11/06/16

Fuga nel 1985 senza lasciapassare


Ci sono giorni che i sorrisi ti sembrano sensi di colpa.
Ci sono giorni che non incameri nulla. Che vacilli, sbandi, saturi gli angoli e spazzi inutilmente l'uscio di casa. Lo spazzi per il tuo ritorno, perché sai di essere in fuga.
Prima o poi tornerai. Non importa come.
Penso che abbiano cercato di insegnarci che vince chi resta; che è chi resta ad essere lodevole, coerente, dotato di spirito di sacrificio, di coraggio. Penso che quest'insegnamento sia vacuo e ammorbante.
Perché disprezzare lo spostamento laterale, improvviso, la discesa, il rifugio, la stanza d'acqua sul mare fermo?
I Diaframma cantavano “per raggiungere il fuoco vivo sotto la neve”. Su quel disco dei Diaframma, il mitico “Siberia”, ci ho costruito intere succursali di me stesso. Ma anche uffici postali, cabine al mare, prigioni del sonno, amori da pavone.
Non resto mai a lungo nei miei movimenti e nei miei pensieri. E quando mi ricordo cosa mi aspetto da me stesso, allora capisco che è arrivato il momento di cambiare aria.
Quello che prevedo e poi si verifica è una mia sconfitta personale. Per piacermi, devo sbagliare valutazioni. Devo fallire la vista totale e devo necessariamente disertare le postazioni prestabilite. E raramente devo ritrovarmi specchiato negli occhi degli altri. Uno dei miei sogni di bambino era di non avere ombra; e se l'avevo, quella doveva essere autonoma, intraprendente, con un'altra vita. Non una riproduzione geometrica con meno colori.

Non voglio prendere il caffè con quelle persone che conosco poco e male. Non voglio sorridere per loro. Non voglio specchiarmi nei loro occhi. Non voglio parlare dei miei progetti ed ascoltare la pianificazione delle loro costruzioni. Quando mi costringo alle forme divento un brutto cane con i canini di ghiaccio. E per l'impazienza, finisco per sbranarmi dall'interno.
Dalla mia finestra, la mattina, vedo sempre una donna anziana che riassetta un'enorme stanza da letto. A metà del servizio, la donna si prende una pausa e si accende una sigaretta. Quello è per me un gesto di morte. Un rituale che mi disorienta, che mi rimpicciolisce. Quella sua interruzione mi infastidisce, mi mette addosso tristezza. Come tutti i rituali.

Ma oggi è una bella giornata. Senza dubbio. Anche se ho dormito poco. Anche se sono in fuga. Anche se non busserò alla mia porta. E non porterò fiori. O ricordi, tanto meno promesse. Oggi è una bella giornata anche se non perdonerò atti e persone che favorirebbero lo stato di quiete. Oggi è una giornata positiva anche se le fontane sono mute, anche se le canzoni non sono da condividere in alcun modo e la complicità è un compromesso che non riconosco, un codice che rimbalza su parti sbagliate del mio corpo.
Oggi va bene, anche se la bellezza è un'installazione provata più e più volte, e la tanto decantata spontaneità è un ricatto volgare senza utilità. Capita che le belle giornate siano quelle in cui non mi va di parlare e scambiare informazioni, considerazioni, visioni delle cose o dell'interno, quel poco interno che la vista consente previo monotone preghiere.
Oggi è un giorno di luci comunque al neon, quelle che amo di più, oggi se voglio il belvedere devo pagare qualcuno, oggi se voglio sonno devo sedurre la mia stanchezza e dirle, in modo convincente e sensuale, che tra noi è finita.

