08/07/16

Il teorema di Torkil Nielsen


Piccole squadre operaie di calcio. Piccole realtà sportive. Piccole band misconosciute e forse bistrattate. “Piccoli” scrittori a stento pubblicati, costretti il più delle volte nelle retrovie.
Non un vezzoso amore per la marginalità più estrema e (forse) sconfortante, ma una scelta di vita.

L'Europeo di calcio 2016 volge alla fine. È stato l'europeo delle “piccole”, grazie all'allargamento della competizione a ventiquattro squadre. Islanda, Albania, Galles, Irlanda del Nord. Posso dirmi soddisfatto, con l'Islanda ai quarti di finale e l'adorato Galles in semifinale. Con l'uscita dell'undici di Coleman, piuttosto spompati e quasi increduli nel match di semifinale con il noiosissimo Portogallo dell'antipatica star Ronaldo, il mio interesse per l'epilogo del torneo è pressoché nullo. L'unico atleta che mi scaldava comunque il cuore, Neuer, è uscito ieri al cospetto del folletto Griezmann. Guarderò Francia-Portogallo solo per amore del calcio in genere, ma senza alcun trasporto o simpatia.

E già, perché le grandi sfide non mi hanno mai preso. Neanche un po'. Me ne sono sempre fregato di Milan-Inter, Roma-Lazio, figuriamoci del complesso della vittoria obbligatoria di una squadra come la Juventus. Tifo da sempre per la Fiorentina e -come è notorio- questa è una croce che troppo spesso sommerge la delizia. Il calcio italiano non mi ha mai smosso troppo, viola a parte. Mi sono entusiasmato solo per il Perugia di Castagner, per il Lanerossi Vicenza secondo nel '77-'78, per il Verona-miracolo di Bagnoli e il Foggia di Zeman che imbarcava e segnava gol a raffica. Per il resto, simpatie sparse per club minuscoli, la Rhodense, il Pergocrema, il Derthona, il glorioso Legnano, il Città di Castello. Club che seguo ancora, anche se più distrattamente di un tempo.

Oggi leggo sui giornali di Griezmann, di Pogba, di Ronaldo che probabilmente supererà il record di gol in campionati europei (raggiunto Platini, che però ne segnò nove in uno solo...), e mi dico: “ma che me ne frega?”
Dopo aver perso la voce per il mio Galles, le notizie calcistiche di questi giorni per me sono: l'inatteso passaggio di ben due club di Gibilterra al secondo turno dei preliminari Champions ed Europa League, i gallesi del Connah's Quay che eliminano contro ogni previsione i norvegesi dello Stabaek, l'infuocato derby fratricida tra gli irlandesi del Cork ed i nordirlandesi del Linfield, storico club che in porta oggi esibisce un mio vecchio idolo, il criticatissimo e sfortunato portiere Roy Carroll, un vero girovago del calcio che ha vissuto il suo momento di gloria nel Manchester Utd ma è transitato al West Ham, all'Odense, all'Olympiakos e al Notts County, prima di questo inopinato ritorno in patria al tramonto.

Nel calcio minore trovo quell'agonismo e quel fattore di imprevedibilità e di lotta polverosa che mi sono necessari per amare non solo il calcio, ma la vita più in generale. Stardom, gloria, soldi, gossip, grandi annunciate saghe, tutta roba che non fa per me. Non scriverei mai un libro su Cristiano Ronaldo o su Messi, ma di certo farei di tutto per scriverne uno su Alan Davies, calciatore gallese che si uccise a trentun anni nel 1992 (nel suo curriculum Manchester United e Swansea). Mi attraggono le storie di provincia, gli antieroi o comunque gli eroi in miniatura. Ricordo che provai una strana sensazione di giustizia divina e sportiva, quando la nazionale delle Far Øer battè la molto più quotata Austria per 1-0 il 12 settembre 1990, con una rete dello sconosciuto Torkil Nielsen.

In più, credo di aver imparato a perdere meglio, grazie alla fissazione che ho sempre avuto per le squadre minori. Non ci vuole molto a capire, infatti, che i rovesci -anche sonori se non umilianti- sono stati in numero infinitamente maggiore dei pochi, inaspettati trionfi. Ma continuo a preferire un calciatore islandese che nella vita “normale” fa l'operaio, il carpentiere o l'anestesista, piuttosto che un celebrato e capriccioso campione sul quale i giornali sportivi (e non solo) spendono fiumi d'inchiostro anche solo per commentare la sua vita erotica o le sue scelte immobiliari.
Adoro il calcio, è uno sport fantastico, ma non il calcio maggiore.

Non mi sento di escludere che sia un preciso abito dell'anima, quello di stare sempre dalla parte di chi parte in evidente svantaggio. Ma come negare che le corse ad handicap riescono ad accendere grinta, strategie e sogni? Vincere facile dev'essere peggio che leggere il Paradiso di Dante contro voglia tra i banchi di scuola. Sono sempre rimasto sconvolto quando qualcuno mi ha motivato la sua scelta di tifare Juventus perché “da bambino mi sono accorto che vinceva sempre ed allora...”
Al di là di ogni campanilismo, come si fa a tifare per un'entità vincente quasi a prescindere? Non è terribilmente noioso, alla fine?

