14/05/16

Notte di lampi


Cos'è la confidenza tra due persone, se non una veloce sfida alla morte?
Cos'è uno sguardo, se non una stella che si illumina già sapendo che tornerà nella tana degli occhi?

La strada è bagnata. È piovuto tutta la notte. I lampi mi hanno tenuto compagnia, ho dormito poco. Dormo poco perché mi mangio dentro, perché devo recuperarmi. In questi giorni ho da fare. Molto da fare. Il tempo lo recupero di notte. Come i frammenti di me stesso. Io sono la mia gru, il guardiano delle altalene, l'ascensorista delle insonnie.
La strada è bagnata, ci sono delle erbacce ai lati, mezza campagna, mezza città. Il silenzio si accumula sui giorni perché ho molto da fare. Si accatasta negli angoli della casa, finisce per dormire sulla musica che scelgo, per cristallizzarsi, per diventare un ricordo mancato. Ed io amo infinitamente i ricordi mancati.
Mi tengono in piedi. Come le porte chiuse, quelle che non sai dov'è il campanello e non busserai mai con le nocche. Quelle che non sai chi ti apre. Probabile lo faccia il tuo doppio, dopo troppe esitazioni.
La strada bagnata mi ricorda che posso fare tranquillamente a meno della spiritualità d'accatto. Delle suggestioni che sembrano vacanze liberatorie da ossessioni intermittenti.
La strada bagnata mi dice che sono sulla mia, di strada. Che ho da fare e quindi il silenzio ha un preciso motivo. Un motivo sobrio ed un peso regale.
Recupero me stesso, ma non i suggerimenti del passato e del futuro immaginato.
Dopo le notti di lampi ho bisogno di stare zitto. Bisogno di nessuna interferenza. Di distanza che si compie e di sogni che si mettono in fila ad aspettare il piccolo rancio. Espedienti, mai carità.

Il quarto lampione sulla destra, scendendo, è rotto. Scoperchiato, esposto. Sembra un manichino ferito, uno scherzo. Mi fermo a guardarlo. Poco più giù c'è un coglione che parla al telefono. Parla di una serata, di un locale, e fa delle pessime battute da dj radiofonico abbronzato. Ha addosso una camicia che gli starebbe bene anche su un letto di obitorio. Io ho una t-shirt nera, una giacca di pelle e nessuna voglia di ascoltare la sua voce. Dopo una notte di lampi bisogna stare zitti. Gli passo accanto. Il coglione parla con una donna. Tutto affettato, tutto convinto. Tutto brillante. Vale quanto l'anello scontato di una televendita.
Questo fanno molti uomini, quando parlano con una donna: si fingono. Non sanno fare altro che dissimularsi nel modo più elementare. Arrivare velocemente, e male, al cuore della presunta seduzione.

Sarà pure un tipo spirituale. A modo suo, spirituale. Attento ai dettagli della pubblica scontatezza e degli effetti speciali. Sarà un cazzone con dei sogni precisi, delimitati, da recinto. Come lo sono io. Solo che non indosso le sue camicie e non cambio voce quando parlo con una donna. Il tono della sua voce mi istiga a pensare che sarà un maniaco del consenso. Il consenso prima di tutto. Prima dell'anima, prima del silenzio, prima del destino. Il consenso che è legge di accettazione, legge di scambi umani, postulato comunicativo, teorema di sopravvivenza. Le erbacce ai lati della strada mi dicono che da tempo ho smesso di contare le finestre annerite negli edifici del consenso, quelli che anche io devo considerare.

Mai voltarsi indietro quando bisogna recuperarsi. Sarebbe come specchiarsi prima di uscire, guardando i piedi e non il volto. Mai rovinare i ricordi mancati con smanie improvvisate, curiosità morbose. Mai fare troppa letteratura sull'assenza.
Mai confondere le stazioni deserte con i sogni, gli occhi con il messaggio, la gentilezza con l'umanità.
Una notte di lampi sostiene la figura molto più di qualsiasi fasullo convitto spirituale, basato magari sull'utopia di comunicare quel che si confessa con fatica anche a se stessi.
È questione di silenzio. Di lampi. Di ricordi mancati al confine delle riserve e dei sogni migliori. È questione di nessuna interferenza, non di pazienza, non di valore, non di abilità.
La strada metà di campagna e metà di città è finita, sono ora nella società civile, accendo una sigaretta. Le voci mi arrivano ovattate, come quando hai dei tappi per il rumore, mi sembra di nuotare in un televisore dove alcuni tizi con gli ombrelli si salutano e si danno consenso. La notte di lampi mi è rimasta addosso. Mi ha salvato ancora. Come i ricordi che ho sbagliato.

Luca De Pasquale 2016

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