09/06/16

L'animale sboccato e il coming out marxista


Una volta, con un amico, prendemmo la decisione infausta di andare a provare un ristorante tirolese che aveva aperto nel quartiere. All'epoca ero impegnato con una donna che aveva frequenti impegni di lavoro fuori e che in particolare faceva la spola tra Napoli e Terni. In quei giorni ero solo, così decisi di accettare l'assurda proposta dell'amico.
Detto in breve, stringendo, il ristorante tirolese era una merda e non mangiai praticamente una sola pietanza. In compenso, il conto fu un salasso. Se avessi mangiato una pizzetta di plastica nel bar/spaccio di contrabbando all'angolo sarei stato meglio di certo.
Il mio amico invece gradì alquanto. Mangiò di gusto cose che trovavo nauseabonde e raccapriccianti. Tra una portata e l'altra, ci si parò innanzi una cameriera vestita da tirolese, che poi scoprimmo essere di Agerola.
Quando la donna raggiunse il nostro tavolo, avevo le palle che mi giravano ed ero visibilmente pentito di quell'uscita assurda. Non posso negarlo: soppesai la donna, la guardai da uomo, non da avventore. Non da avventore eunuco.
Era formosa, invitante, come direbbe qualcuno “burrosa”. Una parola che detesto violentemente. La guardai da uomo e mi fu chiaro da subito il motivo della sua presenza nel locale. Si poteva facilmente fantasticare. Tutto qui.
E allora, quando si allontanò, dissi all'amico: “Ehilà... accidenti... hai capito la finta tirolese... non male... alla salute!”
L'amico smise immediatamente di masticare. Mi sembrò quasi che smettesse anche di respirare. Mi guardò con occhi che fiammeggiavano di formaggio austriaco e di pasticcio di carne, occhi indignati.
Che c'è?”, dissi.
Non capisco”, rispose.
Cosa, di preciso?”
Adriano, tu sei legato. In questo momento Anna è a Terni e tu...”
E con questo?”
Mi sembra molto scorretto che tu faccia apprezzamenti sessuali su quella ragazza. Mi sembra scorretto e non me lo aspettavo da te”
Apprezzamenti sessuali? Trasecolai.
Ma che c'entra? Che c'entra Anna con la cameriera? Scusa, ma pensi che io non abbia gli occhi? E poi non ho detto che voglio scoparla in piedi”
Il suo sguardo fiammeggiò nuovamente, stavolta aiutato dal vino frizzante del confine e chissà che altro.
Anna è a Terni, Adriano”
Gradevole città”, risposi infastidito, “continuo a non vedere il punto della questione. Tu pensi che quando ci si lega a qualcuno gli occhi uno se li rimuova? E pensi sia così grave osservare e constatare senza pensare ad altro?”
No, tu pensavi ad altro. Tu sei impegnato. Mi piacerebbe se tu credessi nel rapporto con Anna, senza divagare”
Perdonami Ettore... tu non hai guardato? Non ti piace quella ragazza? Non ne noti l'avvenenza?”
Io non ho bisogno di queste cose”
Ce ne eravamo accorti.
Quando uscimmo dal ristorante, ero praticamente digiuno e con Ettore non si profferiva più verbo. Ci fumai sopra. Avrei dovuto chiamare Anna a Terni, ma non lo feci. Mi sentivo disgustato. Tanto moralismo in nome di cosa? Come se uno camminasse con due cazzi in erezione al posto degli occhi. Come se l'amoralità si potesse misurare con il lampo chimico che continuerà ad attraversare i rapporti visivi tra sessi nei secoli dei secoli.
Stronzate. Non mi sentivo sporco. Mi sentivo molto annoiato.
Decisi di forzare la mano: “Ettore, salutiamoci qui. Ho deciso che voglio aspettare la ragazza a fine turno, voglio proporle di scrivere un libro a quattro mani. Ti dispiace?”
Ettore mi fulminò ancora ed ancora, con occhi di purea di carciofi.
Lui, lui non rischiava nemmeno uno sguardo. Troppa paura di andare oltre, anche quando sai che non succederà proprio niente.
Un amico interessante. Me lo aveva presentato Anna. Non la chiamai, quella sera.
Lei, lo seppi relativamente dopo poco tempo, era a Terni per lavoro, sì. Ma da due mesi, anche senza fare sesso, era in piena trance per un suo collega e non mi aveva detto niente. Le piaceva quell'uomo. Faceva due o tre sport il paracarro, senza eccellere, era in peso forma e -a differenza di me, il tossico del cazzo- non fumava. Per Anna era un valore aggiunto, che un uomo non fumasse. Non fumare non è una virtù, è un caso.
L'uomo, che identificai in tale Marcello Merdecchia, era dotato di capelli soffici, aveva un passato nell'ala sinistra della Democrazia Cristiana, credeva nel Peloponneso e nella provincia di Napoli, aveva un passato come volontario con i disabili e gli oppressi di ogni sorta, non era misantropo, misogino, ginofobo ed altro. Il rock non gli piaceva. Era appassionato di New Age orientale e rap commerciale. Cucinava una buonissima pasta al forno con polpettine di melanzane. Fonti ben informate mi fecero sapere che era dotato di un pene lungo e stretto, quelli modello stecco ducale, che per sentirli ti devi concentrare e fare misticismo.
Aveva lavorato allo zoo di Napoli come consulente psicologico degli animali artici. Accennava spesso allo spirito di suo nonno e tifava per la Juventus.

