23/06/16

Le similitudini non mi eccitano


Anche a te piacciono i tramonti nelle grandi città?”
Anche a te piacciono quelli che portano la classica nel jazz e viceversa?”
Anche tu sei vegetariano e stai pensando a diventare vegano?”
Anche tu sei per la costruzione e non per la distruzione?”
Anche a te un libro può commuoverti?”
Anche tu vivi per la musica come me?”
Anche tu pensi prima all'orgasmo del partner e poi al tuo?”
Anche tu riesci a passare da Bill Evans ad Anthony&The Johnsons?”
Anche tu, come me, come tutti, morirai?”
Associazioni. Continue. Similitudini. Cercate spasmodicamente. Pur di tentare l'amore, saremmo capaci di camuffarci per sempre.
Sono anni che ho smesso di cercare associazioni. Le similitudini non mi eccitano. Non vado fuori di testa se qualcuno sembra assomigliare a qualcuno dei miei interessi. Non vedo fratelli fuori la mia porta. Non vedo fate che mi chiederanno una tazza di latte caldo e delle carezze ambigue, come in una canzone dei Cugini Di Compagna che non ricordo bene.
Se uno scrive, penso che non mi riguarda. Non mi va di abbracciarlo, di cercare il punto sulla montagna dal quale fingere di voler respirare aria tersa insieme. Insieme, insieme, insieme.
Maledizione, insieme no. Gentile diffidenza. Vetri appannati in auto e patta dei pantaloni chiusa. Cuore idraulico senza riparazioni supplicate.

Tutte le volte che vedevo -in un passato che sembra una fontana rimossa- qualcuno che cercava disperatamente di trovarmi adatto a far innamorare, mi veniva la nausea. Perché vedevo la debolezza insopportabile di quel meccanismo, di quel pensiero osceno ed industrioso, “ti prego, dimmi che sei un uomo giusto, o almeno in quel novero”.
Sarà che ho sempre pensato ai rapporti come a delle partenze non sempre scongiurabili. La vicinanza, il calore, l'idealizzazione, preludono sempre a forme di addio. Ed io non riuscivo a fare altro che pormi in posizione favorevole per giocare d'anticipo. Del tipo, diciamoci addio ora che ci andiamo a genio, ora che sembra funzionare, ora che i sogni non sono ancora ubriachi di routine. Diciamoci addio ancor prima di iniziare, ti va?
E poi ripetevo come uno stronzo sadico ai miei amici, “è tutta routine, se ci pensi bene”. E quando mi facevano i complimenti perché stavo con qualcuna, allora li mandavo affanculo. Mi parlavano di “grande amore” e non ne sapevano nulla. Non certo del mio, dei miei. Supponevano. Piacciono le fiabe. Piace ritagliare la materia sporca dei piaceri, agli esterni. Ritagliano la piccola tela per il quadro categorico, per la stilizzazione dell'altro e del suo fottuto amore.

Tanti anni fa, di sera, di notte, io pregavo affinché la mia testa, il mio ghiaccio vischioso e ribollente, la mia indole agli squarci e non ai panorami, mi permettessero di innamorarmi seriamente. Perdendo il controllo, perdendo il mio stile al contrario, l'anima reversibile, la bocca sempre sporca di noiose verità. Un paio di volte mi sono forzato così tanto nel cercare di innamorarmi che ci sono pure riuscito. Il gioco al massacro prevedeva che tentassi di amare persone lontanissime da tutto quel che amavo, volevo e che speravo prima o poi mi rappresentasse. Mi sforzavo né più né meno di uno stitico seriale sulla tazza del water. Idealizzavo anche l'estetica perdente del tradimento senza nessuna redenzione; idealizzavo persino la sofferenza per l'assurdo incompatibile. Pur di rientrare anch'io nel gioco delle apparenze funzionanti, mi sono stuprato per qualche anno. Pregavo tanto per l'amore, ma in realtà sognavo inversioni reiette, disastrose sconfitte che sgonfiassero i gonfaloni miei ed altrui. Sabotaggi. Incapacità cronica di ammettere un certo sconcio amore per la solitudine.

Mai scritta una sola riga sulle mie storie realmente personali. Pudore, difesa, serietà. Mai dichiarato pubblicamente un sentimento. Mai giocato in vanità con l'interesse per una donna. Mai attaccato poster sulle curiosità altrui. Riserbo, ghiaccio, fontane. Strade deserte, abbracci disperatamente tesi ad una conservazione privata, tacita, incondivisibile.
Chi mette manifesti mi ripugna.
Riserbo, rasoi, niente tramonti nelle grandi città. Piuttosto, grandi tramonti in stanze piene di riverberi e zero specchi.

Leggo sempre il tuo blog, da lì capisco come stai”
Me lo dicevano in parecchi. Accidenti, vaffanculo. Un uomo non è un blog. Almeno, non tutti gli uomini sono blog, recensioni, foto condivise, tag, gusti esibiti come tratti distintivi: “mi piace Chopin e quindi sono una persona molto sensibile”. Non regge. C'è gente che fa pompini ascoltando Chopin. No, non regge.
Leggo tanti libri e questo mi eleva: è bene che gli altri lo sappiano”. E giù citazioni, rimandi, suggestioni, suggerimenti, recensioni scritte in punta di fioretto, nascondendo i tubi di scarico dell'anima e delle paure.
Ma io me ne strafotto se leggi cento libri alla settimana. Anche io, se per questo. Le similitudini non mi eccitano. No. Non bastano. Sono coda corta, pretesto, fraudolenta carità. Altrimenti, avrei dovuto amare solo donne innamorate di Henry Miller e dei Killing Joke.

Da ragazzo andavo alle feste. Molte feste. Puntavo una ragazza a caso e decidevo di costruirci sopra un desiderio. La mia era una selezione meramente estetica, me lo dicevo, non fare il cazzone fingendo di voler guardare l'anima prima di tutto. Sei uno stronzo come tutti, guardi prima la confezione e poi da lì, se la cosa si sviluppa, inizi l'esplorazione. Se quella diventerà la tua compagna un giorno, non fare poi il giochino delle anime simili da esibire. “Mi è sembrato di conoscerla da sempre”. Ma certamente, buffone. Certamente.
Per questo, forse, ho tanto spesso tifato per il disastro, per l'errore, per l'equivoco, per la dissipazione anticipata. Anche l'anima vuole le sue sveltine e i suoi grotteschi illusionismi.

Le similitudini non mi eccitano. Sono stancanti e pallose. Per me valgono come quelle pietose stampe ed acqueforti che trovi negli studi medici, messe lì per acquietare la paura della morte e della malattia. Le similitudini urlate al mondo poi sono anche peggio. Ognuno crede di scrivere un gran bel romanzo pieno di colpi di scena, con la sua vita. Il guaio è che ci credono sul serio. Ognuno sogna che il mondo si accorga dello stile, dell'eleganza morale, della profondità affettiva, tributando i giusti onori e le dovute reverenze. Difficilmente qualcuno riuscirà ad ammettere che la propria vita interiore si sviluppa in realtà in un sottosuolo, in stanze di motel dove manca l'acqua calda e la materia prima dell'amore, e cioè la fretta di non morire. Invece di guardare continuamente gli specchi, cercate di far crescere quell'artiglio brutto e poco fotogenico che tante volte serve ad agganciare la coda dei sogni e non la loro perpetua, ammorbante, celebrazione.

Dal tuo blog capisco come stai e forse chi sei”
Accidenti di nuovo, vaffanculo di nuovo.

Luca De Pasquale 2016

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