18/06/16

Scrittura post punk senza formaggio


Tra i passatempi di una certa borghesia c'è quello, inveterato ed antico, di utilizzare la letteratura come dildo.
Discettare per ore (al telefono, da vicino, via social) sulla sapienza del piccolo circolo di eletti che si è scelto o dove si è stati inglobati.
Pare che per alcuni l'intellettualismo sia anche un modo di lubrificarsi, di eccitare cuore e genitali, e che sia strumento di selezione sociale ed esistenziale.
In genere fuggo a gambe levate da questi cenacoli, nei quali capito essenzialmente per sbaglio. Ci capito perché scrivo e perché pubblico negli anni bisestili. Mi viene attribuita erroneamente la necessità di discorrere per ore di letteratura. Poi si scopre che vengo dal punk, dall'art rock, dalla mutant disco, dall'industrial di sinistra ed allora decade tutto, velocemente ed in modo impietoso. Reciprocamente.
Che dovrei fare? Infilarmi un pezzo di formaggio molle in bocca e barcamenarmi tra narratori americani elitari e promettenti italiani dal vago gusto di profondità esistenziale?
Dovrei parlare di Jean Genet -che adoro- fingendo che non scrivesse di cazzi in erezione e inculate? Dovrei farlo con quella levità aristocratica che rende ogni cosa di plastica, stantia, arroganza in punta di forchetta?
Mi piacciono alla follia e da sempre scrittori come Knut Hamsun, John Braine, Albert Caraco; dovrei renderli commestibili, dolci, suadenti, ponte sociale? Quelli sono scrittori da confino, da autodistruzione, se ti piacciono è difficile che tu abbia quell'aura sacrale addosso, da “fortunato amante della parola scritta”.

Vengo dal punk. Dal post punk cupo, gotico, vengo dal fumo di ciminiere immaginarie. Fate conto che io sia nato a metà degli anni settanta in un sobborgo di Sheffield. La mia testa è tarata in quel modo: come uno che lavora in una fabbrica di inscatolamento tonni e poi la sera, dopo aver mangiato poco o niente, decide di mettere su una band che mischi malmostosamente Joy Division, Kid Creole and the Coconuts, Grace Jones, Gang Of Four e pure Bryan Ferry. Dunque, uno non adatto alle balconate letterarie, ai formaggi molli, al dito sotto il mento, al dito che punta la luna della santa narrativa; uno, piuttosto, abbastanza abile da non mettersi il suo stesso dito su per il culo. Non altre sapienze. Non altre abilità.

Detesto l'enfasi. La sordida celebrazione della propria diversità in positivo.
Trovo ributtante l'atteggiamento inconcludente e inesorabilmente stracco delle conversazioni alate. Una conversazione alata non può giocare all'unicorno, è meglio che finisca con un coito o con un addio. Senza menzogne. Senza apparentementi. Senza commistioni da circolo nautico.
Lo ammetto, senza vergogna: sono profondamente ed irrimediabilmente difettoso. Intransigente. Sono difettoso perché trovo ripugnante qualsiasi idea di élite. Anche quando transito in quelle élites al contrario che tanto mi attraggono oscenamente, ebbene, fuggo anche da lì. Perché poi quelle sembrano (e sono) élites da nerd, è sempre dopolavoro incongruo, bocciofila per cazzoni e quant'altro.
Tremo quando qualcuno mi dice “noi non siamo come...”. Sono frasi che mi terrorizzano. Noi? Noi non siamo? Ma chi ti credi di essere? Noi niente. Noi nessuno. Noi sono tre lettere sotto una ghigliottina permanente. Io non sono differente dalla merda che guardo e descrivo. Io sono parte di quella merda, volente o nolente. Sono corrotto, facile a speranze assurde, sono diplomatico quando mi serve, cerchiobottista quando ho paura, ridicolo quando mi arrapo, indegno e presuntuoso quando credo di aver scritto e prodotto qualcosa di valido e controcorrente.
Anche io ho preso ordini, nella mia vita. E anche parecchi, visto che sono sempre stato piuttosto indigente. Quindi, per lavorare dovevo essere necessariamente un sottoposto. Non ho fatto carriera anche se mi dicevano che ero molto intelligente. Classica frase priva di qualsiasi senso.

