06/06/16

Quanto vuoi godere?


Spesso, durante le pause di lavoro, quell'ora e mezza espansa ed insopportabile che mi portava fuori tensione e in direzione opposta a me stesso, finivo con il camminare a lungo da solo per le strade assolate del quartiere.
Mi facevo domande. Troppe. Ed anche stupide.
Mi chiedevo spesso, ad esempio: “Ma tu quanto vuoi godere? Quanto vuoi godere la vita e quanto temi davvero le tempeste?”
Perché mi sembrava -e mi sembra ancora- di pretendere troppo, quando qualcosa mi gira bene, quando qualcosa mi convince. Le emozioni, poi, hanno code di colpa che sono temporali a pochi passi dall'attracco certo. La musica mi mette a soqquadro e questo mi porta a detestarmi per qualche minuto.
Il cuore, o l'anima, o la sua camera di torture, sussulta per luci, intuizioni, rumori caldi e crepitanti, va fuori giri per certi sguardi del mondo, il cuore finisce che mi circonda, mi prende a morsi, mi rende un uomo autentico proprio quando cerco di scongiurare la mia stessa umanità.
Camminavo da solo. Fumavo. Facevo passare quell'ora e mezza, mangiando pochissimo. Avevo grossi ed ingombranti istinti di fuga. Ero un cilindro pieno di musica da colorare e di conigli nati già morti, aborti di sorpresa, colpi di scena con le mani mozze.
La mia fame di vivere e godere mi faceva un po' schifo. La combattevo esagerando. Andando oltre, sbavando sul contratto a tempo determinato con la vita, mettevo rimmel sulle ferite, mi pisciavo in faccia allo specchio, e che passione i fili di Arianna della distruzione semplice.

Se cercavo il desiderio altrui, quel desiderio poi mi appariva mostruoso, ingestibile, gonfio e con fondamenta equivoche. Poi, mi terrorizzavano forme di amore pulito, ammesso che esistessero. Amore cauto, ordinato, giusto. Mi sentivo molto sporco per poterne beneficiare. Inadeguato, come un adolescente ad una festa per soli adulti.
E nelle mie camminate solitarie, a testa alta e mani in tasca, pensavo a tutti quei colleghi che cercavano continue approvazioni dai capi reparto, capi settore e capi di questo cazzo. Quello ti dice “bravo” e poi che succede? Resti un mollusco. Avrai dei turni migliori, sarai invitato a delle simpatiche e socievoli tavolate durante qualche pausa, otterrai un sorriso non diretto a te ma ad un nulla che si vende. Niente cambia. Morirai ugualmente e morirai di attese. Mi sembrava troppo poco e troppo squallido, quindi iniziavo a sbagliare con una certa apprensione di fallire l'errore giusto.

Poi mi cambiavo nello spogliatoio. C'era puzza di ascelle e piedi, di deodoranti dozzinali, quegli stick che sembrano usciti dal culo di uno struzzo. C'era anche un collega che si spruzzava il profumo con una pompetta. Io la pompetta ce l'avevo nella parte sinistra del corpo, drenava inchiostro color notte anche quando sorridevo e quando flirtavo con la mia vita.
Andavo nei bagni e mi buttavo litri di acqua in faccia, anche se era dicembre. Mi piacevo di più con i capelli bagnati, un po' stravolto. Mi dava più l'idea di essere vivo a modo mio.
Ma l'ultimo sguardo a quel largo specchio sempre sporco e macchiato finiva con una domanda crudele: “Ma cosa vuoi? Quanto vuoi godere?”
La risposta non era mai consolatoria. O volevo godere poco, ma a modo mio, o troppo, e dunque sarei finito nelle maglie di altri destini, di altre voglie, di altri tradimenti, espliciti o sommessi.
Scendevo in servizio con quel maledetto gilet che mi sembrava così ridicolo e così inappropriato. Dentro, le lame erano sempre in funzione. Come la voglia segreta, ma neppure troppo, di avvenimenti destabilizzanti, effrazioni della pace, ammutinamenti del costituito, disillusioni rumorose come fabbriche. Nelle quali, manco a dirsi, io ero l'unico operaio. Muovevo io la pressa sulle mie rigonfiature di blu, di viola, di lividi, di baci gommosi, la schiuma dei miei giorni, la cancrena delle cose dimenticate, lo sguardo dolce dei miei genitori quando ero bambino.
Prendevo servizio, nella mia notte su lago, scena fissa e scena di rivoluzione, labbra a clessidra, occhi stanchi di insonnia invecchiata, tensione assurda e rivoltosa verso l'amore.
Uomo debole, uomo a soqquadro, uomo di blu pressato e di vestiti mai mandati in lavanderia, uomo impaurito da quiete e solide forme di affetto, quindi codardo farneticante, lupo azzoppato, fuciliere impallinato, killer ubriaco ed infedele verso contraenti e obiettivi.
Prendevo servizio, con quella mia faccia da uomo-ragazzo trattabile e comunque gentile, cilindri di musica piena, serbatoi già minati in attesa del giorno dopo, quando avrei certamente implorato il risveglio di non darmi altro che una strada deserta da riempire con le mie voglie colpevoli e le malattie non guarite, non curate.
Quanto vuoi godere? Me lo chiedo ancora oggi, ogni tanto, quando mi intercetto negli specchi, quando mi lavo le mani dopo aver pisciato, e quando i pensieri sono impegnativi ricorro all'acqua in faccia, ai capelli bagnati.
Se poi arriva l'emozione, con i suoi riverberi scuri, con la sua schiuma di zucchero e dolore di sottofondo, finisce che mi identifico in una canzone, in un colpo di sonno, in un abbraccio potente che copra il rumore di quella fabbrica e di quelle lame.
Quanto vuoi godere, stronzo?
Non quello che mi spetta, ma quel che mi muove.

Luca De Pasquale 2016

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