28/06/16

L'Islanda, il disco solista di Andrew Ridgeley e le danesi napoletane


... e mi sono anche depilata inutilmente... perché lui è un tale stronzo...”
Intercetto queste parole da due donne che mi camminano davanti. Una ha una gonna bianca, l'altra blu. I loro corpi così vicini sembrano una bandiera nautica. Camminano disinvolte, indolenti ma armoniose, io sto dietro ma mica lo faccio apposta. Sentita la frase, finisco con il non superarle più, come era inizialmente nelle mie intenzioni.
Un senso di rispetto, direi. Non certo per origliare. Qui si parla di trentenni aggressivi e decisi a prendersi il meglio dalla vita. Io, dietro di loro sono una macchia grigia e nera, con la mia camicia e la mia sigaretta, con la mia età. E con la mia anagrafe: sembro uscito da un singolo degli Wham, anche se in realtà da ieri sto riscoprendo gli Animal Nightlife.
Gruppo, questo, che rappresenta un pezzo di un'epoca che voleva essere gaudente e lussuosa, ma che nascondeva un profondo sostrato di latente malinconia. Loro, i Matt Bianco, i Blue Rondo A La Turk, gli Haircut One Hundred, i Working Week. Un'epoca. Giorni da Cappuccino Kid, sigaretta bianca senza filtro in bocca, maglie quasi mod, sensibilità sessuale oltre il livello di guardia, smaccata propensione agli abissi profumati lunghi meno di una notte, occhio vigile sul putrido da nascondere nei petali dei giorni.

Erano i giorni di Paul Weller e Mick Talbot. Di Paddy McAloon e di Roddy Frame dei meravigliosi e dimenticati Aztec Camera. Erano i giorni che bastava un disco dei Deacon Blue per farti scoppiare il cuore. Ma erano anche i giorni di Andrew Ridgeley, metà degli Wham, che nessuno si filava per l'evidente divismo (e spessore) di George Michael. Erano i giorni che nessuno si cagava di striscio il bassista Mikey Craig dei Culture Club, Chris Cross degli Ultravox, e l'altro dei Go West che non cantava (Richard Drummie, quello che cantava era Peter Cox). Io ero giovane negli anni ottanta, mica è colpa mia. Un po' della poltiglia edonistica arrivava anche dalla mia parte, anche se preferivo il nero seppia, i temporali e le sparizioni. In quei giorni mi annunciavo anche che avrei corteggiato solo bionde quasi danesi, perché ero un cretino. Quest'etichetta di “biondofilo” mi è rimasta addosso come una stupida decalcomania irreversibile. Hai voglia a spiegare. No. Io sono quello che sognava una bionda quasi danese che risiedesse a Napoli.

Ieri ha vinto l'Islanda. Sono felice di questo. E non posso essere sospettabile da nessuno (che almeno mi conosca un minimo) di essere salito all'ultimo sul carro esotico, perché io il calcio islandese lo seguivo sin da bambino. Impazzivo per club che cercavo di studiare e conoscere in qualche modo: il glorioso Valur Reykjavik, il Fram, l'IA Akranes, l'IBV Vestmannaeyjar, il Vikingur... e sognavo ad occhi aperti, quasi più delle bionde danesi di quartiere, di poter vedere la nazionale islandese all'opera in un europeo o in un mondiale. L'Islanda era la mia seconda fissazione dopo il Galles. Ora, a quarantaquattro anni suonati, mi ritrovo Islanda e Galles nei quarti di finale di un europeo, per quanto allargato e dunque meno elitario del consueto.
Ieri, veri e propri brividi quando i giocatori islandesi hanno intonato all'unisono con il loro pubblico il commovente “geyser sound”.
Sì, lo ammetto: da ragazzino sognavo ad occhi aperti, fantasticavo, immaginavo come sarei stato se fossi nato in Islanda. Sarei stato biondo e il mio nome sarebbe stato Pasqualsson. Non male. Provai a farmi biondo nel 1991: facevo davvero schifo. Per strada quasi mi menavano.
Ho sempre sognato risultati del tipo Chelsea-Vikingur Reykjavik 1-5, ma ieri la cosa è andata oltre ogni possibile fumeria adolescenziale: inglesi mestamente a casa, islandesi eroi.

E così oggi sono di buon umore per Inghilterra-Islanda 1-2. E ieri ho anche ascoltato gli Animal Nightlife, quel buon vecchio pop soul funk di marca britannica eighties che ti fa dimenticare le rughe, gli accanimenti spietati su cuore, arterie e pazienza.
Non avrei dovuto intercettare quello smozzico di confessione femminile sulla depilazione preventiva, ma giuro che non volevo origliare. Erano fatti loro, delle giovani donne/bandiera di motoscafo.
Non ho nemmeno fatto caso se una delle due fosse bionda. Questo perché mi piacevano le danesi napoletane. Ma vallo a spiegare ai tatuatori di idee.

Poi ho letto un giornale al bar.
Un uomo di cinquantadue anni è caduto dal balcone mentre puliva non si sa cosa. Morto sul colpo. Articolo a tutta pagina. E poi le “stese” di camorra che lasciano sull'asfalto vittime inermi. Bud Spencer è morto.
Penso che puoi guardare un bicchiere al mattino e bagnarci un sole che dura qualche ora. Penso che un bicchiere vuoto di notte invece può somigliare alla fine e al fallimento definitivo. Questione di prospettive.
Penso anche che potrei cadere dal balcone per aggiustare una tenda o la caldaia; potrei, però, anche vivere altri trent'anni cercando di nascondere le rughe in tasca e le smanie nel passato. Questione di prospettive, di visuali momentanee, di pazienza, di fortuna.

Oggi sono di buon umore per l'Islanda e per la musica dei miei tempi. Oggi mi perdo facile in un sette pollici degli Animal Nightlife e non temo troppo il buio delle prossime ore. Oggi è così. Oggi posso permettermi anche di riformularmi una domanda oziosa e priva di senso: “Ma cosa faceva Andrew Ridgeley negli Wham?”
La mia memoria riesuma anche l'unico disco solista del personaggio: un flop colossale, mi disse qualcuno. Ma quel disco lo abbiamo mai ascoltato? Io, loro, chiunque? La risposta è no.
Eppure, in quel disco ci suonavano dei musicisti con testicoli monumentali: Hugh Burns e Phil Palmer alla chitarra, Deon Estus al basso, il leggendario contrabbassista Danny Thompson, già collaboratore extralusso di John Martyn e David Sylvian. Ma noi quel disco non lo abbiamo ascoltato. Mi sembra una forma di snobismo sciocco. Io non so com'è quel disco, forse fa schifo, chissà. Ma una chance io gliel'avrei data, se mi fosse capitato sotto mano, anche se era con James Chance che diventavo bello, sporco e creativo come desideravo.
Mi sentivo libero, nel 1985. Molto libero. Anche di non piacere alle danesi napoletane.


Luca De Pasquale 2016








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