21/06/16

Il biscotto all'amarena e la morte


Quando mi chiamarono per quel funerale, che in qualche modo riguardava anche solo marginalmente la mia vita affettiva, mi disgustai. La morte lascia sempre qualcosa di non misurabile e di non dicibile a navigare tra petto e stanchezza, come un mantra spezzettato. Una centrifuga di microreazioni di totale impotenza.
E poi devi accettare l'idea madre, quella che serve a non farti fuori e a continuare, sarebbe a dire che devi ricominciare senza qualcuno. Devi ricominciare. Un giorno toccherà a te, ma probabilmente non ne verrai a conoscenza.
Andai a quel funerale con lo spazio interiore saturo, gonfio come lo stomaco di un individuo vorace e volgare. Mi facevo davvero schifo con la mia camicia azzurra, i miei pantaloni da adulto e quei mocassini equivoci, maggiormente adatti a sveltine nei cessi e cottaging con imponenti e compulsive erezioni.
Baciai qualcuno. Distrattamente. Mi riproducevo, riproducevo i gesti della mia inutile e vacillante doglia come un mangianastri avrebbe riprodotto una vecchia cassetta.
Me n'è morto un altro. Un altro ancora”, mi sussurrai. Poi andai a fumare lontano da tutti. Ma la croce in cima alla chiesa la vedevo, mi inquietava, mi spingeva al muro, mi intimoriva. Fumando, ricordai che la persona morta forse mi aveva voluto bene. Sinceramente e senza troppo impegno. Forse, come spesso è accaduto, avevo tradito qualche aspettativa.
Guardai gli altri partecipanti al funerale: qualcuno piangeva, ma la maggior parte sembravano più dei figuranti da matrimonio, ed ebbi voglia di punirli. Avrei voluto litigare con qualcuno dei maschi e magari sedurre una delle pettegole, ma mi passò subito la voglia.
Qualcosa mi diceva che avrei dovuto reagire con forme di vitalismo immediato: organizzare una serata, fare sesso plastico e solenne prima di finire anche io nella tazza del cesso, mangiare una volta tanto con opprimente convinzione. O recuperare un vecchio amico. Idealizzare un antico amore. Rischiare il tutto per tutto con qualcuno o qualcosa. Ma no. La persona che era morta non sarebbe comunque (mai) tornata. Non avevo potere.
Sentivo, in quella sera di nauseante profumo di gelsomini e crisantemi, solo la necessità di arrendermi.
La mia stessa vita affettiva altro non era che un obbligato microculto, gestito con parsimonia, con violenza trattenuta, da verme pensoso. Da uomo del dubbio spesso senza occhi.

Mi allontanai dagli altri. Raggiunsi un bar. Chiesi un biscotto all'amarena e lo divorai senza stile, e per aiutarmi a farlo scendere presi un caffè controvoglia. Fumai di nuovo. La morte mi ha sempre confuso. Ti impone un bilancio, una pausa, un ricominciare con relative sottrazioni. A volte, la morte degli altri sembra suggerirti la tua. Quando un uomo giovane muore, ecco che mi si para innanzi l'assurda mostruosità che mi vuole non esentato dai dadi di quella sorte.
Tornai nel crocicchio di salici piangenti, ipocriti e gente conosciuta. Forse avevo ancora qualche briciola di biscotto d'amarena all'angolo delle labbra. Sentivo di credere nelle passioni, in varie passioni, e di temere la morte. Potevo quindi considerarmi normale a tutti gli effetti. Fragile, esposto e contorto come tutti. Nave giocattolo di qualche sottoposto di Dio, forse.
Poi mi venne un pensiero cupo e scomposto, plateale: “Se non riuscirò ad amare come vorrei, un giorno mi sparerò al petto. In testa no, scena inguardabile. Mi sparerò al petto davanti al mare, su un molo al tramonto. E il mio ultimo giorno diventerà una stella senza nome, una stella d'assenza perpetua”.
Il pensiero passò e mi detti dello stronzo. Avevo voglia di scopare, di mangiare ancora e un po' di morire. Ma solo un po': era solo letteratura rancida che voleva venire fuori come un pessimo scherzo. Facevo scena: “io non sono uno che si suicida”, conclusi.

Ma quando tornai a casa ero cupo, distante, pressoché immateriale.
Ricordavo cose affastellate, senza nesso. Mi ricordai di quell'uomo che mi propose un rapporto orale nel bagno di un cinema a luci rosse. Avevo fatto filone a scuola, quarto ginnasio. Con un amico avevamo fatto la goliardata: andare in un cinema porno alle undici del mattino. Avevo risposto all'uomo, che si stava già massaggiando il membro da sopra i pantaloni, con inattesa gentilezza: “No, la ringrazio, non sono per nulla interessato”.
Ricordai anche quella donna che mi aveva mentito nella notte. “Ti amo”, aveva detto. Non era vero. Non bisognerebbe mai dire “ti amo” nelle tenebre, perché si è facilmente suggestionabili. Quella donna mi aveva mentito, con la sua voce bassa e suadente, con la sua merdosa curiosità travestita da amore. Da possibile amore. L'amore enunciato così facilmente è uno schifo immenso. La voglia di emozioni frega la gente. La rende ridicola. La voglia di essere amati diventa spesso uno sputo in faccia.

Intanto, quella persona era morta ed io ero stato al suo stracco e civilissimo funerale. Avevo fumato e parlato poco. Avevo mangiato un biscotto all'amarena, strafogandomi. Avevo pensato ad un lontano e poetico suicidio. Anche io ero sottostato qualche minuto alle pulsazioni stupide del mio uccello generalista. Non avevo pianto, persona troppo laterale. Io sono laterale per quasi tutti quelli che ho conosciuto e me la sono cercata dall'inizio, con crudeltà, con calcolo, con una coscienza da ragioniere punk. Preferisco questo alle menzogne nel cuore della notte. Amo i biscotti all'amarena più del mio bisogno di amare, perché certe notti l'idea dell'acqua alta è veramente inquietante. Neanche la musica ammortizza l'urto. Neanche la morte degli altri cancella la selvaggia e primigenia paura delle bugie.
Quando la musica giusta rischia di diventare sguardo, il migliore degli uomini, ammesso che lo sia mai stato, diventa un errore con ali di cartone e le sue poesie saranno inevitabilmente merda.
Un biscotto all'amarena, prego. Prima che sia troppo tardi.

Luca De Pasquale 2016


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