29/05/16

L'ossessione dell'edificante e il porco senza perle


Sembra che la maggior parte degli esseri umani spenda il suo tempo nell'ossessione di cercare, spiegare e diffondere fenomeni edificanti. Un'ossessione che coinvolge diverse parole chiave: luce, parabola, soluzione, condivisione, confronto, scambio, oasi, riserva, protezione, patrimonio, fedeltà; ma è un'ossessione che spesso puzza, e anche molto, di elitarismo, supponenza, superficialità, pressapochismo, smania di apparire, insicurezza che chiama e chiama e chiama il consenso.
Sono piuttosto stufo -e non da poco- dell'insicurezza che vuole a tutti i costi l'antidoto dell'approvazione, altrui ma anche (addirittura) di se stessi.

A me le storie edificanti annoiano abbastanza. Soprattutto se tarocche, farlocche, forzate. Non mi sono mai sentito parte di un'élite, di una corporazione legiferata e riconosciuta o silenziosa e carbonara. Il concetto di élite richiama obbligatoriamente ad un guardarsi tra pochi intimi, annusarsi, spulciarsi e soprattutto conservare privilegi. O guadagnarne di nuovi.
L'élite, o quella che si crede tale, sovente pontifica. Elevando la propria vita e le proprie scelte a paradigma, se non a rimedio. Rimedio che ovviamente non può essere alla portata di tutti. Ma si sa, le perle si danno anche e soprattutto ai porci, per vedere che effetto fa il constatare che altri individui non hanno un profilo adeguato per coglierle e farle proprie.

Naturale che cotante perle contengano in sé il germe dell'edificante, dell'opportuno. Nessuno ti dirà mai che puoi salvarti con il sudiciume morale, l'ambiguità, l'inappartenenza e l'autismo culturale o sensoriale. La perla edificante, in quanto tale, condanna in modo sprezzante la solitudine e l'apparente autoreferenzialità degli individui rosi dal dubbio.
La perla edificante ti arriva tra capo e collo da personaggi spesso insospettabili, ma il suo scopo celato è quello di isolarti, di manifestare la sua potenza e la sua portata in rapporto alla tua inadeguatezza. La perla edificante è l'editto stitico di un mondo già chiuso, già concluso. Un mondo che aspetta la morte con la tracotante leggerezza dell'ottenuto e dell'ottenibile.

I dispensatori di perle ai porci -ed io sono un gran porco, lo so- ti mettono al muro con i loro aneddoti e con le loro metafore, con le loro storie permeate di bellezza visibile ed udibile, e sembrano volerti ricordare che se ti sforzi a quello status puoi anche tentare di arrivarci. In qualche modo. Anche barando, purché contenga bellezza, purché sia passo felpato, movenza elegante, volatile. I dispensatori di perle odiano la rabbia anche perché hanno da tempo dimenticato l'orribile consistenza delle frustrazioni, quei mostri fluttuanti che popolano le nostre vite trasformandosi in più entità, andando ad infestare le nostre case morali come quei vermi argentei che troviamo nella vasca da bagno o dietro il letto (sempre che le nostre case siano polverose e non ripulite due volte a settimana da eventuali addetti).

Sono anni che mi districo difficoltosamente tra i dispensatori di perle ai suini. Sarà perché ho vissuto molti dei passaggi e delle fasi in cui questi personaggi si sentono indispensabili: morti, funerali, separazioni, cadute di stile, perdita di condizione, retrocessione di status sociale senza spareggio, abiura, dimenticatoio, amnesia, estetica del noir esistenziale, scongiurato alcolismo, tabagismo antisalutistico, sesso-testamento o sesso-roulette russa, disinfestazione amicale, geografia emotiva soggetta a tsunami e sversamento feci notturno. Il dispensatore di perle è il parassita delle cadute altrui, si annida sui tessuti più lacerati dell'altro e da lì organizza il pulpito, tra colori sfumati, voli stilizzati e megafoni in bocca a cherubini a cottimo.

