03/05/16

Numero 91: il vizio e la punizione


Ho un brutto vizio.
Quando mi trovo in un luogo pubblico, e magari affollato, guardo negli occhi le persone. Salvo poi fare marcia indietro, quando è troppo tardi. Tardi perché mi sono arrivate già notizie tramite gli sguardi, intuizioni, comunicazioni frammentarie ma reali. Per questo penso che dovrei girare sempre con gli occhiali da sole, anche di notte. Nascondere gli occhi è fondamentale per non compromettersi e per fraintendere le altre presenze senza indagare, senza esprimere giudizi istintivi, senza scendere a patti con forme di magnetismo o di disgusto.

Ho vissuto una lunga attesa in un'anticamera qualsiasi di una Asl qualsiasi. Ogni tipologia di essere umano sembrava essere rappresentata da almeno un esemplare. C'era una signora di novantadue anni accompagnata da una badante polacca. Una donna spagnola sposata ad un napoletano, un po' esibizionista ma trascinante. Diversi ragazzini sovrappeso che continuavano a mangiare patatine unte alle quattro del pomeriggio. Una fatalona con occhiali da sole a goccia che mi chiedeva informazioni e nel farlo abbassava le lenti come se volesse abbordarmi. Un uomo con capelli bianchi e stomaco spaventoso che parlava male di Renzi perché non funzionava il display elettronico riferito ai turni della fila. Non c'è bisogno di un display elettronico fuori uso per capire che Renzi è la peggiore espressione istituzionale -o quasi- dell'Italietta modernista di oggi, innamorata di un liberismo non alla sua portata, tentata oscenamente (ma anche ovviamente) da derive oltranziste e intolleranti, uno stivaletto spiaggiato sotto il culo obeso di ben altre potenze. C'era naturalmente anche uno che parlava del Cavaliere al viagra con toni nostalgici à la “quando c'era lui...”. E così via.
Poi c'ero io. Numero 91. Strisciolina di carta scritta a penna, il mio numero 91, che continuavo a stropicciare nervosamente e passare dalle mani alle tasche. Il luogo, squallidamente illuminato con neon da agonia, fiori di obitorio, bulbi fiochi da cattedrali del lutto, fortunatamente concedeva uno sbocco su una simil terrazza, dove sono andato a fumare quando hanno chiamato i numeri 23, 37, 51, 73 (maggior resistenza) e 86 (rischiando di essere chiamato a vuoto e dovermene andare dopo quattro ore di attesa).
Ho guardato quasi tutte le novanta persone che mi precedevano negli occhi. Mi sembrava di rubare qualcosa, di essere un pettegolo. Perché me li studiavo, osservavo le movenze, i tic, la diffusa megalomania negli approcci, la triste dipendenza dai cellulari, dai messaggi whatsapp e compagnia cantante. Ho studiato le scarpe delle donne, non me ne piaceva nessuna. Né di scarpe né di donne, compresa la dark lady con occhiali a goccia e profumo acre da sesso chimerico, un po' palestrato, solenne e per questo impraticabile.
Con due o tre degli uomini in attesa si è creata un'inimicizia chiara e innocua tramite sguardi fugaci, annoiati.
Chi mi ha interpellato, mi ha dato del lei. Segno che non sono più un ragazzo. È da cose come questa che si capisce di più sulla propria condizione. Mi chiedevano che numero avessi. Non so quante volte ho pronunciato la parola “novantuno”. Novantuno su cento. Quindi ero trascurabile e non pericoloso. Uno degli ultimi. Dopo aver pronunciato il numero, mi sorridevano. Se avessi detto “quarantacinque”, non sarebbero stati così melliflui con me.
Il mondo sorride più facilmente, quando non sei insidioso e quando ti è toccato uno degli ultimi turni. Il mondo, poi, sa amare quando riconosce che fai qualcosa da cui può nascere altro, una conversazione, un equivoco, una partita a pelota di bugie reticolari, una scusa per lubrificarsi, uno strumentale pretesto di fede o nuovo corso.
Mi chiamavano “signore” quelle novanta persone prima di me. Signore, signore un cazzo. La parola “signore” associata alla mia immagine mi fa ribrezzo. Come qualsiasi eventuale titolo. Anche in quella fila nevrotica, che odorava di ascelle trattate, di cipolle affettate a listelle, di detergenti intimi ad uncino, di disperante fede per un'eternità che forse ci detesta, io mi sono sentito il solito ragazzino con la giacca di pelle, il pacchetto di Camel che spunta dalla tasca, l'aria perduta di chi ha giocato spesso per perdere.
Peccato, pensavo, che il naso cresca con l'età. Forse tra qualche anno avrò un naso importante e allora metterò una maschera. Non ho i denti così bianchi come quelli che amano la vita in modo esplicito, arrogante, dimostrativo. Ho denti da fumatore, non sono colore zafferano ma non è che ti abbaglino. Sono denti irregolari, di uno che morde i suoi sogni, spesso lacerandoli. Sono denti di un lottatore bambino che sperava di poter difendere qualcuno ma ha fatto amicizia con tutti quei fantasmi al confino, quelli che popolano la vita di ogni persona che sia realmente curiosa. E ha lottato tantissimo contro il suo doppio, nella miglior tradizione noir. Il mio doppio vince sempre ed io mi addento come un quarto di lardo abbandonato sotto la luna.
Ho guardato negli occhi novanta persone che mi precedevano ed ho pagato pegno, perché mi è rimasto dentro il senso degli altri e la certezza, forse scomoda, che la mia storia personale non è affatto più rilevante di quelle intraviste nelle novanta ombre inquiete. Loro vivono, io pure. Loro moriranno, io di certo. Loro tentano la strada dell'amore, ed io sì, anche io che ne parlo poco e ne scrivo meno di zero.
Stanze e gabbie vuote nella mia testa funzionano meglio dei resoconti d'amore, perché misurano le distanze, l'entità delle luci perse, la beffa delle parole e delle promesse che arrivano già deboli, fiaccate da viaggi inutili e complicazioni ingiustificabili.
Il numero 91 finalmente entra nella stanza preposta. Siamo rimasti in pochi e nessuno sorride più. Mi fanno male le gambe, devo pisciare, ho fumato troppo e forse mi è cresciuto anche il naso. Ma non sono diventato un signore. Sono sempre il “portatore di doppio” che ricordo. Mi porto il doppio dietro quasi sempre, spesso gli chiedo di farmi fuori o magari di mentirmi.

Per esempio, gli ho chiesto qualche volta di sussurrarmi all'orecchio che non tutte le forme d'amore comprendono anche il dolore e lo smarrimento. E lui è stato bravo, perché per qualche lungo minuto ci ho creduto e ho smesso di errare. O di addentarmi e sbranarmi, come ho imparato da solo, senza dover ringraziare nessuno, in questi anni di girandole di doppi, doppioni e doppiette caricate a salve. Altrimenti la gente si spaventa.

Luca De Pasquale 2016





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