25/06/16

Accecato e senza vento nel giorno della Brexit



Siamo troppo deboli per rinunciare a questo velo profumato e impalpabile che ci stendiamo intorno, tra noi e la tragedia, qualche volta atroce, del vivere. A non fumare si rischia troppo”
Mario Soldati

Detesto l'estate. È così da sempre. È una stagione che tende alla volgarità, aggressiva, accecante, fastidiosa e vacua nel suo epicureismo di maniera. L'estate è ristoro inseguito con ferocia, è diversivo ostentato, fuga dal reale, rituale ossessivo.
E così, io d'estate, tutte le mattine, sono praticamente cieco. Perché quella luce la trovo davvero offensiva, irrispettosa. Quel bianco opacizzato che ti cala addosso quando apri gli occhi, quello è un mezzo inferno.
Dell'estate accetto solo le ore che precedono la notte, a patto che ci sia vento e che giungano -anche se non generosi- profumi, richiami, ricordi in formazione.
Ma in queste notti il vento non c'è ed io smanio, il sonno è solo una resa frastagliata gonfia di inutili tormenti. Tormenti senza segnaletica, per giunta, e codardi, perché non arrivano mai ad estirparti qualcosa di concreto da dentro. Sono solo guastatori ingaggiati per la notte, squallidi emissari di tempeste che invece partono da molto più lontano.
In queste mattine, invece, il caldo mi piomba addosso come un insetto inguardabile, come una veste da camera sporca di sugo, muco o saliva.
Odio il caldo, odio l'estate.
L'estate non si accorda al mio modo di essere irrazionale e di cercare cose che sono destinato a non trovare. Questa sua aria gaudente mi disturba, ma non ha la forza -non l'ha mai avuta- per costringermi a snaturarmi fino a cambiare direzione.

Ieri è stata la giornata della sventata Brexit, ed anche il giorno più caldo di quest'inizio estate. Come un automa, travolto dell'afa, ho seguito approfondimenti televisivi senza soluzione di continuità, sempre da una prospettiva laterale e tendenzialmente distratta.
Mi sono sentito, come spesso mi accade ultimamente, molto ingenuo. Ripercorrendo il mio cammino ideologico, il dipanarsi negli anni della mia presunta sensibilità sociale, non posso che sentirmi ingenuo. Non in errore, si badi: solo drammaticamente ingenuo.
Sin dagli anni del liceo -e dunque almeno due o tre vite fa- i miei sogni di uguaglianza, di pari opportunità e di livellamento sociale mi sono apparsi come un iperuranio sistemato sul mio comodino ad urlare la parola “utopia”.
Credi, credi fortemente, ma il tuo credo è sganciato dal resto, cui invece ti devi adeguare. Dovresti e non lo fai. Ed inizi a perdere. A perdere anche terreno.
Ieri, assediato dal caldo, ancora più accanito sulle sigarette e sulle fratture che mi rendono vivo ed in combattimento, mi sono detto che non posso consentirmi questa schifosa amarezza post-sessantottina, che non è nelle mie corde.
Oggi sono molto più estremo di un tempo. Paradossale. La vita mi ha sfidato ed io ho risposto. Parto in svantaggio, come da prassi. Questo mi va bene, però. È con gli sfavori del pronostico che si sogna l'impresa. Ben sapendo che nessuna impresa, anche la più nobile, avrà un respiro così lungo da diventare status di salvezza. Quella è perduta a prescindere, era solo una proiezione delle fiabe che mi leggevano quando ero piccolissimo.

Luce bianca, umida, delle mattine d'estate. Pelle secca. Pericolo concreto di sognare oceani in guerra tra di loro. Molti dicono che l'estate sia anche e soprattutto sesso. D'accordo. Ma con questa luce bruttissima e il caldo fermo come una condanna, dopo il sesso non solo ti fermi, ma rischi di morirti dentro. Come un vecchio su una panchina, senza neanche la soddisfazione di finire all'unisono con il tramonto. Il sesso d'estate perde parte della sua dimensione esistenziale, questo è indubbio. La gente è anche più brutta quando gode o quando vuole troppo. Ci sono in giro uomini così sgradevoli che di certo andrebbero uccisi prima che facciano danni con i loro desideri stupidamente animaleschi. Perché tutta questa voglia di godere che l'estate sembra trascinarsi dietro è davvero troppo, in giornate che esibiscono una luce esterna così equivoca e priva di circuiti interni.
Qualcuno mi telefona. Brexit qui, Brexit lì. Io al telefono continuo a fumare, mi sento parlare. Sbaglio un verbo ausiliare. Quando mi succede, finisco con l'irritarmi. Mi sento parlare e mi ricordo che ho sempre cercato qualcosa che fosse più a sinistra della mia naturale posizione, trovandolo molto raramente e per poco tempo. Mai avute le stimmate del pasionario (l'ho sempre detto, i pasionari mi stanno sul cazzo, è più forte di me), e per questo il dramma ha preso strade peggiori. Cercavo la sinistra e trovavo pezzi di vuoto. Mi mancava la cecità in dotazione permanente agli indottrinati. Cecità che invece ritrovo nei miei risvegli di quest'estate, con gli occhi che si riducono a due fessure imploranti il ritorno di scene notturne e tenui rifrazioni del buio.

Dicono che l'estate sia una pausa, sia il giusto riposo. Dicono che sia il momento degli affetti, del tempo per coltivarli, dicono che sia adatta ai viaggi, al sesso, all'amicizia, alle docce veloci dopo gli orgasmi. Ma c'è ancora chi crede che venire porti pace? Che godere sia tranquillità? Davvero qualcuno ci crede e soprattutto ci riesce?
Non so. Ho sempre pensato che godere non basta, che a volte è addirittura un'interruzione arbitraria della propria continuità, del mare dentro. Ma questo è il retaggio dei sognatori, condannati ad inseguirsi brandendo ombre che non possono combaciare. Questo è il retaggio degli insonni e dei nemici della luce bianca.
Nella giornata della Brexit, finisco con il somigliare pericolosamente ad un piccolo tramonto da camera. La sensazione mi fa ribrezzo e la scaccio, cerco dunque la luce esterna ma vengo vampirizzato da un colore chiaro, accecante, più noioso del peggiore quadro da salotto.
Allora cerco alla mia sinistra, rigorosamente alla mia sinistra, qualcosa in cui credere; non trovo niente e allora riprendo ad idealizzare la notte.
Mi muovo lento, per non sudare, per non incazzarmi, trovo le mie sigarette. Ne ho bisogno. Poi cercherò il disco dei Rain Tree Crow, perché ho bisogno di quelle atmosfere. Mick Karn, David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri: ho bisogno di loro.
Prima di arrendermi ad un'insonnia ovvia che cercherò di rendere quieta almeno nei movimenti, mi torna in mente la frase che ho rivolto a chi mi ha telefonato: “Odio l'estate. L'estate è un pezzo di capitalismo sfrenato, per come è intesa oggi”. Sorrido. Sarà anche così, penso, ma a me l'estate non è mai piaciuta. Troppo lunga, luminosa e bugiarda per dare pace. Quasi come il piacere.

Luca De Pasquale 2016









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