10/06/16

"Leggere un libro salva la vita" e "Mi fai sentire un vero uomo"


Mettiamo le carte in tavola da subito: sono convinto che la vera amicizia sia una lotteria. Non ho tutte quelle sovrastrutture ridondanti e celebrative -attorno al concetto- che appesantiscono la vita di molto.
Se uno frequentasse solo i veri amici, uscirebbe di casa sedici volte l'anno o poco più. Le comitive sono un'idea adolescenziale. Chi crede di avere interi bastimenti di amici sinceri, disinteressati e benevolenti è un beota.
I distinguo vanno fatti. In quiete. Senza violenza. Lucidamente. Senza suddivisioni in classi o serie, ma vanno fatti.
Posto questo, accetto di incontrare Tullio per una passeggiata ed una chiacchiera. Lo conosco da qualche anno, abbiamo parlato di musica, qualche volta di politica (laddove abbiamo finto di pensarla allo stesso modo per non mandarci per le terre a vicenda), abbiamo tentato di parlare nobilmente di donne finendo per discutere in modo bolso circa le preferenze per le mediterranee o le slavate. Come si desume, i nostri radi incontri sono di una profondità talmente abissale che possiamo considerarci come creature allo stato gassoso.

L'incontro inizia male, perché devo subito annotare il colore del suo viso: color merda da centro abbronzante. Gli occhi risaltano come quelli di un predatore notturno nella savana. I denti sono bianchi e sono denti da ricco. Denti fastidiosi.
Decidiamo di andare al porto di Pozzuoli per prendere un po' di sole. Lo propone lui. A me piace l'ombra. E il vento che annuncia il temporale. Lo so. Lo so che a lui piacciono gli approdi e a me i naufragi.
Poi scopro che stiamo andando al porto perché lì ha appuntamento (anche) con la sua compagna, Durlindana.
Io non la conosco e gli chiedo cosa fa questa Durlindana.
È creative manager e visual advertising in una ditta che produce minestre di farro verde”
Aspita, interessante”
È un genio, il mio amore”
Regolare”
Iniziamo bene.