Vengo da una forma mentis culturale post punk. Non c'è spazio per delicati petali di sapienza (saccenza) da vaporizzare in giro. Se leggo un grande libro non è detto che migliori. Posso anche peggiorare, e non poco. È capitato con “I demoni” di Dostoevskij. Con “Fame” di Hamsun. Con “Bambino bruciato” di Dagerman. Anche con “La stanza di sopra” di John Braine. Leggevo e peggioravo. Vengo da attitudini destrutturaliste e volgarmente distruttive, sono poco associativo. Il mio credo politico, opposto ad ogni forma di assolutismo ma anche di capitalismo e consumismo, mi isola per definizione. Come accadeva nei vicoli lerci di Sheffield. Il mio modo di essere un socialista aggressivo è sempre stato un problema concreto. Soprattutto con le persone di sinistra, quelle poste sull'asse “dello stupore di stare al mondo e fare squadra”.
La squadra la fanno i caporali. Gli allenatori fittizi, i prendinculo in doppiopetto delle aziende private, i manager con i boxer grigi e la biblioteca timidamente progressista.

Faccio allora ammenda: tutto ciò che è élite mi allontana, mi acceca, mi fa nemico, mi fa lupo zoppo in un giardino d'inverno dove fumarsi una cicca dopo una scopata inutile.
Valgo pochissimo come conversatore letterario. Se titillato male, posso diventare disgustoso come un dildo finto. Se inserito per celia e superficialità in qualcosa che non mi appartiene, posso diventare penosamente sfuggente.
Sono difettoso. Ecco perché scrivo. Una volta mi dissero che ero convesso e non concavo. La parola convesso mi piace. Mi fa pensare al suono abrasivo di certi gruppi minori della wave meno compromessa. La parola convesso mi convince che si può essere un “errore sociale” senza essere rivoltante.

E già. Perché, rivoltando ora la frittata, quanti sono coloro che guardano a quelli come me come a degli isolati, degli emarginati, dei disadattati? Quanto è comodo pensare questo? Quanto la “non assuefazione” richiama all'essere fuori da ogni gioco, out a prescindere, diciamo anche sfigati? Troppo semplice. E se mi piacessero le falciatrici moderne? Le rose blu? Mi piace per esempio George Michael e anche qualche telefilm. Mi piacciono gli spaghetti in trattoria e ridere forte con gli amici, quando capita. Mica sono uno Ian Curtis del quartiere. Per essere post punk dovrei avere le occhiaie, non scopare mai, bucarmi, credere in Poseidone, praticare occultismo e bere smodatamente?
La forma mentis post punk non prevede tutte queste cazzate e queste cadute annunciate; anzi, aiuta a sfrondare il quadro da artifici vetusti ed insopportabili sovrastrutture decadenti, cascami di retorica noir.
In sostanza, la stanza dello scrittore post punk prevede un tavolino, una sedia girevole ma mezza rotta, sigarette, matite (rigorosamente appuntite, mai sciattamente trascurate), altri libri superiori a quello che scriverò, musica a go-go, la consapevolezza di essere uno schiavo con la tosse e vaffanculo. E la giusta pretesa, penso, di non fingere che gli Angry Young Men e Genet scrivessero di angeli di redenzione, amori senza rovesci della medaglia e di piacere asciutto, senza retrogusto di morte. Tutto qui. Davvero tutto qui, nessun circolo esclusivo, nessun superomismo del cazzo.
L'élite, quale che sia e dove organizzi i suoi festini, deve comunque andare a farsi fottere. Anche quando gioca con il nero e con il nulla.
Finché si respira il fumo del poco, l'élite è il nemico. Poi, come si vede spesso, dopo si può iniziare a fare schifo e alleggerire le posizioni.
O no?

Luca De Pasquale 2016





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