24/05/16

"Voglio leccarti le tette" (La Caduta, I)


Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato”
Joan Miró

Al tavolo a fianco al mio c'è una coppia che parla animatamente, ma con una passionalità ed un trasporto che ai miei occhi hanno qualcosa di orribilmente ridicolo.
Lui, in particolare, continua a sussurrarle a voce non certo bassa la seguente dichiarazione d'intenti: “Voglio succhiarti le tette”.
Ed ancora, “voglio succhiarti le tette per ore”. Poi fa un verso, un versetto da amante giovane, o che crede di esserlo.
Lei ridacchia, si imbarazza, si guarda in giro.
Non so dare a questi due esseri umani un'età. Più o meno la mia, se non qualcosa in più.
Lei indossa una canottina nera che è uno spot per le sue tette, non so se rifatte o meno. Forse no. Tette che sono il centro d'attrattiva permanente per il suo uomo, è evidente.
Arriva il mio caffè. La ragazza abbronzata che me lo porta mi sbatte quasi lo scontrino in faccia e si allontana sibilando “allora dopo”.
Allora dopo. Ci puoi contare.

Io faccio dei conti su un quaderno con la copertina arancione. Altro che scrittore a Montparnasse. Altro che sapido osservatore in forma di blogger. Altro che riportatore di emozioni da condividere. Sono conti, conti e riconti, sono acciacchi e scadenze: in mezzo ci butto qualche idea per scrivere, la svilupperò di notte.
Faccio e rifaccio conti. Trovo espedienti. Materiale di risulta, zavorra, sacco pieno sacco vuoto, barricate. Io sono sempre l'uomo delle barricate. All'alba, di giorno, di notte.
Mentre scrivo mi dico che ho sbagliato, dovevo diventare un fashion blogger, o scrivere di sesso contiguo, allegro, vitalistico, come piace alla gente. Scrivere in forme didascaliche e retoriche quanto è bella la mia città sul mare. Creare un blog sulle frittate, sulla pasta con zucca e broccoli, sui vini caldi e tenui dell'entroterra. Ma io avevo altri sogni: o scrittura altra, o mercenario. O entrambe.
Sei bellissima: voglio succhiarti le tette, tu sei la mia malattia, madonna che tette meravigliose... peccato che siamo in pubblico...”. L'uomo continua la sua litania, la sua preghiera erettile, il suo mantra di sperma in preparazione. Io sono disgustato da queste sue intenzioni. Che sia dannato il mio ottimo udito, per l'ennesima volta.
Guardo verso di loro. L'uomo parla praticamente al seno della donna, coperto dalla canottina nera solo ed esclusivamente sui capezzoli.
I conti non tornano. C'è il sole. Potrei telefonare a degli imbecilli. Aggiornarmi. Ma il telefono è in modalità “mute”. La ragazza mi guarda dalla soglia del bar come se volessi dileguarmi senza aver pagato il caffè.
Ho un'aria così poco raccomandabile?

Poi c'è un colpo di scena. Al tavolo degli erotomani arriva un amico. Uno che ha una faccia mesta, da confidente di entrambi. Uno che ha una faccia da Onan riservista. Uno che sembra così gentile da poter essere sfruttato da chiunque. Il tizio, che sembra chiamarsi Ippo o qualcosa del genere, si allontana dicendo “vado io dentro a chiedere qualcosa per me, non vi preoccupate”.
Appena Ippo scompare nel bar, l'erotomane dice questo: “Ci mancava solo lui... ma questo mi eccita ancora di più, lo sai? Lo sai, amore? Voglio proprio leccartele le tette... tu stamattina ti sei alzata per provocarmi, amore mio?”
Ma leccagliele e falla finita, stronzo. Fallo anche qui, se vuoi. Non sarà certo più osceno di tutte le chiacchiere formali, di tutta l'ipocrisia esortativa che saltella nelle conversazioni, non sarà più osceno di una riforma, di una fede o militanza che rendono ciechi, della maniacale faziosità di chi si sente sempre offeso da qualcuno o qualcosa.

Mi alzo per pagare. Incrocio lo sguardo della donna. Come se avesse guardato una spugna animata o il pupazzo di Capitan Futuro. Ha solo i capezzoli coperti ed il suo uomo continua a microfonarsi nella canottina. L'amico è sul palmare e legge delle cose senza senso.
Lascio i soldi sul tavolo, faccio un cenno alla ragazza del bar. Le ho lasciato cinquanta centesimi. Ora che sono in piedi si vedono chiaramente i traghetti per Ischia e Procida e le loro scie suggestive.
Nonostante il sole, l'aria tersa, la gente che ride, Dio sembra essere completamente assente dalla scena. Tutta questa visione dinamica di vita, sole, mare e tette da leccare mi risulta essere di proprietà del demonio, come suo luna park periferico, giardino dimenticato, tela di ragno che ci imprigiona e ci regalerà a qualche scempio senza luce.
Ma è una mia percezione. Di sicuro erronea. E già. È colpa mia se vedo le ombre della notte anche durante il giorno. È colpa mia, forse, se mi sento di cadere quando mi siedo o sono apparentemente comodo. È mia responsabilità se l'allegria sembra celare matasse di agguati. Il mio sguardo è colpa mia, è vizio da rapace notturno. Come il gufo reale che attaccava tutti dalla sua torre, pochi giorni fa in provincia di Arezzo.
Ma credo di preferire il dono/errore di vedere la notte nel giorno, che fissarmi su un paio di tette e annunciare continuamente che le succhierò come un poppante, un poppante di oltre quarant'anni con i boxer sportivi ed una croce celtica tatuata a cazzo da qualche parte intorno alla caviglia.

Guardo i traghetti. Guardo gli erotomani e Ippo, vedo la ragazza dei tavoli raccattare disgustata le mie monete. Vedo i traghetti, le loro scie, mi sembra di percepire le voci dei bambini negli stabilimenti balneari, e ricordo l'odore bianco nelle camere degli alberghi dove i miei genitori mi portavano da piccolo. Alzandomi, dolente, in cerca delle sigarette ricordo l'odore acre degli armadi estivi e momentanei nelle camere, ricordo quel gestore de “Le Ville Al Mare” di Ascea Marina che veniva sempre, durante la cena, a chiedere se ci era piaciuto tutto. Dato che mio padre diceva sempre di sì anche quando tutto era una merda, lui, il gestore, riusciva sempre ad eseguire quel gesto di soddisfazione basico, sfregarsi le mani.

Le mie gambe sono blu, come i miei jeans. Il cielo è blu. La canottina era nera. Mi piacciono i quadri di Rothko. Anche quelli di Italo Valenti. Ho migliaia di ricordi addosso, quelli di un'epoca che sembrava bella come una tregua ma chissà se apparteneva a Dio o a quello che cade, ride e assolda.

Luca De Pasquale 2016



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