18/07/16

Alan Vega, David Bowie, Stig Dagerman: lavorare sulle ombre


Alan Vega è morto.
Notizia dura e difficile per me, perché il “Re Vega” mi ha profondamente influenzato. Il suo rock and roll decadente, correlato magnificamente all'estetizzazione del “suicidio” (commerciale, emozionale e oltre) mi ha segnato nel profondo, quando adolescente acquistai per caso una copia di “Dujang prang”.
E come al solito, da lì mi sono mosso per ritrovare il corpo dell'opera omnia, inclusa la sua non trascurabile attività come artista visivo e performer originale e controverso, tra neon, televisori in miniatura, crocifissi illuminati ed altro materiale di (probabile) risulta.

Come mi giro e mi volto, questo 2016 ha un odore di morte, anche se per fortuna non di ospedali. L'odore degli ospedali mi uccide a prescindere.
Strano e macabro che in questi ultimi mesi gli artisti che ho ascoltato di più siano stati David Bowie (anche se era prevedibile, e comunque più Tin Machine e dischi 'contestati' che i capolavori universalmente riconosciuti) e Alan Vega, appunto. Ieri ho finito, con addosso il sentimento di dispersione emotiva che l'artista infettava per eccessiva bellezza, un libro di Stig Dagerman. Un libro di Dagerman non è solo lettura, è un pericolo concreto. Come tutto quello che può mettere a soqquadro un uomo, travolgerlo con dubbi vividi e accesi, tutto quello che porta con sé una bellezza insopportabile.

Non è un hobby, collezionare morti. Men che meno una passione intellettuale da fetido parvenu. È che i miei modelli, i miei fari, sono davvero tutti morti, o quasi. La musica di David Bowie mi dominava, facevo finta di non saperlo. Anzi, come tutti i bastian contrari coglioni la sminuivo in presenza d'altri, perché detesto la pomposità e la solennità più di ogni altra cosa. Ma David Bowie aveva in gestione una qualche tonnellata delle mie notti, che sono poi quelle che contano per uomini della mia specie. Il David Bowie maturo, “ripulito”, fashion, ambiguo. Quel David delle foto promozionali dei Tin Machine che, nonostante la mia tanto sbandierata eterosessualità, mi provocò un senso di vertigine quasi erotica, per quanto solo mentale.

Il libro di Dagerman l'ho finito all'una di notte. Ho avuto problemi ad addormentarmi. Molti. C'è una sua risposta alla lettera di una giovane lettrice che mi ha molto colpito. Perché in quel caso Dagerman parla di vita ed incita al compimento della stessa. Ma noi sappiamo che Stig Dagerman si è suicidato a trentuno anni. Un uomo di immenso talento. Io, con un decimillesimo del suo talento, sono ancora vivo e mi dibatto, superata la soglia dei quaranta che per molti vuol dire prudenza e invece no, per me significa vaffanculo, non vi dedico i miei ultimi anni con la coda tra le gambe, impotente, orante, prigioniero calmo.

In “Risposta ad una maturanda”, brano tratto dal recente volume “La politica dell'impossibile”, Stig Dagerman scrive:
Ma qualsiasi cosa decida di fare, non dimentichi mai che non è prigioniera della strada scelta. Ha tutto il diritto di cambiarla, se sente di essere sul punto di perdersi. La vita Le chiederà prestazioni che troverà ripugnanti. Allora dovrà essere consapevole che la cosa più importante non è la prestazione, ma il Suo svilupparsi in una retta e bella persona. Molti le diranno che questo consiglio è asociale, ma Lei potrà rispondere: quando le forme della società si fanno dure e negano la vita, è meglio essere asociali che disumani.

Impossibile per me aggiungere altro a queste parole. Sono parole che tranciano, l'autore delle quali ha deciso di interrompere il suo tempo, il suo respiro, il suo futuro. Sono parole dolorose, forse inascoltabili per eccesso di utopia. Ma Dagerman, il suicida, l'angelo caduto, è stato capace di rischiarare i miei giorni peggiori, quando vagavo insensato tra stanze, uffici, mie dimore notturne spoglie con amori sdraiati sotto le croci mancanti. Leggere i suoi libri, in treni zozzi, in piedi di notte, appollaiato sulla mia solitudine armata, mi ha salvato. Come è vero che sono cresciuto bene nel buio di canzoni bowiane come “The motel”. Esponenziale crescita del dolore in luoghi sorvegliati e aperti, privi di dio, sprovvisti di quella stupida goliardia che sembra essere -ma non lo è affatto- l'antidoto naturale al dramma insito nel vivere, desiderare e prendere quel che si può.
Anche le assurde canzoni di rock da buco nel braccio di Alan Vega, la sua salmodiante voce reediana, il profumo di catastrofe e decomposizione nella sua voce e nelle sue opere, quella è stata altra roba che mi ha salvato.

Io e tanti altri non ci salviamo con l'arrosto della nonna, lavorando i campi con vestiti di fieno e bretelle demodé, non ci salviamo con il nostro nome sulla copertina di un libro. Quella è vanità comoda e parzialmente condivisibile, ma non esorcizza veramente la morte. Forse la accelera; di certo il tentativo continuo di salvezza aumenta le potenzialità degli errori.
Se l'errore è stato nascere, o innamorarsi, o credere nel tempo giusto e largo, allora non ci si salva con le salvezze. Bisogna trovare quel coraggio contraddittorio e intermittente che permetta di lavorare sulle ombre. Sui buchi delle assenze. Sui corpi nudi ed emaciati nei cessi intasati dell'anima. Devi scavalcare l'ego, pisciarti addosso come un bambino capriccioso, devi doppiare il tuo cazzo e il tuo cuore nella corsa alla pace breve e al sorriso arreso. Sì, devi provare a fare arte. Te lo devi. Lo vuoi e lo fai. Ma non puoi dimenticare la morte. Che, ne sono ormai sicuro, si esorcizza solo con altra morte.

L'estate è al centro del cielo, di chi mi vive attorno, è per strada, tra i miei contatti, nei vestiti delle donne, nei gesti degli uomini. È qui accanto a me, arrogante, volgare, dissonante. Si succhia i denti, canta canzoni di merda, apprezza la bellezza dei belli e finge di leggere i libri utili a provare emozioni. L'estate è una puttana. Io e l'estate non ci annusiamo neppure, ma ci useremo. Io la userò per contenere pezzi di ombre, per riposare la rabbia ammutinata, sfuggita alle impronte digitali. Ho acquistato molti libri e molti dischi, quasi tutti di future jazz, abstract hip hop e minimal. Sono suoni aperti e claustrofobici al contempo, perfetti per l'appello agli assenti. Suoni sensuali che rifiutano la bomboniera dell'amore educato e socialmente codificato, quello che protesta per un odore, per una frase e non per l'assenza di desiderio. Quello non è amore: è solo un contratto con postille illeggibili e prevaricanti.
Non sarò mai più fedele a qualcosa o qualcuno che mi impedisca di respirare. Eredità Dagerman, sì; ma anche Bowie e Vega. E tanti altri. Tanti morti.

Luca De Pasquale 2016 









 

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