25/07/16

Come un fiocco di neve vietato ai minori


Non sono abbastanza brillante, inserito e ruffiano per ottenere maree di followers su twitter. Non so fare cultura su twitter. Neanche su facebook. Neanche nel cortile di casa.
Non passo minuti ed ore a studiare frasi brillanti, evocative, icastiche, funzionali e con il cazzo ritto. Perché la maggior parte delle frasi brillanti disseminate sui social valgono meno di una banalissima erezione senza neppure il lieto fine.
Conosco gente abbastanza flippata da arrivare a pensare di usare gli hashtag anche nel linguaggio verbale. Ho incrociato individui che si presentavano con l'inquietante abbrivio “ho molto successo sui social”.
Non scrivo commentari politici su twitter e nemmeno per la rivista del quartiere, qui in zona. Una volta ho scritto un articolo sull'invasione delle blatte ed un'altra ho declinato l'invito a scrivere un trafiletto sulla nuova moda di fare sesso (doggystyle o missionario, si improvvisa) sulle panchine, all'alba.

Una volta una rivista letteraria mi chiese (proprio lei, la rivista letteraria) di scrivere una cosa che ricordasse -senza ovviamente sfiorarne la nitidezza e la meravigliosità sociale- la prosa di Baricco, ma a me Baricco non piaceva ed i suoi libri non mi interessavano. E così scrissi una cosa che si chiamava “Flanella”. Non ho la minima idea di che fine abbia fatto quel pezzo. Qualcuno ebbe a ridire, perché i golem non si toccano. Quelli letterari meno degli altri.

Nel 2012 una tizia che neanche ricordo come si chiamasse, di sicuro la conoscenza di una conoscenza, mi domandò se poteva interessarmi scrivere su una rivista di animalisti e di vegani aggressivi. Per una forma ruvida e poco redditizia di coerenza personale, declinai l'invito con un certo cipiglio. Amo i gatti, ma non sono animalista. Non sono ossessionato da certi temi. Non sono vegano e non condivido minimamente l'aggressività di certi anatemi. Così, non entrai in un giro che poi ha sfornato addirittura un'antologia tematica. Ma io non sono un narratore vegano e non lo sarò mai. L'unico Vega che mi interessava era Alan. E, da piccolo, il Re Vega di Goldrake. Senza rancore.

Antimo Cacascia, invece, mi ha chiesto il mese scorso se volevo intervenire sul tema della legalizzazione delle droghe leggere.
No Antimo, non mi interessa. Grazie lo stesso”
Ma scusa, tu non sei favorevole?”
Il tema non mi interessa, Antimo. Non fumo altro che sigarette ed ho altro cui pensare, in questo momento”
Ma è un tema di sinistra”
Se questo è un tema di sinistra, allora non considerarmi di sinistra in questo frangente”
Il tuo cinismo mi ributta. E poi, guarda che lo so che non voti”
Chi te l'ha detto, l'uccello Urruti?”
Lo so e basta”
Fai lo scrutinatore nel seggio dove mi attendono in genere?”
Lo so e basta. Non votare è un errore indecente, del quale non ti facevo capace. E poi, dovresti pensarla come noi circa la legalizzazione”
Mi spiace enormemente deluderti, credo che farò una sciocchezza per questo”
Tu hai tradito e la tua ironia fa schifo, è un po' fascista”
Addà venì Baffone, questo mi stai dicendo?”
Sei una delusione. Non ti leggerò più”
Già non mi leggevi”

Quando avevo ventiquattro anni, mi proposero di scrivere dei corsivi per una rivista pornografica. Chiaramente sotto falso nome. Non avrei rifiutato, la cosa mi divertiva. Non ci trovavo nulla di male in sé. Il problema è che scoprii, quando avevo già scritto alcune cartelle, che non mi avrebbero pagato. Avrei dovuto farmi le ossa. Pensai, se proprio devo farmi le ossa, tanto vale che io non scriva di membri equini e di bukkake.
La rivista aveva sede a Roma. Parlai cinque volte al telefono con un tale che si chiamava Nino Pioggia. Uno che aveva la voce di Gabriele Ferzetti e parlava un italiano arcaico, dannunziano e più vuoto -se possibile- di quello commerciale e finto colto in uso oggi. Di sicuro non mi propose il “piuttosto che” comparativo che, lo dico e lo ribadisco, può farmi decidere se frequentare o meno una persona.

