08/06/16

Un'alba con la luce di Adrian Borland


We met by chance
I saw you shine
That ancient dance
Seems new each time

Just break my fall
I've got too close to you
Just break my fall
And my heart will never know

Adrian Borland

Alle cinque e qualche minuto apro gli occhi. Mal di denti. Sembra che nelle mie gengive abiti un batterista punk alle prime armi. C'è pochissima luce. Nella stanza e fuori. Fuori, ancor di meno.
Prendo un residuo di caffè del giorno precedente, mi infilo una sigaretta in bocca e aspetto che il mal di denti prenda consistenza, che si riveli nella sua interezza, suggerendomi così il rimedio.
Ho seguito dibattiti politici fino a tardi, dibattiti post-elettorali, ma alla fine ho provato un certo tedio. Sono finito su un canale privato, dove mandavano “Dove vai se il vizietto non ce l'hai”, un film del 1979 che già conoscevo abbastanza. In una scena, Renzo Montagnani massaggiava le tette di Paola Senatore e poi era costretto, nell'impossibilità della copula, a tuffarsi in piscina per dare tregua al membro infuocato (e qui subentrava, sordido e meraviglioso, l'effetto artigianale del ghiaccio secco). Nel cast del film, oltre all'immancabile Alvaro Vitali ed al grande Mario Carotenuto, anche il fantastico caratterista Vittorio De Bisogno e l'esuberante Angie Vibeker, che per quelli della mia generazione era una delle starlettes chiave dell'onanismo adolescenziale.

Ma le forme della Vibeker, che un tempo mi facevano esplodere ed implodere nei jeans, stavolta mi hanno procurato sonnolenza e sono crollato.
Adesso la casa è al buio e la mia testa, soggetta ai tempi dispari del batterista nelle gengive, è un misto di rivendicazioni politiche assorbite e di tormentoni di Renzo Montagnani.
Mi sistemo in poltrona, accanto alla finestra. Apro tutto e aspetto l'alba. Senza ansia, senza pretendere che la nebbia si dissolva in fretta. Per strada ci sono due cani randagi. I gabbiani, già affamati, torreggiano invece sulla canna fumaria della villa vicina, la villa di quello che possiede due stupendi cavalli.
Anche stanotte, alcune coppiette sono venute a chiavare in macchina nel viale sottostante. Se inforcassi gli occhiali, certamente distinguerei la forma ad anello ed il colore ocra morte dei preservativi usati. Quello del primo piano non lo sa, che l'ho visto toccarsi dietro la finestra, guardando in direzione delle auto che sussultavano nel buio. L'ho visto e ho sorriso verso il basso. Con la mano destra teneva una sigaretta che si consumava inutilmente, con la sinistra si palpava.
D'estate, le coppiette le senti anche, oltre che immaginare facilmente posizioni e fasi del coito. Senti certamente tutto il rumore conclusivo, poi fai caso alle risatine cretine che sembrano obbligatorie dopo la penetrazione.
Anche per questo, d'estate -fottendomene altamente delle regole di buona igiene domestica- preferisco fumare in casa.

L'alba arriva dopo un po'. So che sarò stanco oggi pomeriggio, per questo risveglio. So anche che la stanchezza genera una strana necessità di bilanci e revisioni; ne farei volentieri a meno. Durante i bilanci non riesco a fare il ragioniere, purtroppo sono un killer. Eseguo in silenzio l'ingrato compito dello sradicamento, senza mai chiedere pietà. Rimuovo tracce di antichi virus, di ossessioni che funzionano sempre a richiamo, e quanto alla malinconia ne faccio un nodo caramelloso, me la infilo in bocca e attendo che si sciolga, cambiando il mio sapore. Fino a che sarà poi necessario imbottirsi di caffè o fumare fino a non sentire più niente.
La luce di quest'alba è gialla, arancione e contiene un filo di dolore grigio che mi ricorda la musica di Adrian Borland, solista e con i Sound. La luce di quest'alba sembra pericolosa, forse muovendomi potrei tranciarmi in due, e scoprire che una metà di me non è stata affatto bonificata da bilanci, revisioni e revisionismi.
Adrian Borland è stato un grandissimo artista. Trascurato in vita, contestato, frainteso, santificato cupamente in morte, oggi rimpianto. Colpevolmente rimpianto. Il 26 aprile del 1999 mise fine alla sua vita gettandosi sotto un treno in transito, nella stazione di Wimbledon. Aveva quarantun anni e troppi problemi, troppe incongruenze, troppe divisioni dentro, ansie, frustrazioni.
Adoravo i Sound, come tanti altri appassionati di musica, ma apprezzavo particolarmente anche l'attività solista di Adrian, dopo la stupefacente esperienza Sound. I suoi dischi solisti avevano qualcosa di incompiuto e di dannatamente affascinante. Le sue canzoni, imperfette e spesso prive del gancio definitivo melodico, sembravano delle autopsie per nulla estetizzanti e non costruite artificiosamente su un gusto di sperimentata decadenza. Le canzoni contenute negli album solitari di Adrian Borland erano lui e poco altro. Lui e la sua notte, ma anche la smania della nuova luce, dell'uscita faticosa da spessi paraventi di tenebre.
Stamattina ripenso ad Adrian Borland ed alla sua musica, e ne ho voglia. Di riscoprire quei brani, quelle sommesse annunciazioni di crollo personale e di genio mal utilizzato. Le coppiette sotto casa usano quasi sempre r'n'b da discount, purulente canzoni italiane di nuovo pop allineato, bolsi inni rock che vorrebbero dare ritmo alle anche, ai bacini, alla ricezione e al dono sessuale. Ho sempre pensato che fottere con la musica sia un compromesso coreografico, come tenere accesa una luce di riserva durante un potenziale trionfo del caos. Impossibile.
Conoscevo un tizio che si vantava di scopare con la sua compagna sotto l'influsso benefico della musica classica. Che fosse Strauss senior o junior, che fosse Mussorgsky o Sibelius, quel tronfio stronzo mi dava sui nervi. Perché mi era chiaro che non aveva le palle di captare i veri rumori di un abbraccio nel vuoto più assoluto, le contrazioni dei corpi, la loro espansione, e il loro acquietarsi e morire in un momento che finisce per somigliare sempre al prossimo ed al precedente, ma che è fondamentalmente unico e solo. Soprattutto solo. Ed allora, che sia nobile musica classica o marcette fetide, meglio spegnere ed accettare la maledetta parzialità della cosa.

L'alba cede al mattino. Il mal di denti è rimasto. Diciassette anni fa Adrian Borland si è fatto smembrare da un treno, ma il colore dell'alba appena finita è senza dubbio suo, il diritto d'autore è questione che riguarda la sua anima e la mia reticenza in materia di bilanci.
Oggi, quando nel primo pomeriggio sarò stanco come dopo una finta marcia per la pace, riascolterò le sue quasi dimenticate canzoni. Senza sciocca solennità, senza assuefazione a supposti inferni del suo spirito creativo; le ascolterò in silenzio, con quell'ammirazione glaciale che serve a conservare senza dare spettacolo utile.
E mentre chiudo questa nota con la parte sinistra della mia bocca sotto attacco percussivo, mi torna in mente una frase del film di ieri, con Montagnani riccioluto che massaggiando le tette della Senatore dice: “Ma allora... allora io spingio... io spingioooo...”
Chissà se gli scopatori nelle utilitarie e nei SUV sotto casa hanno la stessa dose di ironia e di goliardia insensata. Ne dubito fortemente.

Luca De Pasquale 2016








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