Ci sediamo in un bar per perdigiorno con le caviglie tatuate. Sono tutti tatuati e tutti in pantaloncini corti, anche Tullio. Io no.
Mi chiede chi voterò al ballottaggio di sindaco di Napoli. Glielo dico. Deglutisce forte, stigmatizza internamente, mi dice -scandendo bene le parole- che lui voterà altrimenti. Penso che a nessuno dei due freghi un cazzo dell'opinione dell'altro, ma mettiamo i verbi in cascina. Sembra confronto. Si porta.
Tenta un approccio musicale, goffissimo.
Hai sentito il nuovo di Enzo Avitabile? Adoro le sue cose etniche”
Avitabile mi piaceva quando faceva funk napoletano e soul dei vicoli, ora meno”
Ah, capisco. Peccato”
Cala il silenzio. Sorso di caffè.
E che stai ascoltando in questo periodo?”
Da mesi mi abboffo selvaggiamente di no wave, psycho blues e post punk francofono”
Uh, sembra interessante... fammi un paio di nomi... proviamoci!”
Miners Of Muzo e Cuby And The Blizzards
Non li conosco”
Sono belli”
Li trovo su shazam? Li trovo su itunes?”
Non ne ho la minima idea, compro solo cd e vinili”
Io ho venduto tutto. Non ha senso comprare vinili, oggi”
La penso esattamente al contrario, Tullio”
Eh, tu hai un'altra storia, credo”
Credi bene. Gli guardo il tatuaggio sulla caviglia destra. Mi sembra di vedere una tigre con una frittata di maccheroni in bocca, ma forse mi sbaglio.
Come va con il lavoro?”
Quale? Alludi allo scrivere?”
Non proprio... cioè... non hai trovato un lavoro ufficiale?”
Se intendi il posto fisso, direi di no”
Il posto fisso non esiste più”, annuncia solenne.
Neanche le mezze stagioni. E nel calcio non ci sono più bandiere”
Dici bene. Stai scrivendo?”
Sì”
Ogni tanto ti leggo su quel blog che hai con quell'altro scrittore”
Tullio, non ho nessun blog in comune con altri. Ne ho uno solo”
Strano, io ricordavo... ma non eri tu che hai scritto quella cosa sulla camorra sconfitta dalla lettura?”
Non ho mai scritto una cosa del genere”
Però è vero che i libri salvano la vita. Leggere salva la vita”
Dipende dai punti di vista”, replico. Vallo a dire nei centri di Lampedusa, che leggere un libro salva la vita.
Chi legge si arricchisce”, insiste, “leggere è applicazione di democrazia”
Ecco un'altra bella frase fatta, preincartata, al gusto di caramello. Decido di interrompere l'interazione.
Mi salva l'arrivo di Durlindana, che lo saluta con enfasi, bacio umido a fior di labbra. Non porta reggiseno. È la prima cosa che noto. Ha denti da persona abbiente, anche lei. Il suo profumo non è da supermarket, è da erboristeria hippie. Sarà un muschio trattato in qualche paradiso/buco di culo del mondo migliore.
Ci stringiamo la mano, Tullio sorride. Il sole colora il mondo, mentre in me si muovono nebbie gotiche e strutture di fumo industriale trattenute nei polmoni.
Durlindana si siede accanto a Tullio, ordina un succo di kiwi. I due si tengono per mano. Si guardano fisso negli occhi. Sono ancora innamorati. I loro gesti denunciano un'amabile progettualità di coppia, la complicità di chi vuole vivere senza dubbi e senza fantasmi, l'intimità di chi si preoccupa a fondo dell'orgasmo del partner.
Guardandoli, mi appare lampante che useranno creme intime, che saranno dolci nel mescolarsi, come scriverebbe un poeta impotente.
Mi raccontano di come si sono conosciuti e come hanno scoperto di amarsi. Da subito, al primo appuntamento, in un negozio di fiori, semi e piante. So che dovrei commuovermi. So che dovrei felicitarmi. Invece taccio, e so che oggi sono tale e quale a Jaz Coleman dei Killing Joke. Proprio fisicamente: tale e quale. Lo giuro.
Ad un tratto, Tullio prorompe in una pausa: “Durlindana... Durlindana mi fa sentire un vero uomo. In tutto, in ogni cosa. È vero, amore?”
Se lo dici tu...”, fa lei con un filo di voce. Ecco cosa succede, a lavorare nel farro verde.
Noi ci completiamo a vicenda. Siamo in continua fusione”
Cazzo, che noia, penso.
Ah, davvero?”
Ce lo dicono tutti”, annota Tullio.
Ed io immagino che anche il garzone della macelleria li ferma e dice loro: “Siete meravigliosi, in perenne fusione”. Dirà proprio così, certo. Sicuro.
In più”, conclude Miss Farro, “noi leggiamo tanto. È importante leggere. Leggere unisce, è come creare un nuovo mondo ogni volta”
Questo è il guaio. Poi non ne resta uno solo in piedi”, dico.
Cala un gelo inumano. Altro che Jaz Coleman.
No, scherzo”, svio.
I due sorridono rinfrancati.
Del resto, tu scrivi, quindi che puoi mai pensare?”, spara Tullio.
Già, che posso mai pensare?
Che non voglio essere come voi. Che il vostro amarvi e salvarvi in punta di fioretto mi fa ribrezzo. Che non basta avere cura dell'orgasmo dell'altro per essere una vera coppia. Che le cose troppo ordinate e pulite mi fanno pensare ai pozzi neri. E che non basta leggere per essere migliori. Che le campagne di invito alla lettura sono quasi sempre imbrattate di una demagogia e di una retorica intollerabili. E che l'ottimismo dei rinascenti è uno spurgo non richiesto di camere iperbariche millenarie, dove una luna crudele e un po' puttana ti appende ai cucù e poi ti chiede quanto ti manca per crepare in una qualsiasi poesia.
Sono io, allora, a spostare il discorso sulla mia mobilità in deroga, sulla scadenza che mi porto sotto i piedi o sulle natiche, come un deportato della società civile.
Una società civile in debito d'ossigeno di bellezza tangibile. Che combatto con i miei corpi speciali, perdendo cento volte su una. Nei miei corpi speciali tutti mercenari, tutti con la bussola manomessa, tutti somiglianti a Jaz Coleman, tutti passati per l'ufficio anagrafe ed il centro di collocamento con una cintura esplosiva dall'innesco dimenticato.
Ma sì, parliamo della mia mobilità. Preferisco.

Luca De Pasquale 2016




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