26/05/16

"Perché fa male" (La Caduta II)


El escritor no desempeña ninguna tarea de importancia social.
Juan Carlos Onetti

Moltissimi anni fa, ma proprio tanti, una tizia che conoscevo, parlando di una sua amica, mi disse: “No, lei ci tiene tanto alla verginità. Per lei è un valore, quindi fa l'amore in bocca”.
L'amore in bocca?
Dio mio. L'informazione, improvvida, mi prese prima nei pantaloni, come un brivido, una fascia di onde sudate, sporche, poi si spense in una sorta di silenzioso raccapriccio.
L'amore in bocca. Continuai a fumare guardando lontano, come faccio sempre quando dissimulo cortesi forme di non partecipazione.
E tu ci credi alla verginità?”, sondai, forse laido.
Ci credevo parecchio tempo fa. Poi ho sbagliato”
Ah, capisco. Anche io ho sbagliato spesso”, dissi.
Ma tu sei un uomo, che c'entra”
C'entra, c'entra. Qualcosa entra sempre da qualche altra parte, con cornici, firme, autenticazioni di merda, poesia debordante, onde e conto da saldare al villaggio globale. Quindi vaffanculo.
Ricordo che quel pomeriggio prendemmo un caffè brasiliano, io e quella tipa. Io mi sentivo disperato per qualcosa. Usuale. Disperato per qualcosa da decrittare. Usuale e assurdo. La notte mi presero degli incubi, non so dove mi portarono. Fu difficile quel periodo e quella ragazza ci rimase male perché non ci capivamo. Le risparmiai un inutile stillicidio di chiarimenti, confronti, sovrapposizioni fisiche e morali senza il minimo senso. I tramonti promettevano tanto in quegli anni, ma erano subdoli come un male improvviso, come un tradimento comunicato in ritardo.

Qualche anno fa mi fissai con un pezzo. Si trattava di “Punch Up” di Laid, al secolo John Andersson, deep houser svedese. Sempre avuta una fissa praticamente fisica per la deep house quanto per dub techno e altre forme elettroniche, nonostante la mia matrice rock, post punk e quant'altro. Ballavo quel pezzo ovunque, come un'alga pazza. Mi muovevo come un idiota per quel pezzo impostato sulla reiterazione del beat, sul tantrismo sonoro. Ballavo in negozio, mentre servivo i clienti; ballavo la mattina a casa, seminudo e con la sigaretta in bocca, e gli studenti del liceo di fronte mi guardavano. Quando la deep house pesta e se ne va liquida, io rischio di fare il giocattolo, perché sono sensibile a quel tipo di sound. Quasi eroticamente sensibile, direi. Ci sono pezzi house, Detroit house, Chicago house, che mi rendono una molla.
Ballavo continuamente il mio “Punch up”: fumando troppo, non rispondendo al telefono, scrivendo, persino cucinando. Punch up, punch up, punch up, come la voce maschile ripeteva in continuazione. Ci mancava che iniziassi a palparmi da solo e infilarmi una parrucca rosa.
Quando mia madre mi telefonò a casa per dirmi che mio padre stava molto male, le risposi per puro caso, perché stavo ballando forte “Punch up” in un monolocale invaso di fumo. Liberandomi, mandando davvero a fare in culo tutto e tutti, per quel disgustoso e totalizzante bisogno di libertà ed anarchia che mi contraddistingue. Con sfumature assai negative.
Appena riappeso il ricevitore, nel monolocale scese il silenzio. Un silenzio abissale, infame, annichilente. Il ritmo era morto. Era stato massacrato dalla vita, come spesso accade alla sensualità, se si può dire che esiste.
Fu tutto molto veloce. Una parte di me, concreta, misurabile nella sua mancanza di limiti e steccati, è morta nel 2006.
Per qualche anno è morto anche quel pezzo che mi perseguitava; infatti, non ho più avuto il coraggio di ascoltarlo fino a qualche mese fa, quando l'ho ritrovato nel mio database musicale.
L'ho mandato nell'etere alle tre del pomeriggio di qualche mese fa, insieme ad una cosa dei Soul Of Hex remixata da Larry Heard e roba sparsa di Glenn Underground. Ho ricordato subito, un ricordo simile ad una lisca lunga chilometri e tormentata come un vecchio ponte, quella telefonata che arrivò mentre mi dimenavo come un ebete.
Ho notato che ricominciavo a muovere il piede sinistro e ondeggiare la testa. Qualcosa con cui riprendi confidenza da subito, il ritmo. Funzionava ancora, con maggior sobrietà. Questo accade quando il ritmo è su un trampolino insieme a te, ma non hai più la possibilità di capire come e dove hai iniziato a pensare di poterti tuffare.