La perla spesso si nasconde, adescante e sediziosa, dietro le paratie di un consiglio.
Altre volte la discinta ma edificante perla balla per te, come un cigno puntillista o gassoso che poi sparirà appena proverai a carezzarlo, nel primo atto della compenetrazione e dell'ingombrante empatia che sembra sia un nostro dovere umano, da mandare in loop sui sagrati delle chiese o nella fase più taciturna del post coito.
Il dispensatore di perle può diventare, all'occasione, come un fratello, come i genitori, come un'amante, come un amico, ma è sostanzialmente un verboso rappresentante di ciechi aspirapolvere emozionali. Ed è uno che gioca sporco con il suo ricettario di illusioni.
Il dispensatore di perle gioca duro con le citazioni, con gli esempi pubblici, con la memoria modificata di eventi che non potrai verificare, il dispensatore di perle cerca in te uno specchio anche se si avvicina felpato come un predicatore.
Tu non devi ucciderlo o pisciargli addosso. Non devi disprezzarlo apertamente. Devi mantenerti calmo. Devi, velocemente ed in modo incisivo, solo fargli presente che hai il diritto all'errore, al passo falso, alle stanze vuote, all'amore che sembrava tempio ed era solo preservativo. Devi dirgli con forza e seraficità -difficile, certo- che rivendichi la distanza saggia dalla sua saggezza, dal suo indottrinamento, dalla sua catalessi narcisistica, dal suo edificante villaggio vacanze per anime un tempo tormentate, che i suoi figli non sono i tuoi (hai controllato), che i suoi padri della patria non sono i tuoi, che i suoi divieti sono stranieri al confine, stranieri non invitati nel tuo già brulicante caos di razze, mercenari, sovrani decaduti e artisti deformi con grande senso della geometria.

Non è escluso che tu debba anche dire al sommo dispensatore che non hai un simbolo di partito appiccicato da qualche parte o un movimento “spontaneo e giusto” che ti regolamenti; che non hai alcuna religione-miccia sotto i piedi che ti offusca il cervello e ti rende intollerante verso chi ha scelto altre micce ed altre ossessioni.
E che, questa è la cosa più importante, che non stai aspettando il riscatto. Questo concetto è fondamentale. L'idea del riscatto sociale (e quindi relazionale, culturale, economico) è l'alibi più indecoroso che la società odierna ha prodotto in materia di stratagemmi individualistici, strafottenza, indegnità morale, intollerabile superficialità e buonismo con lo scolo.
Se vivo per riscattarmi, in questo modo ammetto di aver fatto cilecca in tutto e di essere stato indegno per la società che mi ha ospitato. Se gioco a fare l'incompreso, è chiaro che avrei dovuto scopare di più e meglio e che le sovrastrutture psicologiche che mi hanno suggerito sono delle assurdità per guadagnare tempo e credibilità. Si riduce tutto ad uno sporco gioco di ruoli.
Il riscatto, il tanto agognato riscatto, non è altro che la ricerca spasmodica di un nuovo ruolo e di un miglioramento. A volte, questo sentimento sembra avere in dote l'eleganza della vendetta, ma non è così. Le vendette generiche, estese, generaliste, sono solo follia. Io non devo vendicarmi proprio di nessuno. Sentirsi meritevoli di vendetta è presunzione. Come ci si può vendicare dell'indifferenza?

È importante mantenersi vigili.
Non aspirare a ciò che non appartiene e non apparterrà mai.
Non finire dritto e senza diritto di voto nella new age degli altri.
Distinguere i colori. I colori di ogni persona. Forse il tuo rosso è il mio blu notte, quella che per te è bellezza per me è marciume, le persone che ami possono essere miei nemici e non cambierò rotta per te.
Non finisco nei tuoi sogni con la bocca ad “O” o con il culo nudo.
Tu hai un modo di godere e sognare, io ne ho altri. Non mi adeguo. Affatto. E non ti chiedo niente.
I miei fantasmi sono per te meno importanti della suoneria del telefono. La cosa è reciproca e accettarla senza elaborare rimedi è semplicemente vivere.
La distanza è una grande invenzione. Come il ghiaccio che riesce a sabotare le fisarmoniche dell'amore universale obbligatorio e della pace su tavola.
Non facciamo altro che desiderare, sommessamente e senza vergogna, che gli altri ci somiglino quel poco che basta alla vanità, senza permettere mai loro di poterci raggiungere nei nostri iperurani del cazzo.
È realmente scandaloso ed è un gioco da maiali.
Io lo so. E anche io sono un porco. Ma le perle, lo ribadisco, non le voglio.

Luca De Pasquale 2016

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