27/06/16

Sussidio di disoccupazione con acconto anima


Un tipo che conosco solo via terze persone si è fatto stampare un libro. Centoventicinque copie. Titolo: “Storie da non dimenticare”. Titolo presuntuoso, mica poco. Ha iniziato, lo scrittore, a pubblicizzare la sua opera nei più svariati modi: su tutti i social possibili ed immaginabili, nei negozi, durante le pizze con gli amici, persino nello spogliatoio del calciotto e forse anche a letto con la sua donna, giusto per garantirsi almeno una copia venduta.
Quanti ne conosco, di questi che a tutti i costi vogliono entrare nel mondo della letteratura, dei “pubblicati”, ma anche solo dei “considerati da qualcuno”.
È umano, si dirà. Ovvio, certo. È umano, umanissimo.
Queste persone farebbero davvero di tutto per entrare in quel club di “diversamente colti”, club che idealizzano con una tenacia ammirevole ed un'ingordigia non sfamabile di consensi generalizzati. Pensano che far parte del club dia dei vantaggi morali, di prestigio sociale, di effetto sessuale, anche. Pensano -e te lo dicono- che se si applicassero, altro che i libri tipici da classifica; loro, se solo riuscissero a trovare la calma, scriverebbero qualcosa di talmente nuovo che la critica letteraria dovrebbe veramente considerare l'opzione di reinventarsi daccapo.

Sono ambiziosi. Ambiziosissimi. Spesso vuoti come barattoli di mais nella spazzatura, dopo un'abbondante insalata. Gli ambiziosi ti contattano, sperando che tu possa agganciarli a quel mondo nel quale tanto desiderano entrare e farsi strada. Poi, se si rendono conto che sei un isolato, un cane sciolto, ti lasceranno presto perdere. Ed è anche garantito che se avranno una qualche forma di successo, certo non verranno ad offrirti un aperitivo. Se li vedrai, se li incontrerai, potrai solo assistere all'effetto pavone. Starà a te avere stile, non dar loro soddisfazione con un aperto ed incontenibile fastidio.
Mi sono sempre chiesto: credo negli aperitivi letterari? 
Direi di no.
Mi sarei sentito migliore, in certi duri frangenti della mia vita, se avessi annoverato tra i miei (veri) amici dei letterati conosciuti pubblicamente quanto basta?
Non direi.
E come mi sento io, dopo la presentazione di un libro? Come se mi fossi venuto nei pantaloni? Come dopo un'abboffata, una scopata da discobolo, una promozione pubblica, un premio, una vincita insperata?
Direi di no.
Quando mi è capitato di fare presentazioni -non sono tantissime e non le millanto di certo-, spesso dopo mi sono sentito desolato, leggermente svuotato, privo di quel brivido tanto supposto dagli ambiziosi. Quasi sempre ho avuto voglia di un panorama marino, di un belvedere notturno, oppure di passare per una qualsiasi reception a ritirare le mie chiavi con i numeri un po' sbiaditi.
Perché a volte mostrare la propria scrittura, e sigillarla in un evento, è un disagio che vorrebbe il fuoco e invece si sdraia nel ghiaccio, senza aperitivi di sorta. Mostrarsi è quasi un senso di colpa. Uno scambio d'identità. Certamente un dozzinale equivoco. Quanto alla coda di pavone, spesso è screziata di merda e di lacrime d'impazienza, vale come i pantaloni bianchi trasparenti indossati per mostrare il filo del perizoma. Non oltre, non di più.

Il tizio che ha stampato “Storie da non dimenticare” usa continuamente, l'ho notato, parole come “mitteleuropeo”, “apertura”, “denso”, “tracciare”, “considerazioni” e “memoria”, quest'ultima accoppiata ad “ingannevole”.
Esibisce una forma di esistenzialismo light progressista che mi fa davvero tremare di orrore. Una micosi. In lui, tutto è studiato. Anche come accende le sigarette e come ravviva i capelli quando parla di cose “dense”. Ogni suo gesto è smania di esibizione, di riscontro, tutto in lui contribuisce a rendere prioritario il voler innescare scintille di curiosità. Che poi finiscano sullo scaffale di una libreria o in un letto, in un vaso di ceneri o nel cesso, poco conta. L'importante è risaltare ed entrare nel club idealizzato. Dev'essere fantastico entrare in contatto con scrittori, editor, editori, giornalisti, addetti ai lavori, intellettuali. Comportamenti che vorrebbero essere leonini, fieri, da mangiavita, si rivelano invece movenze che ricordano solo la somma goffaggine dell'immortale eroe sveviano Alfonso Nitti. Non oltre, non di più.