Passo un'intera mattinata nella sala d'attesa di un ufficio pubblico. Sembra un girone dantesco. Non c'è una sola persona che parli in un italiano comprensibile. Impossibile interloquire. La gente grugnisce ed è molto brutta, come i problemi che si porta dietro. C'è una coppia veramente incredibile, lei con una microgonna di raso verde (e mangia delle patatine con un rumore schifoso) e lui che pesa quaranta chili, drogato, tatuato, pazzo. C'è un indiano che piange guardando dei fogli. C'è una vecchia zoppa che usa epiteti irripetibili parlando con un pari età che sembra un pescatore pieno di porri e verruche. E tu come sei, pezzo di merda?, mi chiedo. Chi ti credi di essere? Giudichi le persone in base a come parlano, ai guai alla catena che esibiscono? Tu credi di essere nobile, tu e le tue notti letterarie, le tue macchine per scrivere vintage, le alternanze sonore, le sigarette teatrali, l'enfasi nel mal di vivere? Chi cazzo sei tu?
Mi sento bruciare mentre penso e mi consumo. Mentre mi fotto e ho nostalgia delle sigarette, anche se l'ultima me la sono mangiata cinque minuti prima. Mi guardo le gambe, i piedi, le mani. Ho dimenticato due anelli a casa. Ho dimenticato buona parte dei miei sogni in qualche banco dei pegni. Nella poltiglia di sapone, peli e scorie che sgorgano nelle docce delle case che non erano mai le case che volevo.
Guardo l'indiano che piange. Vorrei dirgli qualcosa, ma in materia di dimostrazioni semplici sono un coniglio. Tutto il mio coraggio è rivolto al buio profondo e questo mi rende insopportabile al mio stesso percepirmi.
Tormentato come un giocattolo. Poi mi metti la musica e ballo. Poi mi metti un sogno e fingo di non crederci. Poi mi dici di scrivere e mi sento un re.
Eppure le notti funzionano a sottrazione, gli odori sono lancinanti e rassicurano solo santoni idioti e speranze su trampoli, i gesti spontanei latitano e la presunzione dell'originalità è un preservativo usato, con lo sperma che da denso diventa subito un triste rigagnolo incolore. Questa è la presunzione, l'autoconsiderarsi: è come scoparsi. Da soli, infilando buchi sbagliati, usando esortazioni lascive che vorrebbero ricordare il vitalismo e invece sono solo sirene nascoste nelle siepi, la festa del buio che si avvicina alle candele solo per parlare di amore e di emozioni. Poi arriva il mio turno e mi dico che ho le occhiaie, che ho dimenticato gli anelli, ho dimenticato il mio nome e scrivo ancora.

Un tizio mi chiede di consigliargli dei libri. Ho un moto di disappunto forte. Piccola tempesta in uomo di mezza età. Mi verrebbe solo da dirgli “ma io che ne so che cazzo leggi?”
Invece prendo tempo. Coniglio, cane. Coniglio, cane, fantasma.
Che cerchi in un libro?”, chiedo stupidamente.
La conoscenza... il sogno... la distrazione... ecco...”
Finisce che gli consiglio un libro inadatto, uno di Onetti. Lui pensa che Onetti sia italiano e odierno ed io non replico nulla. Coniglio, svogliato cane, fantasma sinistro e mancino.
Lui mi chiede perché gli ho consigliato quel libro.
Perché fa male”, gli rispondo.

Luca De Pasquale 2016



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