Credeva nell'uguaglianza sociale, Marcello Merdecchia, come se fosse cosa già pacifica, acclarata. Lo avevo incrociato due volte e mi era sembrato una gran faccia di cazzo, un finto ecumenico, in realtà uno dei peggiori classisti. Di quelli che ti dicono che siamo già a buon punto, che non ci sono differenze, che ognuno è artefice del proprio destino.
Lui e Anna, in un discorso estemporaneo su società ed opportunità, fraintesero il mio anarchismo di facciata (quello che usavo per non essere molestato) e pensarono di avere a che fare con un individualista strafottente, uno di quelli che guardano solo al proprio tornaconto e fanno pure gli schifiltosi. Basta. Ne avevo piene le palle. Erano anni che andava avanti questa storia del mio disimpegno. Dai tempi della scuola, mi erano state attribuite le più disparate preferenze politiche. Quasi sempre per superficialità e comodo. Dovevo assumere una posizione. Non a pecora, non a carriola. Non ambigua. Chiara.
E allora lo dissi chiaro, ad entrambi: “Sono marxista. Basta, cazzo. Chiariamo l'equivoco una volta per tutte: sono marxista. Forse anarcomarxista. Volete darmi la patente di anarcoindividualista perché vi piace pensare che sono di destra, alla fine? Perché certe forme di anarchia incontrollata diventano peggio del fascismo, sapete? Ebbene, l'equivoco va sgombrato una volta per tutte, ribadisco: sono marxista. Vengo da famiglie di sindacalisti ed operai, per Dio, vengo da dinastie di nobile lavoro salariato, sudato, lottato. Non intendo proseguire con questa farsa. Non sono con i padroni e non ho tempo per la new age dei miei stivali”
Mi guardarono schifati.
Forse fu in quel frangente, che fecero schiuma mentale e nostalgia del loro futuro insieme. Forse fu allora che si preparò l'ascesa di Stecco Ducale. Io non potevo in alcun modo competere.

Quando Anna mi lasciò, impiegando giorni e giorni nel dirmelo a pillole, fu chiaro da subito che Marcello Merdecchia era il bene ed io il male. Mi andava anche bene.
Mentre raccoglievo le mie cose per andarmene, stavamo da lei, mi ricordai della serata al ristorante tirolese. Mi salì la rabbia e pensai che quella sera avrei dovuto fare dell'ottimo sesso con quella donna, o con qualsiasi altra.
Sesso senza promesse e senza “ti telefono domani”, sesso senza stelle. Quel sesso che gli uomini fiorellino non vogliono vedere, quel sesso che è fuga meccanica dalla rigogliosa merda che ci fa provincia attorno.
I tuoi amici sono fottutamente noiosi”, dissi all'improvviso, “ho passato una serata del cazzo al ristorante con il tuo amico Ettore. Ti metto in conto anche questo”
Sei il solito animale sboccato”
Per fortuna”
A te lo Stecco Ducale, a me un domani senza santini accesi.

Luca De Pasquale 2016



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