19/06/16

Un nome per ciò che perdi senza che sia mai stato tuo


Sotto sotto gli ABC mantenevano la diffidenza post punk per l'amore e i sogni irrealistici propagati dal pop. In maniera curiosa, ricordavano i Gang Of Four”
Simon Reynolds, “Rip it up and start again”

La mattina estiva è di pioggia, di vento. Molti uomini indossano dei pullover blu che andrebbero bene a Capri o a cena in taverna, in quei locali suggestivi situati sulle strade statali, a picco su un nebbioso futuro.
Io mi sono messo addosso la mia faccia da ragazzino. Mi rendo conto di camminare guardando a destra e sinistra, mai davanti; potrei persino andare in retromarcia, ma lo sguardo in avanti non me lo voglio permettere.

Sono pieno di ABC. Completamente posseduto dagli ABC di “The lexicon of love”, anno di grazia 1982.
Perché sì, ieri mi sono imbottito di quei suoni. Non ricordavo fino a che punto amassi quel disco. Due brani in particolare: “Many happy returns”, il cui inizio è una specie di mantra personale da trentaquattro anni, e “Show me”, un pezzo che mi porta sempre a considerare la bellezza eccessiva di tutto quello che non è mai stato mio. Quindi, quasi tutto.

E così, cammino per la mia città di mare -polvere, polline, vento, disperazione sotto il braccio come una baguette- pensando a Martin Fry e alle sue tenute lamé e dorate, al suo cantato glam e fashion ma anche malinconico e da lottatore sotto le spoglie di dandy.
Quante volte avrò ascoltato nella mia vita l'attacco di “Many happy returns”?
Un numero infinito, incalcolabile. Conosco alla perfezione le sfumature di dizione di Fry e il gioco sensuale del basso di Mark Lickley.
È un pezzo che ho ascoltato tutte le volte, ma proprio tutte, che tornavo a casa reduce da un viaggio, da un amore, da una rumorosa speranza.
Da Bologna a Napoli, da Parma, da Firenze, dalla Calabria, dalla Sardegna. Era il pezzo del ritorno. Lo obliteravo su treni, traghetti, aerei, cercando di recuperare la pace che in fondo non ho mai avuto e cercato.
Ma quel che facevo, in realtà, era farlo ripartire dall'inizio ogni volta, non aspettando nemmeno che si sviluppasse. Era l'attacco a prendermi alla bocca dello stomaco, con quella malinconia seducente fino al dolore.

Compro il giornale, il pacchetto di Camel, ordino un caffè, la mia voce però a stento l'avverto. Come se tutto attorno fosse solo apnea. L'unica voce limpida e stentorea è quella di Martin Fry: “When I accepted this job / I was resigned to my fate / When I got there early / She'd arrive late / You can say she's gone forever / Or just sit tight and wait / She said I was unprincipled / That I was not the first”
In questa giornata in cui sembra che io abbia quarantaquattro anni ed uno strascico di boe e punti luce sulla coda della mia sensibilità, sono gli ABC a dominarmi dentro. E questo probabilmente vuol dire che sono ancora giovane, che non sono appeso all'esterno di una nave di gas in una galassia ostile. Significa che provo. Che sento. E che se mi contorco, sono vivo.
Oggi devo essere intelligente. Devo capire che posso amare quel che ho e prendere per buoni gli odori di tutta l'immensità esterna che non potrò catturare. Oggi non indosso pullover blu come gli altri uomini e francamente non andrei a Capri. Non mi interessa. Oggi avrei dovuto vestirmi come Martin Fry nel 1982. Uguale. E pazienza se non ho la ciocca bionda seduttiva e non canto con la bocca meravigliosamente storta come lui.

Non mi piace la domenica, è un giorno in cui non esco quasi mai perché mi fa pensare ad un fermo, ad una pausa non richiesta, ad un argine. Però è il giorno in cui, adolescente, sognavo di poter indossare il vestito oro lamé di Martin Fry. Questo sognavo a diciassette anni, mica la gloria. Mica l'acclamazione popolare o il denaro. E me ne fottevo se da adulto avrei posseduto degli appartamenti o delle auto sorprendenti. Volevo girare -sobriamente, se possibile- agghindato d'oro e lamé come Martin Fry. E per fantasticare sulla cosa, ecco che utilizzavo l'altro pezzo irresistibile del capolavoro “The lexicon of love” e cioè “Show me”. Con quel soffuso esordio orchestrale e il basso magnifico di Lickley (un bassista ineccepibile e creativo, dimenticato in modo vergognoso), ecco che il vestito glam di Martin mi si cuciva addosso, anche se nella realtà indossavo t-shirt dozzinali e non mi pettinavo neanche.
Martin Fry era un dandy proletario, ma anche un proletario dandy. Uno intelligente, di spessore. E gli ABC sono stati un gruppo enorme. Sì, avrei cantato volentieri negli ABC. E oggi, con i quarantaquattro anni attaccati sulla schiena come un irridente poster, mi piacerebbe stringere la mano a Martin e Mark Lickley e dire solo “grazie per i sogni, ragazzi”.

Sono pronto a tornare a casa. Il giro è durato fin troppo. Napoli oggi vota, io oggi sono Martin Fry. E quel basso fretless dopo gli archi in “Show me” è un modo di pensare, di stare al mondo. Senza troppi vincoli, senza aspettative ingombranti, sensibilmente propenso a dare un nome a ciò che perdi senza che sia mai stato tuo.

Luca De Pasquale 2016

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