20/07/16

I naufragi e i ragazzini didascalici


Sulla mia strada, ho incontrato spesso persone che presumevano -anzi, ne erano certi- di avere la verità in tasca. Ma è pacifico che ognuno di noi è destinato ad incontrare sul suo cammino i “sapienti”; così come è ovvio che il ruolo infausto qualche volta spetti a noi.
L'errore è classico e si può riassumere in un semplice assunto: l'essere umano tende a considerare la propria vita (la propria singola vita) come verità assoluta e dunque incontestabile.
Tra non molti anni dovrò considerare di averne cinquanta, se ci arrivo, ma posso garantire che sono stati pochissimi gli incontri con persone dotate di un minimo senso di autocritica.
La gamma, si potrebbe dire il bestiario, è estesa fino al parossismo: da individui che credevano di vivere costantemente nei film di Truffaut ad accumulatori di titoli e lauree brevi, dai divulgatori di qualsiasi cosa ai salutisti più effimeri, passando per torme di risolutori di equazioni, cubi di Rubik e crisi esistenziali.
Io stesso, per l'appunto, ogni tanto mi sono involontariamente ritagliato il ruolo di educatore o di esplicatore, probabilmente assumendo quell'aria grave e saccente che rende così simili ad un soldatino stitico.
Per me è iniziata da qualche anno quell'età critica in cui uno è portato a pensare di aver accumulato la necessaria esperienza di vita per dispensare consigli ed ascoltare il prossimo al massimo delle proprie possibilità.
Stronzate.
Sono sicuro che ero più attento ed empatico a venti o trent'anni. Avevo più entusiasmi, ero più vergine. Almeno, ero rimasto vergine in qualche luogo della mia persona. L'età di adesso è anche una trappola inesorabile per quanto riguarda il cinismo di riflusso, il pressapochismo da disillusione, la negatività che non si sente in dovere di chiedere scusa. Siamo onesti: alla fine dei conti, dopo un certo punto in cui il mare è aperto e sarà sempre più profondo, si pensa concretamente a salvare la pelle, mica a leggere messaggi in bottiglia.

Non ho mai avuto l'indole del buon samaritano, sono sempre passato per uno altamente strafottente. La cosa spesso mi ha salvato da insopportabili scenari di finta condivisione e da afflati mai richiesti. Questo stesso elemento ha provocato un supplemento concreto di solitudine in momenti difficili.
Ma la solitudine non mi ha mai terrorizzato sul serio, perché ha un suo ritmo, un suo andamento musicale. Devi solo sincronizzarti, e possibilmente toglierti l'orologio e le smanie di rifulgere.
Ascolta il tuo cuore”: questa frase l'ho sempre considerata di rara idiozia. Il cardiologo ti ausculterà il cuore, punto. Tu, cerca solo di non farti incatenare e etichettare a seconda del capriccio altrui. La voce del cuore è così difficile da riconoscere. Magari pensi che ti stia parlando, ed invece è un attore. E chi, poi, potrebbe suggerire il penoso copione al guitto? Magari il cervello in pappa, o la paura della solitudine, o i desideri sessuali, ma anche i sensi di colpa coadiuvati da una dose robusta di ipocondria.
Insomma, sono roso dai dubbi. Praticamente dal giorno della mia nascita. Ho imparato a conviverci. Nessun pensiero o idea mi sembrano realmente definiti, c'è sempre un esercito di ombre e di chiaroscuri ad intorbidire tutto. Ecco perché non mi prodigo in consigli o rimedi. Ed ecco anche, e ne prendo nota con una certa soddisfazione, perché non mi vanto mai di nulla. Anche quelle poche volte che potrei. Quando tento di vantarmi, inizio ad annoiarmi. E allora finisco per lasciare spazio a chi si sente quell'Achille grottesco in seno del trittico “IO SO-IO DICO-IO TI INSEGNO”. Capita che i vantoni siano, con una certa frequenza, dei minorenni cerebrali (si badi, non ho scritto minorati) o anagrafici. Ti sputano addosso la sapidità della loro esperienza esistenziale, fattuale, e la loro grandiosità nel districarsi tra gli agguati della vita e i dildo di pietra pronti a sfabbricarti il culo quando credi di essere felice.