Quando ero ragazzo, potevo scegliere vari modelli cui ispirarmi per scrivere. C'era anche l'overdose di cannibali in arrivo. Non mi interessava neanche un po'. Scelsi Piero Chiara ed Ercole Patti, che i miei coetanei o non apprezzavano o non conoscevano affatto. Poi, diventato più consapevole, mi sono guardato indietro, fino ad arrivare agli Angry Young Men.
Una volta un letterato mi disse: “Ma quello è stato un fenomeno quasi esclusivamente britannico, lontanissimo da noi e dai nostri costumi”.
E quindi?
Allora non potrei leggere neanche Knut Hamsun, perché chi è mai stato in Norvegia a patire la fame in quegli anni? E come potrei capire Stig Dagerman, non essendo svedese e non avendo potuto essere anarchico in quegli anni, dovendo poi sopraggiungere solo nel 1972?
Del resto, magari per qualcuno non dovrei neanche scrivere e pubblicare, perché non sono laureato e non insegno. Sono un impiegato, alla faccia delle simpatie kafkiane e altro materiale di risulta simile.

I modelli lontani, le scelte “lontane” non sono (solo) vezzo ed esotismo, ma necessità di conoscenza, curiosità che non riesce a fermarsi. Il concetto, quella che chiamo “il teorema di Torkil Nielsen”, vale però per tutto. Trovo assurdo ascoltare, ancora oggi, frasi come “ho tutto dei Led Zeppelin, dei Deep Purple e dei Genesis, a che pro andarmi a cercare dei minori marginali?”
E allora restiamo nell'orticello. Nell'orto classico. Non esploriamo. Perché ascoltare il punk in lingua tedesca, che cazzo ce ne fotte dei crucchi incazzati a fine seventies? Onore a Verdi, ma non a Sibelius, quel finlandese che non gli hanno neanche intitolato una strada. Diciamo ancora che Buffon è il miglior portiere del mondo e lo sarà per altri dieci anni, nonostante Neuer e Courtois. Diciamo che i nuovi giallisti italiani sono tutti talentuosi e fottiamocene se una piccola casa editrice pubblica un giallista maltese di sinistra.
Ogni tanto usciamo dal guscio, scopriamo magari Jean-Claude Izzo (che era un grande) ma non ci interessa sapere nulla su Didier Daeninckx, che valeva altrettanto.

Il problema sovrastante ed equivoco è rappresentato dal fatto che chiunque cerchi di indagare altrove e oltre incorre in due critiche basiche e spietate: o è un bislacco cazzone, un relitto hippy di epoche cancellate, oppure si tratta di un arrogante e di un saccente che vuole esibire la sua cultura “diversa” e non sporcata dal generalismo imperante.
Sono due punti di vista tetragoni ed ottusi e di una banalità pazzesca. Con tanto di coda di paglia annessa.
Dovrà pur esserci qualcuno che si occupi -e che ami- il piccolo e il lontano, no? Un minimo per spalmare le cose, no?
Sì, conosco bei testi di letteratura svedese, conosco il post-punk danese ed australiano, potrei fare una conferenza sul calcio nella DDR, ma vi assicuro che cadrei subito in un test di cultura generale con domande afferenti grandi scrittori, grandi sportivi, grandi uomini politici, grandi eroi e grandi piccolissimi comunicatori che ci hanno inculcato quella stronzata del “sognare in grande”, trascurando tutto ciò che siamo, che è alla nostra portata e che, vivaddio, sa di sudore, di sforzo e anche di frustrazioni.
Me lo tengo, il teorema di Torkil Nielsen. Vivo meglio e mi sento piccolo il giusto. Lo so, che con i tanti Real Madrid che mi sfrecciano davanti ci perdo 1-9 o 0-14, ma a casa mia, no; mi sa che lì finisce come a Cardiff nel 1971, quando i grandi madridisti -increduli- persero 1-0. Passarono ovviamente il turno, vincendo poi 2-0 a Madrid. Ma va bene così, e così sarà, per buonapace di tutti.

Luca De Pasquale 2016

Grazie per la preziosa collaborazione a Manuela Avino


Alan Davies


Apoel Nicosia-Lione 1-0

Connah's Quay-Stabaek


Chelsea-Jeunesse Hautcharage 13-0

College Europa (Gibilterra)

Corea del Nord-Italia 1-0 1966

Cork City-Linfield Belfast 1-1





Etar Veliko

Everton-Finn Harps 5-0

Fola Esch-Aberdeen 1-0



Grecia-Far Oer 1-2

Hannes Halldorsson - Islanda

Germania Ovest-Algeria 1-2


Juventus-Perugia 1-2



Manuel Neuer

Moldova-Liechtenstein 0-1


Omonia Nicosia-Ajax Amsterdam 4-0



Roy Carroll - Linfield Belfast

Italia-Haiti 3-1, la rete di Sanon


Lanerossi Vicenza 77-78

Stabaek-Connah's Quay 0-1

Haiti

Inghilterra-Statu Uniti 0-1 1960

Preben Elkjaer-Larsen, Verona 1985

Zaire 1974

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