13/06/16

Romantico per colpa di David Sylvian


Vorrei penetrare il suo segreto, vorrei che lei venisse da me e mi dicesse: "Io ti amo", e se non è così, se questa follia non è pensabile, allora... allora che cosa desiderare? Forse so io stesso quel che desidero? Sono anch'io come sperduto: vorrei soltanto starle accanto, essere nella sua aura, nella sua luce, eternamente, per tutta la vita. Altro non so! Potrei forse allontanarmi da lei?
Fëdor Dostoevskij – Il giocatore

Non mi fu difficile, proprio da ragazzo difficile, capire che avevo una pericolosa tendenza al romanticismo. Le mie aspirazioni del cuore erano altissime, cinque asticelle sopra quello che mi circondava e che potevo intuire dell'esterno.
Per me amore significava struggimento, corrispondenza di amorosi sensi, distanze come cattedrali gotiche di stoicismo; allo stesso tempo, mi era necessario contemplare l'amore come la parte alta di un immenso edificio lattiginoso che ai piani bassi ospitava la morte.
Ed era vero, oggi posso dirlo, che volevo morire per amore. Che avrei sfidato qualsiasi cosa, ostacolo o demone per vivere l'emozione definitiva, il viaggio notturno nelle galassie. Era vero che un bacio non era solo un bacio, piuttosto una battaglia contro forze superiori ed affascinanti. Era vero che consideravo il sesso come un passaggio, come stendersi insieme, deboli e coraggiosi, sotto una notte infinita. Vedevo il sesso come tanti piccoli pasti di una libagione a termine, quasi come degli stop and go, morsi e palpitazioni, insonnie, inseguimenti, incontri nella sera, stazioni con luci tenui e scure e fiori sul mare.
E poi guardarsi dal di dentro senza troppa scena, senza enfasi, grati, già sconfitti, definitivamente momentanei. Ci credevo fino all'estenuazione. Romantico fino all'autodistruzione. Il sentimentalismo, invece, mi appariva solo come carta per pulirsi il culo: la glassa, lo zucchero, le menzogne e il senso del ridicolo implacabile.
Il sentimentalismo mi faceva schifo e sapevo che lo avrei combattuto fino all'ultimo giorno concessomi.

Nella mia camera di adolescente dopo una certa ora c'era spazio quasi solamente per la musica di David Sylvian e l'album “Boys and girls” di Bryan Ferry, che è stato formativo per tutta una serie di cardini estetici a proposito di struggimento.
E così, mi preparavo a scendere nei territori dell'amore con un carico spaventoso e spropositato di titanismo che avrei presto catalogato come inutilizzabile, addirittura dannoso. Le decadenti canzoni dei Japan, il basso gommoso ed elastico di Mick Karn, le pose da dandy scorticato e sospirante di Ferry, tutto concorreva a rendermi un oggetto misterioso, un ragazzotto che sembrava provenire da un'altra epoca, un silenzioso cacciatore di sobrie principesse rinchiuse in torri d'avorio apparentemente invalicabili.
Ma le mie principesse dell'epoca erano semplicemente chiuse nei loro appartamenti più che dignitosi -se non lussureggianti, visto l'ambiente di partenza-, alle prese con fratelli, sorelle, genitori e qualche animale domestico.
Io, invece, volevo morire. Sul serio. Esorcizzavo il desiderio di morte ed estenuazione amorosa leggendo Puskin e Lermontov. Non lo facevo per spararmi pose, tant'è che non lo dicevo in giro. Mi avrebbero certamente preso per il culo. Li leggevo. Li leggevo e mi compenetravo.
Passai poi a von Kleist, a Keats, Lawrence, Rimbaud e allora il romanticismo non seppe più contenersi, rendendomi una specie di Don Chisciotte grottesco fuori età, imprigionato nel corpo e nelle sembianze di un ragazzo che nelle votazioni estetiche delle compagne delle scuole medie aveva sempre rimediato valutazioni tra il 5,5 e il 6,5.
Al ginnasio ero quindi un dandy decadente e taciturno, ma lo sapevo solo io. Volevo essere Lord Jim. Volevo essere Pecorin, ma anche Raskolnikov e il principe Myskin.
Mi bastava che una ragazza mi mostrasse una sola ombra di possibile malinconia ed allora partivo, lancia in resta, con il mio carico di letteratura, di prematura disperazione affettiva, di serena disposizione al principale rischio che amare annunciava, e cioè morire. Per davvero o solo dentro, non era tanto importante.

