15/06/16

Il vestitino corto per far eccitare Ettore


Da ragazzino fantasticavo su che tipo di bassista sarei stato.
Mi piaceva John Taylor dei Duran Duran. Checché ne dicessero i puristi, era molto funky. Non a caso, “dietro” di lui c'era un certo Bernard Edwards degli Chic. Apprezzavo Martin Kemp degli Spandau Ballet, discreto ma raffinato, e Martin McAloon dei Prefab Sprout. Conoscevo ancora poca musica, ero agli inizi. Poi passai ad Andy Rourke degli Smiths, a Peter Hook, a Steven Severin ed iniziò il delirio.
Immaginavo anche che avrei suonato in seconda fila, dietro le chitarre. Non avrei detto una parola e avrei tenuto la sigaretta fissa in bocca, come ha poi fatto Alex James dei Blur.
Delle chitarre non mi fotteva niente, le chitarre mi annoiavano. A diciassette anni avevo la fissa per Allan Holdsworth, ma persino Holdsworth non riusciva a riservare la mia attenzione alle sei corde. Il basso era un'altra cosa.
Ma non avrei voluto di certo diventare un bassista fusion. Sai che noia. La dimensione migliore sarebbe stata bassista di un gruppo new wave o post punk. Cupo, tenebroso, silente. Ecco, mi sarebbe piaciuto avere la faccia di Paul Raven dei Killing Joke, vero e proprio idolo di quegli anni.
C'è una sola cosa considerare: non sono diventato un bassista. Mi sono sentito più a mio agio con la penna e con la macchina da scrivere. In fondo, è stata una fortuna. Ho potuto studiare la musica, specializzarmi nel mercato discografico. Suonando, non lo avrei fatto di certo. Non avrei avuto, ne sono certo, il tempo e la voglia. E poi Napoli nei primi anni novanta non faceva pensare alla new wave esistenzialista. Proprio no. C'erano i 99 Posse, che non sopportavo. C'era la rinascita della musica etnica. Non mi interessava. Non eravamo a Cheltenham, Sheffield o Manchester. C'era poca notte in giro, così il mio sogno di diventare un Paul Raven partenopeo si infranse da subito.

Per strada, urto una vecchia carampana con una borsa rossa. Lo sgorbio si risente e inizia ad insolentirmi. Detesto queste scene, detesto la gente che crea capannelli per strada. Per dire solo stronzate, poi. Pettegolezzi, roba che cola come muco, sporca e fa passare la voglia di respirare.
La gente sta continuamente in mezzo alla strada. Sembra che non abbiano mai un cazzo da fare. Esci alle undici di mattina per fare un servizio e le strade, complice il sole da cartolina, sono piene, brulicanti e nevrotiche. La maggior parte delle persone cincischiano, senza radar e con la bocca socchiusa come degli ebeti.
Ciao, come stai?”
Ehi, che si dice?”
Ma Antonella non ha più telefonato? Dille che...”
Lo sai che l'altroieri mi sono presa un completino che quando Ettore l'ha visto...”
A volte mi viene voglia di inserirmi, per far terminare tutto il chiacchiericcio da comari, laccato, paesano, vidimato da controfigure di santi rionali con le mutande abbassate.
Vedi la storia del vestitino. Vestitino corto? Verrebbe da chiedere se Ettore si è poi eccitato e se il suo cazzo supera almeno i dodici centimetri, e se godendo non esagera con esortazioni agiologiche.
Ettore in genere ricambia il sesso orale? O è uno di quegli uomini che provano orrore per la vagina? Come mai stai raccontando questo aneddoto alla tua amica?” E poi, la tua amica è meno attraente di te, cazzo. L'hai scelta apposta così per risaltare?”, chiederei.
Mi prenderei un manrovescio e me ne andrei affanculo con una diversa soddisfazione, almeno avrei partecipato.
Ho scritto bene, manrovescio. Molti dicono “malrovescio”, ma non è grave, suvvia. Questo è un paese di scrittori, non dimentichiamolo mai. Meglio “malrovescio” che “piuttosto che” comparativo, non trovate?

Quanto si eccitano gli esseri umani, quando si parla e si scrive di sesso. Me ne accorgo dalle note che scrivo. Se ci infilo dentro un bocchino o un missionario strabico, ecco che la noticina si guadagna un numero maggiore di visite. E sono vere letture, perché è ovvio che io non conti quelli che sono finiti sul blog solo perché in preda al bisogno di tirarsi una sega con le scenette del cuore (la colf filippina col lucidalabbra, situazioni inverosimili mother&not son, l'amico dello zio che viene dal Venezuela e si scopre dotato di una fava enorme da usare con la nipotina).
Fiumi di sperma virtuale governano il traffico della rete. C'è gente che si masturba con i guanti di seta o quelli per gli esercizi. Ci sono donne che hanno sognato di far parte del cast di Sex And The City e spaventano i loro uomini concedendosi pratiche solitarie open air, sdoganando definitivamente la cosa.
Ma qui siamo ancora in Italia, signore care, e in particolare al sud. Le nostre donne, fidanzate, sorelle, mamme, non possono deviare verso i piaceri esibiti. Devono essere delle timorate, tutte timide e all'antica, mentre noi giriamo per il mondo con il cazzo duro e la voglia di indimenticabili ed oscene ostensioni. Andiamo ad acquistare il nastro adesivo in cartoleria e ci immaginiamo la commessa che si inginocchia per un rapporto orale “quick and easy”, ma le nostre congiunte e consanguinee devono essere morigerate. Tanto a noi si tratta solo di afflusso di sangue alla punta del cazzo, no? Noi uomini ci teniamo a giustificarci sempre, con la storia che ci sale l'uccello nei momenti più impensati.

