27/05/16

L'ernia laburista classe 1972 e le recensioni del cazzo (La Caduta, III)


Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletariato, procura proprietà a quest'ultimo? Niente affatto. Esso crea il capitale, vale a dire la proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può accrescersi solo generando nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo nuovamente”
Karl Marx e Friedrich Engels, “Manifesto del partito comunista”

... i negozi di dischi hanno rappresentato snodi fondamentali nelle reti informali della cultura musicale. Oltre a un'opportunità di lavoro e a un'ispirazione per musicisti alle prime armi, costituiscono un crocevia di informazioni...”
Simon Reynolds, “Post punk 1978-1984”

Un tizio mi incontra, non sa nemmeno come mi chiamo e mi distribuisce delle finte schede elettorali con il suo nome. Si è candidato. Non guardo nemmeno il simbolo e lo saluto con un mugugno sordo, quasi inaudibile. Imbarazzato. Solo tre ore dopo scopro che la coalizione che lo ha assorbito è di destra, o forse è lui che ha assorbito la coalizione. Tutta la questione ha lo stesso odore disdicevole dell'olio riciclato per le fritture. Straccio tutto il materiale e mi accorgo che di quel micropartito ignoravo persino l'esistenza.
Che cazzo avrei dovuto fare? Interloquire con lui, per poi sentire l'ennesimo facilone gusto Bignami che mi dice “le ideologie sono finite, dunque prendiamo le forche e cacciamo via gli invasori da questo paese pulito, fatto da gente vera, gente di cuore! Gente onesta!”
Sei libero di pensarla come ti pare, ma quando parli con me le forche puoi anche girartele nel tuo culo. Con me questa robaccia non ha mai attecchito.

Per quieto vivere molti non sanno cosa penso, cosa provo, cosa voglio.
Tipico, no? Non dire per evitare problemi. Per evitare di alienarsi contatti utili, joint ventures, agganci. La reticenza lubrifica il buco nero dell'ipocrisia. La reticenza ti spiana la strada al doppiopesismo, al tergiversare che per tanti sembra un atto di Furbizia Divina.
Sono sempre stato un imprudente: dunque, nell'accezione più popolare della questione, un totale coglione. Difficile che io riesca un giorno a confutare seriamente la tesi che la sincerità e la “trasparenza sporca” siano coglionaggine.
Trasparenza sporca, s'intende. Chi parla di pulizia? Chi parla di fonti purissime? Chi parla di “autenticità”? Qui si parla di luoghi abbandonati, perché ognuno di noi è un crocevia di abbandoni vecchi e nuovi o in corso, e pulirci le scarpe sull'uscio di casa non scrosta mai sul serio. Anzi.

Ci sono delle frasi che mi lasciano sempre senza parole e senza risposte.
Tra queste: “un figlio ti cambia davvero la vita, non puoi capire”; “l'amore che proviamo l'uno per l'altra è di una purezza meravigliosa”; “mi sento in un periodo molto costruttivo della mia vita e il mio nuovo incontro sentimentale ne è la prova”. Non so mai cosa rispondere; mi sembrerebbe davvero osceno replicare con “eh, certo”, “sicuro”, “posso solo immaginare!”
Resto in silenzio e aspetto che l'elencazione delle meraviglie finisca per ritornare ad un sobrio empirismo alla giornata. In genere, mi affido a punti di distrazione o eloquenti silenzi telefonici. Gli occhiali da sole possono molto. Come le sigarette. Ancor di più può il fatto che il tuo interlocutore non ti stimi affatto, e che ti stia parlando in quel modo solo per sventolare un po' le piume, una specie di provino in attesa di gente di più alto lignaggio.
Le piume non le so sventolare. In genere, le mie sono piume di cuscino o di animali della mia fantasia divorati dalla realtà.

Mi fermo in un punto oscuro a pochi passi dalla stazione. C'è un appartamento in demolizione. Lo guardo per parecchi minuti, mi comunica disfacimento, fallimento di sogni che ignoro e ignorerò, mi comunica un senso di passaggio finito, la terribile estraneità di vite brevi che si sovrappongono nel tessuto urbano, senza la bellezza dei cartoni animati e la lungimiranza delle preghiere guidate.
Poi penso a quel vecchio collega di mio padre che mi era simpatico, mi regalava penne, matite e gomme per cancellare a forma di bullone. Sorrideva sempre e veniva da Ercolano. Una persona per bene. Sarà morto.
Spio tra le finestre dell'appartamento abbandonato. Ricordo una donna che volle farmi sapere quanto il mio successore fosse un uomo grandioso, meraviglioso e salvifico. Ricordo che non me ne fregò un cazzo: lei non ottenne l'effetto desiderato, ma capitò che la sognai sotto di lui in un prato stupido e mi svegliai con i succhi gastrici sossopra.

