05/07/16

Il reddito proletario


... ma la gentrificazione della sinistra non l'ha certo inventata Renzi, né l'apologia della precarietà e della deregolazione. Infatti sembra veniale che Renzi impersoni il democratismo neoliberale, un blairismo di provincia tronfio e spaccone”
Alberto Burgio, “Il Manifesto”, sabato 2 luglio 2016

Nella strada dove abito, il comune sta provvedendo a eseguire lavori che permetteranno l'arrivo del metano nelle case, finora impossibile.
Gli operai, che stanno scavando e rompendo il manto stradale, attaccano alle 7e30 del mattino e staccano alle 17. Pausa alle 12 con panino e bibite, come da prassi.
Qualche giorno fa, uno di loro si è sentito male. Lo hanno praticamente fatto stendere sul selciato. Sotto la testa gli hanno posizionato una busta di plastica con le carte usate dei panini, per fare spessore. Io ero presente alla scena. Ero sudato, stanco, sfatto e tornavo a casa dal supermercato. Mi sono fermato davanti alla scena. Ho chiesto se avevano bisogno di qualcosa. “No ora passa, grazie”, mi ha risposto uno di loro, con un sorriso veloce.
Ho aspettato un po', ho acceso una sigaretta. E pazienza se il gelato mi si scioglieva e il prosciutto rischiava di perdersi. Con discrezione, ogni tanto gettavo lo sguardo all'operaio per terra, il quale poi si è seduto contro il muro. Uno dei suoi compagni gli ha bagnato la testa. Ho notato che portava la fede, luminosissima, nuova.
Mentre lo accudivano, gli altri parlavano di un lavoro a nero che evidentemente era stato proposto a due di loro. In un garage, ho sentito. Come sorveglianti notturni, mi è parso di capire. Parlavano di cifre extra, cifre necessarie per arrivare a fine mese, cifre che non basterebbero nemmeno a passare quattro giorni a mezza pensione in una delle nostre ridenti località balneari.
Le vacanze. Già. E chi ci pensa più? Sono decenni che non ci penso, e che tutto sommato me ne fotto. Non sono uno di quei tipi con scarsa liquidità che va a racimolare “ospitate” per sbarcare un po' di sole e mare. Non mi attacco a nessuno degli inviti che ricevo. Oggi sono diminuiti, per forza di cose. Non troverei coerente andare a trascorrere giorni al mare con atti di rincalzo, con stratagemmi. E poi il mare d'estate mi fa orrore. Come la folla e il divertimento obbligatorio.

Mi faccio il mio agosto nella mia classe sociale, quel misto antiestetico di proletariato nei fatti e borghesia nei modi. Né carne né pesce. Come l'Italia chiede. Come la società abitua. Ti chiedono la rassegnazione lungimirante della classe di mezzo e l'innocuità reddituale dei malpagati, degli sfruttati, dei dimenticati. Lo scopo primario di una società volgare e sciocca come quella italiana attuale è disinnescare qualsiasi forma di rivendicazione. Perché si sa che le rivendicazioni poi degenerano. Possono destabilizzare. Non c'è guarigione alla rabbia sociale. Io non sono mai guarito, ad esempio. Non è votando un movimento alternativo che uno si mette il cuore in pace e prende aria al culo. Non mi interessano movimenti che si dichiarano puliti e de-ideologizzati. Se ti presenti con il sapone e con le nuove regole, non mi fai un'impressione di molto migliore di chi profuma di Chanel e merda altrui.
Orfano di partiti che mi rappresentino, orfano di lavoro, di speranze sociali, di fiducia nel rinnovamento, totalmente contrario a sventate formule di “stimolante concorrenza” e “libere iniziative all'interno di un ventaglio di regole”, mi aggiro come un cane rabbioso nei cessi chimici di una società costruita su slogan inverecondi, deliri progressisti senza sostanza e una sorta di perpetua giustificazione del sistema sporco dei consumi incontrollati.
Avanzano movimenti, ma avanza anche la faccia più fetida della destra populista, xenofoba, illogica, costruita e modellata sul tripudio arrogante di un'ignoranza che si difende con armi medievali.

Quando l'operaio si riprende, mi allontano con la mia spesa da disoccupato. Spesa intelligente, centellinata. E vuoi mai che dopo i quaranta io non abbia imparato a fare la spesa con pochi spiccioli? Poi, non so perché o forse lo so benissimo, penso a Renzi. Alla Leopolda. Ai suoi sgherri. Al fatto che il PD non mi ha ispirato ribrezzo solo quando ho sentito qualche discorso da Epifani. Durata pochissimo e durata male.