Loro pontificano. Il mondo cade a pezzi, ma loro sono tranquilli, lì, sul palco, sull'irto colle, sul pelo ritto, sull'uscio della loro porta, e pontificano.
Che ti possano spiegare chi erano i Vanilla Fudge o David Niven, che ti rivelino come curare le ragadi o evitare la vibrazione del cellulare sul davanzale, un trespolo lo trovano sempre. Cercano di insegnarti qualcosa. Credono sia doveroso. Forse hanno vocazioni didascaliche che li perseguitano da bambini. Forse non si sono mai ripresi dalla prima polluzione per i seni sodi della portinaia. Forse non sono mai usciti dall'idea che Dio e l'uomo nero sono la stessa persona, e che non ne è nata mai una meglio di Moana. Forse speravano di entrare nei Led Zeppelin al posto di Jimmy Page e invece suonano la chitarra acustica in un gruppo di tardoni da villaggio turistico. Forse avevano il mito di Cruijff e hanno dovuto presto arrendersi all'evidenza di essere dei pedatori da dopolavoro. Non so. I peggiori sono quelli che credevano di essere dei novelli Hemingway o che speravano di poter influenzare un'intera generazione e si ritrovano invece a passare alimenti all'ex moglie, fronteggiare bollette, mutui, suoceri, assicurazioni e tentazioni di salvarsi con qualche religione ginnastica.

Il tempo mi ha dimostrato chiaramente che non avevo alcuna vocazione ad insegnare. Forse a divulgare, ma solo quello che mi appassiona, quindi poche scelte cose. C'è un solco profondo nelle ore e nei giorni, una sorta di ferita viva e drenante che -per fortuna- mi impedisce di dispensarmi solennità da solo.
Ed è così che mi trovo spesso a sorridere, un po' adulto e un po' indulgente, verso quelli che chiamo “i ragazzini”, al di là del mero dato anagrafico.
Quasi mi impietosisco nel notare quale assurdo senso di competizione abbiano sviluppato verso chiunque ed in ogni contesto, senza capacità di distinguere un idolo stilizzato da un mucchio di merda secca, un De Pisis da un poster di Gigi D'Alessio. Purché si gareggi, e chiaramente si vinca.
Tu hai scritto dei libri? Io ho preso cinque lauree, ovviamente cum laude. Chiedi a Santino, se non ci credi”
Chi è Santino? Tu, intanto, chiedi pure a questo cazzo.
Si dice che tu conosca benissimo il rock e il punk, ma credo di doverti spiegare come funzionava l'elettronica negli anni novanta... io sono stato a Detroit, liddove ho parlato con quel resident DJ che...”
Complimenti, complimenti, complimenti. E ora che si fa?
No, io non pubblicherei un libro come il tuo... non con quella casa editrice... non abiterei dove risiedi tu... mangerei anche diversamente alla tua età... ma ti stimo, e tu lo sai”
Io no. Io non ti stimo. Io ti sopporto, poi mi intenerisco. Sono morbido, alla fine. Molto morbido. Sono come le caramelle Rossana.
Perché poi arriva la sera e, anche se non sono stato recentemente a Detroit o a Chicago, sono capace di scendere in un pezzo di house atmosferica sublime come “Skylark” di Fresh&Low fino al punto da diventare una zattera di suono io stesso, alla deriva in galassie dove nessuno ti insegna niente e può chiederti consigli, suggerimenti ed indicazioni.
Solo impulsi, creste di suono, crepacci di lava, abbracci senza senso sul filo interrotto della notte, voglia di dimenticare e di essere la sponda ideale per un programma impraticabile.
Quest'età, infine, insegna che se non dimostri con energia di desiderare il meglio -sempre e comunque- e di poter parlare da un luogo certificato, le persone avranno problemi a trovare una piccola tasca nel loro cuore parlante, dove custodirti nonostante tutto.
E questa, permettetemelo, è la forza dei naufraghi che non hanno mai voluto davvero -neppure per un solo istante- scrivere un messaggio in bottiglia.
Non c'è mai conflitto di interessi tra un pulpito ed una boa, in mare aperto.

Luca De Pasquale 2016



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