06/07/16

Il mare non vuole mai specchi


I pezzi degli scacchi sono l'alfabeto che plasma i pensieri, e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente.”
Marcel Duchamp

Molti di noi dipendono dall'interesse che riescono ad innescare e poi a mantenere.
Molti hanno bisogno di riscontri. Di ritorni. Di sguardi velati di promesse. Non importa se sono bugie.
Io so bene cosa significa questa roba.
C'è stato un tempo -breve, ossuto, minacciato- in cui mi sentivo in ordine dentro e non era vero. C'è stato un tempo in cui ho creduto esistesse una sorta di supermarket della pace, dove andare a comprarla a peso, poco alla volta.
In un certo senso, mi sentivo promettente.
Mi specchiavo spesso e cercavo di immaginare come e perché sarei piaciuto. E a chi, naturalmente.
Dormivo più regolarmente e avevo quasi dimenticato lo stato di guerra permanente delle mie cose, la resistenza che dovevo opporre e che mi toccava. Fumavo meno del solito e cercavo di apparirmi accettabile, per potermi restituire di profilo, se non altro con un sole seminascosto. Senza nemmeno accorgermene, avevo levigato i miei gusti. Musicali, letterari, persino estetici. Ero in cerca di pace concreta, una pace che rispondesse agli appelli, che non fosse solo un'idea cristallizzata, una stupida e lunatica aspettativa generica.
E ridicolmente, perché avevo abbondantemente superato i trent'anni, volevo il mio rimborso, in merito a questioni di immagine esteriore, fascino ed avventura. Qualcuno doveva restituirmi i dieci anni e più trascorsi da bambino a leggere, e tutte le precoci notti insonni, la fissazione grottesca per gli amori impossibili, per il romanticismo gotico, quel bisogno masochistico di disillusioni veloci, che come prismi giocattolo passavano dal colore oro al nero lurido. In due sere, in tre notti, in una sigaretta.

Persino la scrittura era passata sotto il rullo degli specchi. Un giornalista che aveva recensito il mio primo libro solista mi aveva detto che dovevo iniziare ad incantare, dopo aver vomitato.
Quella frase mi aveva colpito.
Cercai di seguire il consiglio. Dimenticando che ho sempre vomitato per non incantarmi troppo di quel che non avevo. Dimenticando colpevolmente che per quelli come me il vomito è una manifestazione di vitalismo. Sì, addirittura.
Iniziai allora a scrivere cose acquose, simil-poetiche, solo allo scopo di creare interesse attorno alla mia persona. Ma neanche: mi premeva principalmente affascinare a distanza, prendermi il mio rimborso solo via vaglia postale, mica con carne e sangue, mica con gli occhi sinceri di chi vive con tutte le porte aperte per metà e chiuse quasi completamente. Possibile farlo, lo garantisco.
Quello che scrivevo non significava nulla, in quel periodo. Non facevo altro che attingere a delle suggestioni e cercavo di scriverle bene, in modo arioso, se vogliamo anche un po' furbetto. Ammiccante, seduttivo. Ma dietro quella scrittura, quando andava a segno, non c'era un uomo. Piuttosto un prisma.

In quei giorni, in cui mi piaceva sentirmi presente a me stesso con tutto il mio corpo, la vanità sembrava regolare anche le rese dei conti notturne, quei momenti d'insonnia in cui, punto di brace in una notte senza schegge, ti ritrovi alle quattro del mattino a guardare un punto inesistente dell'orizzonte e a renderti conto dolorosamente che tutti i quadri appesi alla parete sono vuoti. I loro contenuti, le scene, sono tutti fuggiti mentre dormivi. Mentre sognavi, anche peggio.
No, la mia mente concepiva solo un ritorno di accensioni, fuochi smarriti un tempo e riflessi paradossalmente nel futuro. Quando camminavo, mi sentivo un insieme armonioso di parti vive: le mani, gli occhi, la logica liquida ed efficace, la bocca ex ferita, il sesso, i piedi mai stanchi, le gambe tragicamente normali. Mi sentivo il centro di un accentramento risarcitorio.
Che fai?”
Lo scrittore”
Cosa ti piace fare?”
Sognare e mettere in pratica quello che sogno o intercetto”
Sembra bello”
Lo è”

Mi vestivo in modo molto colorato. Pantaloni viola, verde oliva, bianchi, rosso ruggine, magenta, blu polvere, indaco. La mente era collegata al sesso, lo scrivere al sognare, il cercare all'ottenere, il provare al finire. Mi negavo una mia primaria necessità, non ammettendola nemmeno durante l'insonnia: farmi a pezzi. In qualche modo. È una vita che cerco di essere un posacenere sul tavolo di un ristorante di fronte al mare, una vita che sono un incidente, una consumazione gratuita non completa, è una vita che sento la febbre di essere una partenza e mai un ritorno. Eppure, la vanità aveva scombinato la tavola dei colori originaria, decapitato i miei scacchi, umiliato le mie notti, le mie letture, lo spirito del poco e del consumato, l'aria spartana delle mie passioni appena accennate.
Ma non ho mai smesso, nemmeno per un minuto, di cercare la scintilla e il rifugio che mi fottessero definitivamente. Tutti quei colori, quella bava di vita accettata già alla griglia di partenza, la collezione di sguardi da infilare nei miei quadri vuoti.

Non tollero il vezzo di tanti di autodefinirsi in progresso, in crescita, più maturi, più consapevoli, più veloci e veri. Mi piacciono le porte laterali, le stanze finte, le botole sotto la luna, le stive con le spine, l'eccitante passaggio dal sogno al silenzio. Il blu pavone non fa al caso mio. Quando ho bisogno di piacere, mi sento nudo, stupido e venduto. Esposto come un quarto di bue, Francis Bacon mi perdonerà, battuto ad un'asta deserta tra le urla di sirene ritagliate, emissari grigi, uomini di fiducia dei miei stessi demoni.
E poi, ho imparato da tempo a riconoscere la natura infida e dilettante dell'interesse non staccato dal resto, quella melma color oro che mantiene ben salda l'immagine dell'altro in uno specchio che recita le sue necessità. Magari, le stesse che ho io. E l'incontro tra necessità asettiche che finiscono con il somigliarsi non può essere altra materia che fallimento, anteprima di frantumi.

Finita l'era dei pantaloni colorati, sono tornato ai miei orologi notturni, quelli che vanno a salsedine, ho ripreso in mano il vecchio vizio di contare le distanze sulla scia che lasciano le navi nello specchio di mare che mi spetta. Quando arriva l'insonnia con le sue movenze lascive, mi arrendo subito. So che in ogni veglia c'è un pezzo dello sguardo che si ritrova. Pazienza se morirà al mattino. Quando cammino, c'è sempre qualche pezzo mancante. E i collegamenti per le isole sono spesso interrotti. Quindi, resto a terra. In quelle sale d'attesa dei piccoli porti che sembrano dei negozi di souvenir, delle anticamere in cui preparare parole senza troppa vanità.
Del resto, chi è nato in una città di mare sa che le traversate, lunghe o brevi, non vogliono specchi. E che nulla più della spuma marina sa ripagare, in merito a quel vecchio silenzio che fa tanto male.

Luca De Pasquale 2016


Paolo Scheggi - Zone riflesse, 1963

 
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