Chissà, se pure ci hanno pensato, come mi hanno inquadrato quegli operai. Forse come uno dei ragazzotti ricchi con i SUV che popolano la zona. Forse come un borghese che ha finto un momento di solidarietà per sentirsi buono e cooperativo, attento al sociale. Ce ne sono, di fasulli simili in giro.
Non ho la faccia di uno che se la passa male, ma so che il mio cuore è sottosuolo organizzato e poco importa quale percorso mi ha portato a questo bianco sporco della maturità.
Mio padre non c'è più da dieci anni. Mio padre sognava per me grandi traguardi e si diceva fiero di me prim'ancora che io facessi qualcosa di concretamente accettabile nella vita. Ho sempre pensato che mio padre, gran lavoratore e persona umile, mi sopravvalutasse. Oppure, più banalmente, sottovalutava la mia vocazione ai margini della società, l'economica marca da bollo una tantum con la quale mi sono guadagnato la mia permanenza tra gli invisibili. Il mio reddito è sempre stato proletario, se non sottoproletario. Adesso sono addirittura fuoriuscito anche da quest'ultimo ed anacronistico segmento.

Forse mio padre si è lasciato ingannare da come parlavo. Dalle mie scelte in fatto di amici, di donne, di libri, di dischi, di mete di viaggio. Auspicava per me un cammino di soddisfazioni, di riconoscimenti. E io glielo dicevo, “sono cose lontane”. Glielo dicevo quando non avrei mai pensato di finire a studiarmi per bene i meccanismi della cassa integrazione e della mobilità in deroga. Erano cose lontane principalmente da un punto di vista quasi etico, forse ideologico. Non lo escludo. Non sono uno che si entusiasma facilmente. Ho sempre creduto nel senso esteso e non troppo dogmatico della lotta di classe, cercando di interpretarla nel modo più funzionale a seconda di quale cesso con vista mi venisse offerto.
Il mio percorso è stato solitario. E questo è stato facilitato dalla mia inappartenenza colossale alle due classi che sfioravo, la media e la proletaria. Forse è stato meglio, perché magari adesso mi troverei a dire idiozie nel PD o, di contro, a strologare di inapplicabili espropri proletari in qualche polverosa sezione di nuove incarnazioni minoritarie del pensiero (apparentemente) estremo.
Ho cercato di fare resistenza, di oppormi al sistema, sono stato travolto: com'era nelle stelle, mi dispiace per mio padre. Questa non è una resa, ovvio. E, tenendo conto che gli eroi mi stanno sul cazzo, la dimensione attuale di gufo combattente -uno di quei ruoli che la società di oggi credo qualifichi come meritori di suicidio per incapacità associativa- non mi va neanche tanto stretta.
Lo sguardo dai margini ti apre il cuore. Quand'ero piccolo e poi ragazzo, me ne fottevo della gente che lavorava duro. Mi bastava sognare e scrivere. Non mi ponevo grossi problemi, era la mia riuscita che mi interessava. Un meccanismo di squallore indotto dall'ambiente circostante. Ma la vita vera è fatta anche per demolire le nuvolette di aspirazioni autoaffermative, per incularti quando serve. Un operaio era solo uno che martellava e mi rompeva i coglioni. Preferivo gli amici brillanti, magari figli di professionisti. La loro vita sembrava più ordinata e fortunata. Ma mi nauseava anche un po'.

Ho scoperto, iniziando a fittare le prime topaie da lavoratore, che mi abituavo facilmente ai muri bianchi ma sporchi, con tracce degli inquilini precedenti. Mi abituavo agli scaldabagno rotti, ai forni fulminati, al conto bancario sempre languente e mai languido, alla risposta secca da dare, “non vado in vacanza, ma è tutto a posto”. Mi sono anche abituato a vagare per la vita in cerca di una rappresentanza adeguata per la lotta che mi sommuove e che mi violenta, senza trovarla mai per davvero. Gli anni passano, ma è inutile acquisire modi mosci da disilluso e da reietto di ideologie smontate. Se sai di non poter vincere, se sai che perderai a prescindere, puoi operare. E uso volutamente il verbo “operare”, perché credo sia chiaro che per quelli come me -gli inappartenti, quelli che fanno lotta di classe senza poi averla, molto buñueliano- “l'Italia che fa, dice sì e va avanti” può anche baciarmi il culo.
Non siamo ancora così in basso, da pregare insieme alla gioventù DC cresciuta storta.

Luca De Pasquale 2016








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