Quando ho lavorato nel privato, i miei capi mi dicevano che ero poco ambizioso. Che non mostravo la “grinta”. Per me la parola grinta vale quanto “diarrea”. Mi insinua gli stessi fastidi a pelle. “Grinta” mi fa anzi pensare alla stipsi e al petting non seguito quasi mai da una degna erezione o durata.
Del resto, quanto può essere realmente ambizioso uno che nasce nel 1972 e nel 1985 era affascinato dal rock prodotto sotto il sussidio di disoccupazione?
Già. Mi facevano impazzire quelle band formate spesso da ex studenti d'arte che percepivano, e stiamo parlando del Regno Unito, solamente il sussidio di disoccupazione. Punk e post-punk sono stati sovvenzionati dai sussidi di disoccupazione, quella era benzina sul fuoco, vento su promettenti principi d'incendio. E quella era la musica che mi piaceva da ragazzo. A dire il vero, anche adesso. Perché anche quando ho ascoltato jazz, tanto jazz, mi sono sentito sempre punk. Anche per questo mi piaceva Jaco Pastorius. Mi sono sentito punk anche quando le cose giravano bene secondo la concezione più innocua e medio-borghese. E mi sono sentito terribilmente punk quando ho pubblicato la prima volta. Non sarebbe stata una camicia pulita a rendermi parte del mainstream. Non aspiravo a farmi aperitivi con gente del club.
Non ho mai, nemmeno per un attimo, sentito quel senso posticcio di superiorità creativa che molti vanno cercando, sintetizzando ed esibendo.
Con gli amici mi piace parlare anche di come si lavano i piatti: se da sinistra a destra, con che tipo di spugna, con quale sapone apposito. Non c'è bisogno di mettere in mezzo Lawrence o Dos Passos per avere la mia stima e per farmi sentire importante ed inserito.
Ma inserito dove, poi?
I club oggi sono come il lavoro, mai stabili. Un giorno sei dentro e ti danno pacche sulle spalle, il giorno dopo ti cacano in faccia scusandosi per l'incidente. Le alleanze sono più appiccicose dello sperma, ma meno efficaci della colla e molto volatili. La piccola gloria è un gloryhole. Sedurre qualcuno con ciò che si scrive è una vigliaccata triviale, ed è anche un sottovalutare alla grande il prossimo.
Non dovreste mai leccare l'orecchio ad uno scrittore o fargli credere che la sua assurda presenza al mondo possa rappresentare un evento minimamente erotico. Uno scrittore in genere è un pavone innocuo e molto irrazionale. Diffidate di chi professa modestia appena apre la bocca: quelli sono i peggiori, quelli sono gli ambiziosi, i visionari moderni, i barattoli di mais.

Non acquisterò una copia di “Storie da non dimenticare”. Non mi presterò a questa farsa: so che non lo leggerò mai. Perché il tizio è un ambizioso, ha bisogno di spumare ed io non lo capisco. Lui vuole spuma e gloria, io penso che il sussidio di disoccupazione -che ora mi tocca, mi domina e rappresenta- sia un buon banco di prova per rendersi conto di quanto la parola scritta sia comunque divorabile dal vento, di quanto sia dispettoso e dispersivo mostrare un lato chiuso e finito della propria smania di espressione.
Nelle porte girevoli del club capita che si fraintenda, e magari il ragazzo delle valigie passi per scrittore sublime o viceversa.
Non è meglio una casa sul lago, senza pistole dietro, una finestra, un traghetto alle sei e dieci del mattino con sette persone a bordo e un passato che fa capolino solo nei sogni notturni? Non è meglio capire una volta per tutte come lavare i piatti?

Luca De Pasquale 2016

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