Ho ritrovato due dischi. Due dischi, uno del 1984 e l'altro del 1985. Due compilation in vinile. Probabile che io, proprio io, sia cominciato da lì. Che è da lì che ho aperto un quaderno di autocoscienza e sfida. Che è da quelle canzoni che si è mosso il minuscolo continente vagabondo, alla ricerca di incastri impossibili.
Che mi sentivo talmente fregato, fin da allora, al punto da guardare a tutto quel che sarebbe venuto con un ottimismo fatalista, ridotto all'osso ma presente, combattivo ed innamorato del poco. Del pochissimo e dell'autonomia delle ombre.
Coordinate di felicità impossibili da sempre. Il primo traghetto per la sponda fantasma sempre con un posto riservato per me solo. Fedelmente.
Partii da quelle due compilation, con i capelli spettinati, il cuore a fuoco, la spia della vendetta accesa dall'inizio e forse per sempre.
Non so se ero bello o brutto, non l'ho mai saputo. Non mi interessa. In fondo, è bello anche se le finestre sono costantemente sommerse ed il cielo è solo una visione effimera della calma.
La prima volta che ho ballato con una ragazza era ad una festa in terza media. Il cuore mi batteva all'impazzata e mi sentivo di morire. Non so se avevo voglia di baciarla, non lo ricordo. Ricordo solo quello che voglio, quando mi distraggo. Non so se si trattava di una cotta o di una necessità. Ricordo che il pezzo era “Careless whisper” di George Michael. Ricordo che dopo il secondo refrain la strinsi forte, forse troppo, e mi supplicai di non sparire d me stesso proprio in quel momento. Chiusi gli occhi, quella era una bellissima canzone commerciale. Funzionava per innamorarsi di sciocchi e petulanti flash forward. Il sax era languido, la ragazza era carina, io mi piacevo quel che serviva, mi piacevo perché mi sentivo fregato a prescindere.
Chiusi gli occhi e mi illusi di catturare il suo odore. Ma non esisteva. Non mi arrivava. Guardavo tutto da un sottosuolo in formazione, i profumi mi arrivavano adulterati, corrotti dal mio modo di sentire.

Oggi ritrovo due vinili che mi hanno aperto varchi. Non mi piacevano tutte le canzoni, per niente. Si trattava delle tipiche compilation stagionali che uscivano in Italia all'epoca, una mischia selvaggia di roba eterogenea. In “Pole Position” della Rca (1984, con una copertina che è eufemistico definire orripilante) c'era “Eyes without a face” di Billy Idol. Il pezzo mi stregò subito. Mi piace ancora Billy Idol. Nell'affastellamento di tracce diseguali, mi piacquero anche Captain Sensible (che diversi anni dopo riuscii a collocare nei Damned), Mike Francis, Eurythmics e Hall&Oates.
Diverso il discorso per la compilation “Alter Bands”, licenziata nel 1985 -anno per me fondamentale- dalla Polystar. Di quel disco apprezzai più tracce, ma impallidivano tutte al cospetto di “Love like blood” dei Killing Joke. Ascoltai per la prima volta il brano grazie a quel vinile, che mi fu regalato dai miei genitori la mattina del 25 dicembre 1985.
Non esagero se dico che ascoltai “Love like blood” un cento volte consecutive, arrivando ad esasperare mio padre, notorio estimatore di Bruno Martino, Armando Trovajoli e Piero Piccioni. Con “Love like blood” ho aperto le danze della sera che da sempre mi portavo dentro, anche se avevo solo indizi circa l'esistenza di una notte interiore precoce. Questo è. Su “Love like blood” ho costruito spigoli, fortezze, specchi liquidi, silenzi, retromarce, abbracci con doppia ombra, scatole nere di una coscienza in divenire.
Love like blood” ti fa innamorare degli avamposti e non delle persone. È una canzone maledetta e scavava ovunque con brividi elettrici, riverberi, suggerimenti magnetici. Glaciale, impediva il compromesso dell'amore da organizzare e mostrare. Era ghiaccio ed elettricità ed ero anche io.

Ma penso, oggi che è una bella giornata senza parole, che uno dei miei primi momenti più autentici, uno di quelli in cui la debolezza e la paura insegnavano a volare nell'umiltà del domani, sia stato quello del ballo delle medie con “Careless whisper”. In quel caso, stranamente, chiusi gli occhi e a modo mio pregai qualcosa di vago e beffardo pur di ritardare la fuga.
Fui autentico e perdente. Come spero di essere oggi, incapace di chiudere gli occhi o di farmi tradire dai loro terremoti asciutti.

Luca De Pasquale 2016













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