caso tuo. Non puoi deprezzarmi come al mercato delle pulci.
Poi, se mi cacci in mezzo Spotify o cose del genere, allora è chiaro che non ha alcun senso stilare liste e perdere tempo.

Sembrerà, e forse lo è, un atteggiamento nostalgico con punte di discutibile patetismo, ma la scoperta di un disco (che sia cd, vinile, cassetta, flexi-disc o altro supporto) è legata all'oggetto che ti capita tra le mani, non al sentito dire o al word of mouth da piattaforma gratuita.
Con tutto a portata di mano e di orecchio, è chiaro che la curiosità è destinata a diventare un'abitudine tanto compulsiva quanto involuta.
Sì, mi è piaciuto far parte di quel mondo. Ne ho vissuti gli anni di tramonto e di decadenza, ma ci si emozionava ancora. Le mie pagine migliori, quelle le ho scritte di notte dopo che la mattina avevo scoperto qualcosa di nuovo, magari per caso.
Non a caso ho citato Larry Heard. C'è un ricordo che vale come un simbolo. Un giorno che mi trovavo in negozio e mi sentivo particolarmente infastidito dal mondo e dalle circostanze, entrò una ragazza che mi disse testualmente “cerco della deep emozionale, puoi aiutarmi? Gentilissimo comunque”
Io non avevo ancora aperto bocca. Scartabellai tra le ultime compilation di Chicago house e roba di Detroit, sconfinando nella nu disco e in qualche sampler di dub techno. Facevo dei tentativi, perché quello non era (e non è) il mio genere madre. Poi incappai in un brano di Mr. Fingers (appunto, Larry Heard), intitolato “What about this love (dub version)”. Il mondo mi cambiò negli occhi e ovviamente dentro. Si viaggiava, e di brutto. Non mi innamorai della ragazza solo perché era palese che fosse praticamente la mia nemesi: come sogni, come comportamenti, come stile.
La ragazza, che sembrava uscire da una palestra trendy della zona, scomparve senza acquistare nulla. Lasciai la compilation in airplay e riascoltai il pezzo di Mr. Fingers una decina di volte. Acquistai io il disco a fine turno. A casa, aspettai pazientemente che si facesse più tardi di mezzanotte. Poi, spalancai la finestra, spensi la luce, accesi una sigaretta e mi sdraiai sul divano, con tanto di piedi sul tavolo. Feci partire “What about this love” e mi ritrovai in un piccolo e confortevole angolo di sogno, di poco più capiente del mio monolocale, che favorì la scrittura di un racconto breve che poi fu pubblicato in un'antologia collettiva. Il racconto era stato scritto da me e Larry Heard, 49% io e 51% lui. Questo per me è un esempio di come un disco favorisca le piccole rivoluzioni interiori. Larry Heard era un sognatore, io in quel periodo il coraggio di sognare lo avevo perso, anzi; schiumavo rabbia e scambiavo l'attitudine per un imbastardimento naturale dei miei sogni.

Stanotte ho riascoltato Larry Heard. Proprio quel pezzo. Non ha perso un'oncia del suo fascino originario. È un caleidoscopio digitale, smerigliato e sensuale. Io sono invecchiato e non vendo più dischi. Se mi lascio andare male, fidandomi troppo di me stesso, finisce che vince l'amarezza. Rischio tipico della mia età. Chissà. Si può operare ancora in questo senso, credo.
Di una cosa sono però sicuro: sono fiero e felice di aver venduto musica per vent'anni, anche in condizioni sfavorevoli. Ho imparato tanto e consumato di più, ho vissuto una coda scoscesa di percorso che però mi ha costruito un'autostrada dentro.
Ed è strano ed appassionante prendere atto che un musicista come Larry Heard ti sa ancora lucidare la notte dentro come un tempo, scansando virus, terminazioni marce della pazienza e delle voglie, irridendo gli istinti più controproducenti, quelli da ciglio della strada e morale calpestata.

Luca De Pasquale 2016




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