Un po' di anni fa, quando la mia piccola promettente stella narrativa si era già strafatta e fatta sodomizzare nei cessi dell'Ade da Minosse in persona, mi proposero di far parte dell'ennesima antologia, la solita collettiva che si sviluppa e si dipana per conoscenze. Tema: le scosse di terremoto e la narrativa ad esse agganciabile. Scrissi un pezzo un po' drammatico e febbrile, figlio probabilmente del difficile momento lavorativo che stavo vivendo. Non era proprio una merda; qualche spunto distintivo ce l'aveva. E se lo dico io che in genere mi distacco subito da quel che produco, un po' mi si creda.
Il mio racconto fu bocciato. Non mi evirai per questo. Ma mi lasciò perplessa la modalità, perché a far fuori il mio morceau non fu la casa editrice che curava l'antologia, bensì uno degli scrittori che faceva parte del lotto dei “certi di apparire”. Il mio racconto, che voleva essere un misto tra William Blake, Antonello Cuccureddu, William Orbit, i Future Sound Of London e me stesso, fu definito “carino” (e dunque vilipeso, sminuito) e bocciato senza remore dal “giovane collega”.
In quel frangente, ho imparato molto circa l'ambizione dei giovani virgulti; il loro cinismo freddo, con occhi da carpa, è molto più terremotante del mio, che è fuori moda, esistenziale, formativo. L'ambizione si muove su pedane semoventi di crudeltà spacciata per simpatia in movimento. Insegnamento.

Ultimo aneddoto del lotto. Quando uscì il mio primo libro, sul sito Ibs si catenò una guerra tra detrattori selvaggi (due colleghi accertati e qualche altro rosicone) e qualche fan (che ringrazio, ma non li avevo pagati o istruiti io). Notai che le critiche erano davvero virulente, quasi personali, sprezzanti, arrivando addirittura ad un perentorio “se un De Pasquale qualsiasi...”
Incomprensibilmente, non andai ad infilare un manganello di ghisa nel culo del tizio, che pure avevo individuato. Mi colpì invece la sua assurda rabbia. Non gli avevo rubato la donna e si trattava anche di un mio superiore di grado; per questo non ci voleva molto, perché in quell'azienda venivano nominati responsabili ad ogni piccolo scossone interno, con tanto di uso ed abuso di pretoriani.
Chi mi conosce sa di che azienda parlo. Io lo dicevo quando ci lavoravo. Ora sarebbe fin troppo facile. In dieci anni di lavoro dipendente inquadrato ho capito l'uso moderno del concetto di “pretoriani” e di “lacché”.

Immagino come deve aver goduto, il collega crudele, nel leggere l'unica recensione davvero negativa ottenuta dalla mia opera prima, in cui un eminente quanto discutibile barone della critica letteraria enotria scrisse che avrebbe buttato il mio libro nel cestino.
Risi come un pazzo, quando lessi la cosa, dopo i primi dieci minuti di rabbia. Io non volevo che quel libro finisse su quella scrivania, lo avevo detto e chiarito. Risi molto, perché il cestino di quell'eminente critico accoglieva il mio ingenuo esordio con più entusiasmo, garantisco, di quel che avevo provato io a leggere le sue recensioni su altri libri, di una noia infinita.

Che si sia grandi, medi o piccoli, bisogna in qualche modo avere addosso la prontezza perenne di attivare una modalità di protezione; si badi bene, non ho detto un app. Le app mi interessano allo stesso livello delle battaglie vegane e dei forum nevrotizzanti degli utenti di Apple: zero.
Antimo Cacascia ha ragione: sono un traditore. Ho tradito dall'inizio la logica delle convenienze, esponendo le mie smunte natiche a Minosse.
Però, e qui lo giuro, quando scrivo nelle notti di vento e temporale sono come un fiocco di neve. Spesso vietato ai minori, ma chi ci fa caso?

Luca De Pasquale 2016

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