Mi mancano i negozi di dischi. Quelli veri. Non i cessi che schiumano materiale residuo. Mi mancano i negozi di dischi inglesi degli ottanta, quelli di cui scrive mirabilmente Simon Reynolds. Lì non ci ho lavorato e mi sarebbe piaciuto. Mi manca infilare un disco degli A Certain Ratio e aspettare il primo cliente. Ma anche impazzire e mandare “It's a miracle” dei Culture Club che aveva un bel bridge. Mi manca quel lavoro che è il mio, senza ombra di dubbio, e che era considerato dai più come un hobby. Mi mancano anche tutte le stronzate dette in questo senso, perché le trovavo molto ispiranti, se usate come olio. Di certo, non mi manca la divisa. Non mi manca la lotta tra poveri. Non mi manca lo squallore delle alleanze inconsistenti. E cerco di non cadere nella trappola della nostalgia per i pagamenti puntuali. Se si lavora, essere pagati con puntualità è un fottuto diritto. Le mie nostalgie professionali finiscono sempre per essere inquinate da quel ricordo nauseabondo, quei mille euro per i quali fare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa.
Le grandi catene, che oscenità. Mille euro e non bastavano le otto ore: dovevi far vedere che ne avresti fatte anche sedici, “per il bene della causa”. Per me il profitto di una multinazionale non è una causa, anzi è un nemico. Sottopagami pure, ma fallo puntualmente e senza chiedermi di aiutarti a spingermelo in culo. E non mi chiedere di stringere amicizia con i dopolavoristi delle sedici ore. Quegli stessi che, allo scattare della cassa integrazione, facevano le pulci agli altri:
Quello è solo, ed è anche un finocchio”;
Tu non hai figli, dunque ammetterai che devi farti da parte”
Tua madre è ancora viva, no? La casa è di proprietà?”
Ho visto che compri parecchi libri e dischi, quindi non hai problemi economici...”
Ecco. Mi manca il mio lavoro. Ma mai, e dico mai più, QUEL lavoro. E quelle persone.

Tornato in città per alcune commissioni, in pieno centro incontro Adamo Carbonero. Per anni, e per vari negozi, è stato un cliente. Uno di quelli un po' saccenti, quelli che non si tengono a freno. Le cose gli girano okay, come gli piace dirmi. Si sposerà prossimamente, ma non è questa la notizia clou. La grande, grandissima notizia è che da qualche mese sta scrivendo per il trimestrale di musica “VPDDDM ovvero Vibrazioni Positive Dal Design Della Mente”.
Mi dice che è stata dura entrarci. Che su VPDDDM ci scrivono anche Angelo Setola e Ottiero Samizdat. Devo compiere uno sforzo inumano per celare la mia ignoranza. Infatti, non so chi diavolo siano.
Pensa che Setola è classe 1985 e Samizdat classe 89... bravissimi”
Certo, chiaro”
Vuoi che te li presenti, per caso?”
Ti ringrazio, no. Come se l'avessi fatto, Adamo”
Magari ti fanno scrivere qualche recensione, ma non so se pagano”
Ancora più interessante, ma grazie, no”
Ma che fai, Carbonero?, vorrei dirgli, mi proponi roba gratis? Io sono classe 1972, che è, non lo sai? Qui è finita da tempo la storia del prestigio, cazzone.
Io, Setola e Samiz siamo andati a sentire i Wilco a Vienna e un situazionista dub a Praga. Abbiamo allacciato rapporti con i migliori musicisti della scena off delle recensioni da scrivere”
La scena off delle recensioni da scrivere. Sì, perché per alcuni i musicisti esistono solo per averci dei rapporti di qualche tipo, e scrivere quelle recensioni infiorettate di italiano arcaico, neologismi ermafroditi, quelli che si autochiavano. Roba tipo “il lining del groove si dipanava come un polipo eccipuo alla radice del loro diy di matrice clevelandiana ma senza dimenticare il red carpet della malinconia digitale”. Anche io so scrivere queste puttanate.

Adelmo mi massacra con il suo entusiasmo e la sua saccenza. Lui è classe 1987 e me lo vuole far pesare. Quindici anni meno di me e più risultati. Bravo, bis, ora mi inchino. No, non posso. Ho l'ernia. Ho un'ernia da vecchio laburista.
Penso che tra lui, Setola, Slivoviz o come cazzo si chiama ed i vecchi rocker tutti sudore e “si stava meglio quando esisteva il vero rock” non ci sia alcuna differenza sostanziale. Entrambe le fazioni sono incontinenti e improntate alla partenogenesi più svilente ed asettica.
Luca, tu fai traduzioni?”
Di che?”
Tu traduci?”
Da che?”
Oh, insomma, sei un traduttore?”
No”
Tu non sei laureato in lingue?”
No, mai”
Oh, caspita”
Bene, fammi i complimenti”
No, non prendertela... sono tempi duri per tutti... ma la legge del mercato ha detto la sua, sai”
L'avrà detto nel tuo deretano, Adelmo bello. Accendo una paglia, mi sento pesante come se fossi stato ad un concerto di un situazionista.
Sicuro che non ti andrebbe di scrivere qualche recensione per farti notare e vedere se poi va bene?”
Sicuro”
VPDDDM è all'avanguardia”
Lo so”
Pensaci”
Grazie, rifiuto con cordialità”

La giornata è finita.
Devo rilassarmi. Anche oggi non mi sono fatto fregare dal traffico di piume attorno a me. Mi sento bene. Come un vecchio crooner che canta in una piscina abbandonata. Senza pubblico. Un misto tra Barry Adamson e Scott Walker con una Chesterfield in bocca.
Mi manca l'odore dei negozi di dischi, quelli veri. Quelli piccoli. Quelli dove non ti senti un inscatolatore di sarde pronto alla supposta. Non mi mancano i luoghi che mi videro pesce di cannuccia. Non mi mancano le persone che si facevano le pulci. Non idealizzo i matrimoni. Non idealizzo i recensori. Sono classe 1972. Un'ernia laburista in giro per il paese sbagliato.
Non mi presento in nessuna lista. Questa è una bella notizia.

Luca De Pasquale 2016



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