In quegli anni avrei forse voluto solo sentirmi dire: “Sei disposto a morire per me?” e rispondere senza alcuna esitazione. Non cercavo altro. E di essere amato, tutto sommato, me ne fregavo. Colpa di David Sylvian, di Puskin, di Bryan Ferry e di tutti quei maledetti scrittori russi e francesi.
Ma quella smania adolescenziale non è durata poi tanto, anche se tracce infette mi hanno perseguitato fino a poco tempo fa. Presto ho accettato la deviazione più scontata, pur continuando ad amare la suggestiva musica di Sylvian ed i classici russi.

Non so dire precisamente quand'è che mi sono svegliato ed era notte fonda. Ed ero solo. E avevo bisogno della luce dell'alba, degli edifici da guardare in lontananza, della strada deserta con il vento, come in un film di Fellini. L'eroe romantico era stato sotituito da altre suggestioni. Mi svegliai una mattina ed ero a pieno titolo ascrivibile alle caratterizzazioni dei personaggi di Jean-Pierre Melville. Solitario, con un passato da non ricordare, pronto a piani fallimentari e vendette taciturne.
Sono stati tre film di Jean-Pierre Melville a rivoltare la mia sensibilità come un calzino sporco. “Le samouraï”, “Le cercle rouge” e “Un flic”.
Anche se Jeff Costello (Le samouraï) è di certo il personaggio più fascinoso, fu Corey (in “Le cercle rouge”) ad impressionarmi di più. La scena della sua scarcerazione all'alba è rimasta fissa nella mia memoria per anni ed anni; così come il suo non ritirare, tra gli effetti personali, la foto di una donna.
Alla fine scoprii che storie controverse, memorie conflittuali e suggestioni in demolizione mi attraevano più del tonitruante patetismo della passione pensata costantemente dietro l'angolo, sulla carta, nei cieli, nelle note. Con buona pace di David Sylvian e compagnia cantante.
Ho imparato anche che la previsione di un amore è di frequente più sensata ed accattivante dell'amore stesso. E che il non accaduto costruisce più città di quell'ossessione costruttiva dell'oggi con la faccina sorridente. Sono punti di vista. Sono questioni di temperamento e certamente di fantasmi. Sono visioni e sensibilità assolutamente soggettive e, in quanto tali, sterili ma anche incontestabili.

Devo ammettere che è da parecchio ormai che provo un certo raccapriccio per l'esibizionismo dell'amore che si compie e si declina. Trovo molto volgari certe manifestazioni. In compenso sono guarito -per fortuna- da quella sindrome che mi spingeva, senza alcun ritegno, a cercare di distruggere quel che mi sembrava funzionare, che si trattasse di “roba” mia o altrui.
Il ragazzino che guardava le stelle ascoltando “Before the bullfight” di David Sylvian è oggi un uomo. Qualche volta prende tratti e circostanze di un quadro di Magritte, altre volte è una biscia sotto tappeti troppo stretti, qualche volta dorme, sogna o aspetta. Ma le smanie da aedo, da cantore con il cuore lampeggiante o visibile come in un disegno di Drooker, le posizioni di sguardo broken-hearted, tutto quello è rimosso anche se non dimenticato.
Provo ancora sincero orrore per ogni forma di sentimentalismo e di enfatizzazione. Puro, sincero e colpevole orrore.
Quanto al romanticismo, diffido delle prime apparenze e di quell'aria d'amore inevitabile che si sprigiona in momenti di onestà dei bisogni interiori.
Diffido. Alle volte, all'alba c'è nebbia e diventa più facile sognare con i contorni mescolati e le ombre che sembrano chiederti un'attesa rivelatrice.
Con gli anni si impara che poi verrà il sole, ed esalterà la polvere, le macchie e purtroppo quella serie infinita di obblighi che forzano i momenti migliori, utilizzandoli come stanchi caratteristi di una recita breve e sempre sotto troppi sguardi.

Luca De Pasquale 2016



















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