16/06/16

A complex fashion for a simple man


L'uomo sulla salita che porta al cimitero. L'uomo con i suoi fiori da pochi euro. Per onorare un antico lutto, una devozione naturale e semplice. L'uomo che guadagna poco ed è un po' curvo finisce nei miei occhi ed io assorbo l'immagine tramutandola in mal di stomaco, fastidio, voglia di non essere di qui. Voglia di non essere io e di non avere questi occhi.
Anche io dovrei onorare. Anche io dovrei comprare fiori ed avere pronte delle frasi fatte di cordoglio per me, per la mia consolazione, per la mia storia. Che mi sia lieve la mia storia personale, dovrei pensare.
Ma la mia storia non è lieve e non avrei voluto che lo fosse. Ci ho provato, a farla scendere come una pillola. Ma mi sono accorto di preferire che fosse a picco, difficile da raggiungere, contraddittoria da raccontare. Talmente personale da apparire come scalino di silenzio fuori ad una chiesa senza officianti.

Quell'uomo onesto e povero con i suoi fiori, lo invidio; e un po' mi umilia con quello sguardo bastonato ma onesto, quello sguardo che ha un suo significato chiaro, non nascosto. Occhi di un uomo, e basta.
Qui, invece, se qualcuno prova a mettermi su una macchina del tempo, io allora divento l'animale che non voglio. Ferisco, elimino.
Elimino, scavalco i miei errori, e fottendomi fingo di amare al meglio delle mie forze.
Anche il passato.

Il gioco delle nostalgie è ovunque. Un'allucinante trappola. Piace, andare a ritroso, rivalutare, riscrivere, tramandare. Onorare la memoria, idealizzare chi è andato. E dov'è andato? E chi ha la dannata fede per trovare una decente risposta?
Ogni tanto, qualcuno prova a giocare con me alla nostalgia. Che siano mutande sporche, baci implosi, abbracci dissolti, ombre nei cinema, quando si gioca alla nostalgia non c'è nessuna differenza tra un atto di eroismo e un pompino con il rossetto scuro prima di morire.
Ti ricordi?”
No.
Tu lo sai che...”
Io non so. Io non apprendo per nostalgia, mi arrampico sull'acqua ferma e poi cado nel mio letto vestito da Ziggy Stardust, ambiguo, assurdo, fuori tempo per la festa finita, in anticipo per la prossima farsa.
Chi mi spinge sulla giostra della memoria per darmi pace ottiene morsi a caso, ottiene cambi d'indirizzo, ottiene la risacca di dialoghi mai avvenuti e di amicizie mai passate per la colla.
Le voglie di nostalgie fuori le stanze sigillate rendono gli uomini delle marionette.
Assassini, pesci all'acqua pazza, amanti annoiati, tutori del disordine personale, artisti amputati in partenza, nuotatori non iscritti alla traversata regolare. Le stanze sigillate offrono contenuti a sorpresa, violarle è un tentativo di oscena presunzione. Io non busso ai miei dolori con dei fiori in mano. La complessità dei miei veleni, in compenso, mi disgusta.
E allora rimedio cercando con lo sguardo; cercando e spesso trovando persone in corso, in corsa, non fuori conia, non manichini con il volto spiaccicato a porte di camere chiuse.

Mi torna in mente quella domenica di marmellata di qualche anno fa. Ero libero, una delle due domeniche mensili di riposo. Mi venne prospettata una domenica di dolci, di amici, di fiori, di debiti sociali, di conversazioni senza miccia, senza dinamite, senza epilogo. Chiacchiere con vista mare. Mi avrebbero detto che dovevo scrivere cose leggere. Il Salgari del cazzo. Tentare la carta del montalbanismo al sapore di mozzarella di bufala. Qualcuno mi avrebbe esortato a ricordare momenti, idee, passioni. Senza dolo, con semplicità.
E poi, un bacio tira l'altro. Lo sport dell'attrazione, poi, con quegli sfiatatoi sempre ostruiti. I vecchi resistono, i giovani si consumano, i quarantenni nascondono i demoni sotto il tappeto, sotto i testicoli, nelle canzoni cretine, nei dentifrici sbiancanti, nei lutti cosparsi di santità, nelle preghiere ad personam che Dio tratterà come spam.
Quella domenica accesi una sigaretta sul balcone. Mi sentii perso. Piacevolmente perso. Mi ricordai di tutte le cazzate dette e fatte per piacere ad una donna. In testa avevo “The motel”, il brano di David Bowie che preferisco.
Andare all'inferno in taxi, con la sua voce, con il basso fretless. Non tornare. O tornare pure, ma senza souvenir. Un uomo semplice finisce per cercare sempre roba più complessa.
Roba che prima o poi ti rade al suolo e ti fa sentire fortunato mentre il pezzo svanisce.

Luca De Pasquale 2016

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