28/07/16

Costruire ricordi senza garanzie


Stamattina il cielo non dava alcuna garanzia.
Sembrava volesse piovere, invece no. È sceso un caldo umido e insopportabile a insozzare ogni scena.
Prima di uscire, ho fumato qualche sigaretta sul balcone. Ho visto un uomo con un cane. L'individuo ha raccolto la merda del suo animale in una bustina trasparente e l'ha gettata nel cassonetto adibito all'umido.
Ho avuto voglia di scendere con la mazza da baseball e spezzargli le gambe. Sono rimasto a fissarlo per qualche minuto. Forse ho anche sperato che mi dicesse qualcosa come “che hai da guardare?”, in modo da poter innescare la scena rusticana.
Poi per strada è passata una donna molto alta e seminuda, ed allora un automobilista le ha urlato “quanto è bello 'o mare!”. Ho riso. Ha riso anche la donna. Poi sono tornato serio e sono uscito.

Costruisco una buona parte dei miei ricordi su fatti concreti, reali, tangibili. Ma c'è una parte minoritaria (e fondamentale) dei miei ricordi che è tutta un gioco di sottrazioni, di assenze, di segnaposti rovesciati o cestinati, di mutismo che non vuol essere interrotto, di gentili silenzi atti a non menzionare il disattendere e l'abbandonare. Quello che non c'è, e anche chi non c'è, fa parte di un disegno lungimirante, di una costruzione di memoria non semplice.
Perché a volte un sogno spiega più cose di un chiarimento in punta di monotonia o di rispetto noioso. Tra le varie clessidre che ho in dotazione, quella regolata dagli incubi e dall'insonnia funziona molto bene.
Non sono ossessionato, come molti, dall'accumulo di ricordi dimostrabili. Sembra quasi che dobbiamo far accettare i nostri ricordi da una comunità, da una giuria popolare, magari da chi dovrebbe amarci.
Me ne sono sempre fottuto di questo. Non ho mai fatto una scelta pensando a cosa avrebbero pensato in famiglia (quale poi? La vera famiglia è quella che ci scegliamo noi nel corso del tempo) o nel giro di amici.
Molti miei ricordi sono sbagliati. Modificati, corrotti. Crudeli. Noiosi. Languidi e ridicoli. Gli inizi di ogni cosa cerco di non ricordarli mai, di qualsiasi argomento si tratti fa troppo male. Ricordo più le stazioni che le persone. Ricordo i vestiti e le macchie di colore. Ricordo anche le macchie di dolore, alternando fasi in cui le rimastico ed altre in cui ci piscio sopra.
Io bluffo con la mia memoria, e lei con me. Come in una relazione finta epicurea in cui i pochi momenti di pace sono segnati dai tradimenti supposti, immaginati e consumati con la tachicardia che ti viene quando sbagli e fai schifo.

È interessante stuprare la propria memoria per tutelarsi.
Una delle migliori tutele è quella di cancellare dalla propria vita chiunque non sia in grado di servirsi di un minimo di autocritica e messa in discussione.
Chi è senza dubbi, chi non si punge o si straccia, è fuori. Clamorosamente fuori.
Si incontra chi vuole attorno stati di pace e basta. Persone messe in quiete, con ricordi e voglie ammaestrate, direzionate, analizzate, catalogate. E si segue quell'indicazione ipocrita e tronfia che vuole la rabbia, la libera espressione, gli avamposti in miniatura nei giardini deserti del proprio vissuto come elementi negativi, da rivoltare come calzini sporchi. Si incontra chi vende la voglia di vivere come fosse un marchio, un brand, una maledetta linea di stile. Non funziona. Non può funzionare. Siamo in troppi a vendere, come siamo in troppi a scrivere. E purtroppo siamo in troppi a cercare amore dentro e fuori di noi, in un'ossessione a coda di rospo che genera ombre da maremoto, romanzi di merda e vittimismo esistenziale con tavole imbandite ed ospiti di consolazione.
Piacersi, cercarsi, non basta: è poco. Avere un codazzo di persone “di famiglia” dietro il culo non basta: sono premi di consolazione, lotterie truccate. I ricordi non sono occhiali da sole o automobili. Non devono essere per forza funzionali e veloci, pronti all'utilizzo. Non tutto porta verso il sole.

Oggi, proprio oggi, non sta accadendo nulla che diventerà ricordo concreto, da proteggere e da conservare. Ma è meglio così: le sensazioni hanno in potenza la caratteristica di poter tramutarsi in memoria di crescita e di consapevolezza.
Oggi, per esempio, sono stato vicino al mare e non mi ha detto niente. Un cazzo di niente. Le onde mi annoiavano. Le partenze mi sembravano tutte infarcite di olio di cocco, una lunga linea multicolore, come un pareo da mercato delle pulci addosso alla terra, alla strada. Gli occhi delle persone oggi mi sono parsi biglie di vetro senza profondità. Non c'era uno sguardo che ti restasse addosso, vicino al mare. Eppure, non mi sono sentito a disagio. Qualcosa mi diceva che stavo costruendo ricordi senza garanzie, su una strada poco trafficata e senza luci di segnalazioni. Soprattutto, senza eventi-marchio. Senza sputtanarmi il soffio vitale in dichiarazioni sceniche di positività e permanenza. Oggi sono stato fantasma tra i fantasmi, ma la costruzione della memoria è anche questo, piazze, strade, estranei, sigarette fumate per far tornare i conti, voglia di chiudere scorciatoie, tendenza all'eliminazione di tutto quello che si è spento pur urlando la propria inutile grandezza.
Oggi, proprio oggi, accetto che la vita e la memoria non sono opere d'arti, bensì viaggi di vento e di polvere spesso su strade ad una sola corsia, dove i miraggi sono provocazioni e i santuari vere e proprie camere a gas dove stordire ogni pulsione con la paura di finire non in tempo.

Luca De Pasquale 2016

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