05/06/16

Un'ala sola (per lo splendore della paura)


Rimetto mano alle cose che mi piacevano da ragazzo.
Prevalentemente musica, ma anche libri, arti figurative, film. Mi sembra di ritrovare dei vecchi amici, ma anche dei testimoni. Testimoni della mia vita, delle mie emozioni, delle mie ali sempre alternate.
Sono stato e sono uno che vola sempre con un'ala sola, perché il volo deve essere imperfetto, rischioso, incerto. Altrimenti non è un volo, è solo una fottuta vacanza.

Mi prendo un pomeriggio intero per ritrovare quello che amavo e che -salvo rare eccezioni- amo ancora. Scelgo un disco, il disco giusto, “The splendour of fear” dei Felt. Notti e notti sveglio, soprattutto con il pezzo “A preacher in New England”, l'arpeggio elettrico di Maurice Deebank, le sigarette, i sogni sugli scaffali, l'insopportabile sensazione del tempo liquido, gli amori idealizzati prima di lasciarli morire di silenzio.
The splendour of fear” era tanto bello e malinconico da angosciarmi, da spingermi tra le pieghe della notte, e mi teneva compagnia mentre sentivo i rumori dei miei genitori che andavano a dormire. E sì, mi sembrava persino di ascoltare il rumore dei miei sogni da scaffale, come una risacca, come un motore che si allontana, come una bugia già a fari spenti.
A fari spenti ero anche io, per vedere meglio. Per indagare senza controlli. Per innamorarmi senza ricatti. Per convincermi che a vivere non c'è nulla di male. E non si offende nessuno se si cerca l'odore del mare nelle poche persone che intercetti come sveglie nelle “tue” notti. Punto.

Poi ritrovo la copertina di “Synchronicity” dei Police, e solo oggi penso a Mark Rothko. Giorni e giorni del 1985, 1986 e 1987 a girare per la città con l'attacco di “O my God”, con quel basso netto, gonfio e spropositato. Il disco dei Police è finito in soffitta quando mi piaceva di più esplorare cose veramente sommerse, ma quell'attacco di basso è indimenticabile, parte della mia crescita, base dei passi e altezza dei movimenti. E quei tre colori in copertina, tre nastri sul mio cuore rock e pop, anche quando giocavo al topo d'avanguardia.

Tra i libri ritrovo D'Annunzio, che oggi non rileggerei. Anche se dare il nome di Stelio Effrena al personaggio de “Il fuoco” era puro genio estetizzante e si può essere magnanimi con il Vate. Per contrasto, rileggerei Huysmans: perché Des Esseintes era infinitamente più simpatico di Sperelli ed Effrena, su questo non c'è dubbio. Passo in rassegna i tre-quattro libri di Bukowski, ed anche quelli non li rileggerei oggi. Probabilmente riderei molto meno di quanto mi capitava in quegli anni di scoperte. Passando in rassegna i vari libri, e non dimenticando le tonnellate che ho venduto, mi rendo conto di essere stato un lettore compulsivo, onnivoro, e soprattutto che per leggere ho volutamente rinunciato a molto movimento caratteristico delle età attraversate. Ero davvero così coraggioso ed assurdo da rinunciare ad uscite e vacanze per finire i miei libri? Sì. Ma non mi sono mai preso troppo sul serio. Non ne sono capace. Le persone che si prendono sul serio, che si soppesano e che si vendono secondo la loro (presunta) autoconsapevolezza mi danno angoscia e soprattutto mi ammorbano a morte. Leggere libri significa leggere libri. È una cosa grandiosa, ma non è che dovrai per questo comunicare al resto del mondo la tua dimensione parallela. E poi, i peti e i rumori corporali -tra i quali quelli dell'ego- diventano ancora più comici e sterili, se provengono da torri d'avorio e nascondigli di paglia dove alternare arte e sesso, coscienza e paura, esecuzione dei propri veli e rimozioni di travi ormai diventate estensioni della persona. Leggevo molto. Moltissimo. Ma ero nobile? Io non credo. A volte precipitavo, a volte volavo. Ma nella vita vera, reale, relazionale, i libri non mi hanno salvato affatto dalle stronzate. Anzi, credo che le varie idealizzazioni abbiano nuociuto al senso di realtà da mettere in campo.

Il disco dei Felt prosegue, e capito tra i dischi dei Killing Joke. I miei Francis Bacon sonori. Roba che certi tomi di Cioran e Caraco non sono nulla rispetto al paranoico nichilismo di Jaz Coleman.
Love like blood”, il mio manifesto, la mia bandiera. Quella chitarra a punta, elettricità scura in acqua ferma, la voce di Jaz. E la copertina di “Brighter than a thousand suns” con il volto di Jaz che sembra dirti “sto aspettando di capire qualcosa che farà paura ad entrambi, intanto ascolta”. Ancora, il colore della copertina di “Revelations” che fu per me uno specchio: ero certo che quello fosse il colore della mia anima.
Ascoltare i Killing Joke, vestirsene negli anni, è sempre stato un gioco pericoloso, una tenebrosa abitudine. Rischiavi di innamorarti di un concetto scivoloso, quello che vuole l'attesa della notte migliore dello svolgersi del giorno. Rischiavi concretamente di confondere artista, messaggio, identificazione e tue aspettative. Poi, oggi, adulto, diversamente ferito dalle vecchie piaghe immaginate, ti dici che non potevi non amare i Killing Joke, le loro marce nel ghiaccio del post punk, la loro tendenza ad imprigionarti in scene di potenza e fatalismo malato. Massima gratitudine per Jaz e compagni.

Poi, smetto di rovistare. Smetto, di getto. Senza una parola. Mi infilo una sigaretta in bocca e tolgo tutto di mezzo.
Mi dico che non sono morto. E che le operazioni nostalgia devono essere brevi, affilate, crudeli e sporadiche. Che devi far rientrare il bambino o l'adolescente che ti si è piazzato vicino come una piattola, lo devi far rientrare dentro di te, inghiottirlo di nuovo per non massacrarlo. Per non renderlo un'astrazione comica o un pretesto. Dagli la sua cazzo di ora d'aria giornaliera, ma poi torna in trincea con il tuo sorriso invecchiato e la tua brizzolatura leggera, quell'invecchiare bene che è beffa, caramella di erotismo mentale per i momenti di autostima, bacetto allo specchio per il sosia.

Oggi è domenica elettorale. Stamattina per strada era un porcile. Manifesti strappati, facsimili di schede ovunque, e poi gente con il cono in bocca, la camicia imitazione dell'imitatore di Mondrian, bambini che non vogliono giustamente andare al seggio, una tizia che sale in taxi con dei micropantaloncini militari e sembra avere la bocca di porcellana. Il primo caldo. Il secondo, in verità; la seconda ondata del primo caldo.
Stamattina avevo poco sonno addosso e mi muovevo nervoso e serio, proprio come un barbagianni che invecchia bene. Non avevo voglia di incontrare per sbaglio persone lontane negli anni. E allora, mi dico adesso, cos'è questa operazione nostalgia?
Fermati ai Felt, a Des Esseintes e a Jaz Coleman. Beviti di nuovo il bambino che ti porti dentro, non lo far piangere, non gli permettere mai più di ordinarti i sogni sullo scaffale, e sii convincente, ora che hai esperienza, quando gli dici che vivendo non si commette torto o peccato. E che si cerca sempre l'odore del mare, anche quando ci sei dentro. Anche quando è troppo presto o troppo tardi.
Non più di un'ora d'aria. Con un'ala sola. Su quello non transigo.


Luca De Pasquale 2016














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