In fondo in fondo, anche io sono un finto moralista di merda. Non si scappa. Non credo alla purezza. La purezza mi fa pensare alla candida. I fiori mi fanno pensare alle scopate e non agli omaggi. Certi giorni sono così poco delicato da nausearmi da solo. Certo, è passato il tempo del calco del cazzo al posto del cuore, ma non sono diventato un cherubino o un trappista.
Mi sento tanti di quei demoni alle calcagna da non potermi permettere esitazioni nel luna park della presunta purezza. Ma non essere puri (anzi: screziati, corrotti, lordati, fottuti, in consumazione) non significa rotolarsi nel fango commerciale, quello da profumeria, quello da letto matrimoniale con i comodini ben sistemati tra santi, morti, figli e bei libri.

Ho l'abitudine di condividere le note del blog sui social network che uso sempre meno. D'altro canto, basta un clic sull'iconcina che blogger offre in coda alla schermata. È un gesto automatico e piuttosto stupido, abitudinario, fiacco. L'autopromozione mi ha sempre fatto venire lo scolo, e oggi tutto è dannatamente autopromozionale.
Simpatico, brillante, post-quarantenne”, dovrebbe essere il mio verbo. Non ci riesco. Mi rompo. E poi mica lo so se sono brillante. Simpatico, solo quando piove di notte. Simpatico e comunque sempre ospite e mai rimanente.

Lacedemone, con il suo sorriso da sofficino, mi dice che dovrei accompagnare la condivisione delle note con una sorta di frase invogliante, del tipo “oggi mi andava di scrivere, scrivere è meraviglioso, mi sono divertito e spero che sia lo stesso per voi”.
Lacedemone è pazzo. Mi dice anche, quando il suo sorriso è cotto a puntino, che non dovrei scrivere che le presentazioni di libri mi stanno sul culo e che i giovani scrittori (ma anche meno giovani, miei coetanei o tardoni) mi danno sempre l'impressione di farsi delle pugnette in ego trip o -peggio ancora- di leccarsi a vicenda quando serve la giostra dei complimenti di facciata.
Il sofficino ha le sue ragioni. Il sofficino ha la furbizia degli ambiziosi. Gli ambiziosi usano boxer larghi e si fanno autoscatti al tramonto, con la libreria di casa piena, il figlio che gioca, il pc sulla scrivania da scrittori ufficiali, gli ambiziosi sono in regola e giocano di sponda come dei maratoneti della simpatia.
Mi è dura mandare giù gli ambiziosi. I rinnovati. I santificanti. I politicamente corretti. I trivial pursuit umani con l'uccellino rasato e il cuore nei cuscini della vita quotidiana. La loro presenza mi fa sentire lurido e marcio come il peggior imitatore dei Sex Pistols. Sento la differenza, ben sapendo che questo non mi eleva ad autentico, a spontaneo, a sincero esponente delle seconde linee, dei dimenticati di lusso, dei bastian contrari innamorati dei margini più lamentosi.
Ma Lacedemone fa bene a mettermi in guardia. Non servirà a niente. Come sempre. Ed è probabilmente tardi per il consenso senza macchie. Ho mancato delle occasioni. Ho sbagliato tutte le tattiche che potevo sbagliare. Mi sono impegnato a fondo per alienarmi ogni simpatia.
Comprerai il nuovo disco di Sting?”, mi chiede il sofficino al telefono.
Tendo ad escluderlo”
Ti piacevano tanto i Police...”
Appunto. In certi dischi recenti, Sting non fa onore al suo nome e al suo giusto blasone poliziesco”
Qual è l'ultimo disco che hai comprato?”
Due ristampe degli Alarm, una compilation di deep house notturna, il cofanetto dei primi quattro degli Ultravox”
Qualcosa di più moderno no???”, ride il sofficino.
No, per nulla”
Silenzio.
Lo hai comprato da Snack, Chips, Sunsets And Records? Sai che si è rinnovato? Mi ci sono preso un analcolico e ho comprato un Arcade Fire in offerta”
Non entro in nessun negozio di quasi dischi nell'arco di trecento chilometri, acquisto da un rivenditore privato che risiede nell'ex DDR”
Capisco... dopo la tua negativa esperienza al lavoro è comprensibile che tu abbia del risentimento... cioé, io lo capisco...”
Non c'entra niente. Ho le mie idee e la mia autonomia”
Non volevo offenderti, sei suscettibile”
No. Solo, e definitivamente, non voglio essere scocciato. Priorità. Scusami sofficino, prenditi tutti gli analcolici e le vodkette che vuoi, condiscile con olivelle ascolane e post rock in offerta, o con dance trotzkista solidale del nostro secolo, affogati con una piadina al malto caprese e con il reggae cilentano impreziosito da un jazzista di passaggio.
Riascoltare gli Ultravox e John Foxx serve proprio a questo, mettere chilometri e chilometri tra me e quello che sembra io sia stato. Quel tempo è finito e non ci sono lacrimucce. Quel tempo è finito e non ho tempo per ricordare quel tempo. Non mangio sofficini e anche stavolta, stronzo incoerente, farò clic sulle icone social e poi accenderò una sigaretta troppo corta.
Facevo meglio a diventare, in tempi non sospetti, il Paul Raven o lo Steven Severin del Vesuvio, e magari leggere solo tra una prova e l'altra, senza farmi domande. Con una faccia da tenebroso che non manterrà una sola fottuta promessa.

Luca De Pasquale

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