14/07/16

Il successo non si pulisce mai il culo



Il successo?
Questione di spendibilità. Di furbizia. Di necessità intuite e soddisfatte. Di culo, anche. Proprio e altrui. Di incastri, di conoscenze, di fumo negli occhi.
Il concetto di “successo”, sulla bocca e nel cuore degli altri, mi rende sempre estremamente diffidente.
C'è chi conta fantasmi e chi conta soldi. Chi impiega anni -e forse non basta una vita- ad accettarsi, a prendere nota e conto dei propri movimenti e chi, di contro, si esibisce in continuazione e si spende. Si spende assai, per penetrare in quanti più contesti ed esseri possibili. È il gioco delle parti.

Ho lavorato per anni tra dischi e libri. So cosa vendeva, cosa meno e cosa niente. Senza timore di smentita, senza angolazioni elitarie (proprio io elitario, direi di no), posso dire che quel che vendeva di più era di sicuro il materiale meno originale ed interessante in circolazione.
Indubbiamente, si trattava di materiale compiacente, acquiescente e qualche volta ridanciano, esorcizzante.
Viceversa, cose del tutto marginali, laterali, collaterali, nascoste se non sabotate, trascurate, saltate a pié pari dai più, quelle riservavano piacevolissime sorprese.
Infatti, io stesso aspettavo che alcuni libri andassero in svendita, prezzi stracciati che avrei cumulato al ridicolo “sconto dipendente” che mi spettava. Ricordo di aver così potuto acquistare al costo di un caffè, tra gli altri, autori come Tomas Espedal, Fëdor Sologub, Saverio Strati, Achille Campanile, Philippe Djian, John Dos Passos, Cees Nooteboom, Arto Paasilinna e addirittura Giorgio Bassani. Nessuno acquistava quei libri, e “noi”, noi negozio al centro della città, tana di borghesi curiosi e non, eravamo un buon termometro, mi si creda in parola.
In compenso, vendevano tutti i libri di autori che passavano da Fazio, con la sua pretesa di fare cultura con la c maiuscola, alcuni di quelli che andavano a calpestare i pavimenti a specchio di Vespa, e poi una marea di inutili biografie ed autobiografie di gente finita sulle isole di famosi e teste di cazzo.
Attenzione, però: vendevano bene anche libri suggeriti da qualche eminente critico/santone con il potere di far sentire in imbarazzo il lettore sprovveduto quanto l'aspirante intellettuale che volesse tenersi aggiornato sulla novità.
Spazio poi ai giovani virgulti, non importa quanto improvvisati e quanto realmente in possesso di una prosa degna, e spazio alle nuove manie tutte italiane: la cucina in ogni tegame e il giallismo, anche quello condominiale. In questi ultimi anni, l'Italia è diventata una nazione popolata da scrittori, cuochi, chef, sociologi del calcio, sociologi del cazzo, arruffapopolo impregnati di demagogia e populismo, esperti di calciomercato con cravattini che ispirano solo violenza e derisione, massaie coraggio, casi umani e criminologi specializzati in crine genitale e ovviamente allergici alle ideologie.
Di che stupirsi? Perché poi? Indignarsi è stucchevole. Siamo o non siamo gli stessi che hanno fatto galleggiare la Democrazia Cristiana sulle nostre teste per una vita? Siamo o non siamo quelli che hanno pianto per la prematura uscita della nazionale di Parrucchino Conte dagli Europei (una nazionale che giocava da schifo, ho evocato Edmondo Fabbri a più riprese) e che al contempo non vogliamo più siriani, se non a numero chiuso? Siamo quelli che si mettono la coscienza a posto regalando due dei nostri fottuti euro al “negretto fuori al supermercato” e poi non vogliamo pagare le tasse. Siamo un paese dove si è parlato di Padania. Un paese che ha creduto a Berlusconi e che anni prima ha creduto a qualcosa di peggio. Siamo quelli che non sappiamo neanche che fine ha fatto Enrico Letta (insegna in Francia), ma abbiamo permesso che fosse sbattuto fuori dallo scout, dal coniglietto moderno. Siamo quelli che assistono come cazzoni alla fusione di importanti case editrici che vanno così a creare un cartello che manco Medellin. Il settanta per cento delle persone che piangevano per Umberto Eco hanno poi ammesso, nelle segrete stanze, di non averlo mai letto. Tutti quelli che mi hanno telefonato per piangere la morte dell'immenso David Bowie erano sinceri, lo so; ma il settanta per cento di loro aveva solo due greatest hits ed erano quelli che per un cd originale non spendono nemmeno cinque euro, tanto ci sono le piattaforme gratuite.
Leggi su kindle, ascolta dove ti pare ed esibisci anche il tuo schifo modernissimo per i SUPPORTI. I supporti, e perché mai? La cultura dev'essere magra, deve andare in palestra (dopo essere passata da Fazio).

Molti pensano che per essere accettati devono fare le cose giuste: leggere (perché si porta, no?) e leggere le cose giuste, rilassarsi, mostrare il minimo sindacale di impegno sociale o simularlo, fare sesso con il bello, che è un fatto ovviamente univoco: godi tu, mica il presunto bello.
Chi dice di fare l'amore con il “meraviglioso”, quasi sempre si fa solo delle spumose seghe. E ne parla al prossimo con quella ieraticità necessaria a risultare credibili. Amiamo il disimpegno più dei nostri partner e dei nostri figli, ma guai a sembrare troppo fatui. Ci inventiamo professioni, aspirazioni, inclinazioni, fratellanze, devozioni, tutto pur di essere accettati e accettarci in prima persona. E ci piacciono quelli che hanno successo, ci piacerebbe seguire il loro esempio. Allo stesso tempo, li detestiamo per quello che hanno raggiunto mentre noi...
Quanto ai perdenti, come mi diceva stamane una delle poche persone che stimo “cento/cento” o “h24”, “sono i nostri migliori amici finché restano tali”.
Già.
Ma che cos'è, a proposito, “h24”? Un dentifricio per ragadi, una filosofia efficientista, un antidoto contro la morte?

Lasciateci lavorare. Per quel che possiamo fare. Lasciateci una piscina libera, due librerie in tutto il paese, lasciateci con il nostro vizio di risultare anche disgustosi e contraddittori, imperfetti. Lasciateci con le nostre invecchiate ideologie e persino con le nostre anacronistiche lotte di classe. Continuate ad annotare i libri da comprare durante “Che tempo che fa” e i cantanti giovani e grintosi da ascoltare durante le defilippate. Continuate ad inventarvi le professioni che vi rendono dottori mentali, continuate a dire che siete critici televisivi, antropologi, cuochi, grandi chiavatori con enormi fave dure e sudate, reduci da isole della mente e del corpo, convinti somministratori di nuove ricette per ridurre pance e circonferenze, continuate pure a salire sul carro tanto dei buffoni di governo che dei Masanielli con le ville sparse per il paese. Continuate ad avere paura degli stranieri e a pregare che la legge italiana vi consenta di avere un'arma in casa per scacciare l'invasore. Interessatevi della fidanzata di Pellè o di quella di Zaza o entrambe, ma lasciateci lavorare nel nostro ghetto, che non vuole essere un'oasi intellettuale ma un campo minato dove saremo noi -e non voi, tranquilli- a saltare per aria.
Lasciateci lavorare senza la pretesa di insegnarci ad essere marginali senza dare fastidio.

Luca De Pasquale 2016

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